Elezioni amministrative: riflessioni sul futuro della città di Bari
Elezioni
Vorrei proporre qualche riflessione in vista delle elezioni amministrative. In premessa, credo che, prima di pensare a possibili candidati e ai loro programmi, si debba affrontare un nodo cruciale nella vita politica e amministrativa di Bari: che fare dell’eredità Decaro, maturata in venti anni al Comune come assessore e sindaco.
Le conseguenza delle elezioni
Considerati i tanti accordi già siglati e in corso di ratifica, non è immaginabile che con una nuova amministrazione molto possa, dal giorno dopo, cambiare nel panorama di Bari, condizionata dalla cancellazione dell’Urbanistica come azione di pianificazione e confronto con la cittadinanza nel governo della città. Se la seconda consigliatura Emiliano coincise con la legge nazionale sulle città metropolitane (7 aprile 2014, n.56) e con quel decentramento amministrativo mai attuato, la seconda consigliatura Decaro vide la chiusura nei cassetti del nuovo piano urbanistico in dirittura d’arrivo, il PUG, su cui tante speranze di rinnovamento erano state riposte.
Ricordo la grande amarezza del compianto prof. Gabrielli, capogruppo incaricato del progetto, cui mi legavano amicizia e reciprocità, allorché si rese conto che quel suo lavoro non sarebbe approdato a nulla. Nel frattempo si è periodicamente utilizzato il richiamo al futuro PUG per giustificare e sostenere progetti come Costa Sud, mentre la validità in corso del PRG Quaroni ha permesso di proseguire il rapido utilizzo dei 15 milioni di mc sulla carta ancora presenti e che, grazie anche al Piano Casa regionale, in questi ultimi anni ha provocato un vero tsunami cementizio in una città con oltre il 40% del suo territorio già impermeabilizzato e che continua a perdere abitanti.
Nuovi quartieri
La prossima realizzazione di interi nuovi quartieri in aree quali il tondo di Carbonara e le ex acciaierie Scianatico sulla via Napoli, porta ad una previsione entro pochi anni di nuove abitazioni per oltre 70.000 nuovi abitanti: una follia!
Una compagine di centrodestra che voglia contestare la politica urbanistica attuata dal sindaco Decaro, dovrebbe paradossalmente avvicinarsi alle posizioni dei partiti e dei movimenti di sinistra, che denunciano anche l’assenza di un efficace e rivoluzionario piano dei trasporti pubblici, una politica ambientalista davvero rispettosa del diritto degli abitanti a vivere in luoghi dignitosamente serviti da piccole e grandi aree a verde, un decentramento reale dei servizi tecnici e amministrativi alla comunità che ancora oggi vede invece i Municipi come scatole vuote, una svolta nella concentrazione in aree particolarmente attrattive di offerte per il tempo libero e la ristorazione.
È stata cancellata la partecipazione, mai accettando l’idea che un serio ed impegnato volontariato culturale, di cui Bari è stata ricca per molti anni, sia un valore aggiunto per qualunque amministrazione locale, a prescindere dai colori politici.
La “Teoria delle soglie”
Negli anni Settanta il compianto prof. Giorgio Nebbia, docente di Merceologia alla Facoltà di Economia e Commercio di Bari e antesignano della ricerca sull’ecologia in chiave urbana, scrisse “Lo Sviluppo sostenibile”, in cui si faceva riferimento all’epocale studio del MIT chiamato “I limiti dello sviluppo” redatto per il Club di Roma: un’analisi in chiave economico-produttiva di quali esiti sull’ambiente, specie quello urbano, talune esasperazioni produttive neoliberiste potessero causare.
In quel lavoro si faceva riferimento alla cosiddetta “Teoria delle soglie”: nel corso del suo sviluppo, una città incontra progressivamente dei confini virtuali, che per essere superati e consentire un’ulteriore espansione esigono che il tessuto urbano edificato venga consolidato e dotato di tutti i servizi di cui la comunità ha bisogno. Una teoria quindi molto inclusiva e interattiva, troppo presto dichiarata superata, ma che è invece nelle mie corde di urbanista di taglio organicista.
Si evince che tale consolidamento debba risultare da una pianificazione di sistema, che deve interessare tutte le aree; non si può operare per il recupero delle periferie, senza comprendere cosa dovrà essere fatto contestualmente nelle aree centrali, quelle tanto privilegiate dalla politica del sindaco Decaro e su cui negli ultimi anni sono stati accesi i riflettori del turismo, degli sceneggiati televisivi, della ristorazione come attrazione principale, della città in cui si è felici per il solo esserci!
Un centro urbano che soffoca nel caos del trasporto privato e nella iperconcentrazione di ristoranti e fast-food (mentre il resto del commercio arranca) finisce per far ammalare anche le aree più periferiche e lontane da questi specifici flussi economici ed in cui gli abitanti non sono stimolati a trascorrere il proprio tempo e a costruire prospettive di vita.
Confronto sociopolitico
Il venir meno del confronto sociopolitico ha in questi anni indebolito molto la partecipazione, un tempo a Bari davvero effervescente. L’amministrazione ha puntato al sostegno economico delle “imprese culturali”, quando ben sappiamo che negli anni passati le migliori proposte e le iniziative più forti di impegno civico e culturale sono giunte dall’associazionismo, quello vero, radicato, creativo, determinato a dover offrire un contributo di prospettive alla comunità. Prospettive che per tornare vitali necessitano di una ripresa di processi di coinvolgimento, di educazione dal basso, favorendo la nascita di luoghi per la musica, il teatro, le Arti varie, dove si possano costruire insieme percorsi possibili.
Cultura e rispetto
La Città è uno spazio a più voci e a più anime e anche in tale visione deve essere governata. Cultura significa conoscere e far conoscere, agli abitanti e a chi giunge per visitare Bari: svenderla come città delle orecchiette, della focaccia e del crudo non spendendo una sola parola per l’enorme patrimonio storico-artistico presente, significa negare un futuro possibile.
Cultura significa comprendere di essere parte di una comunità e accettarla senza piegarla ai propri interessi. Bari è diventata la capitale nazionale delle auto grandi come camion: sono spesso proprio queste a calpestare le regole, fermandosi ovunque, sui marciapiedi, agli incroci stradali, sulle strisce pedonali, davanti a scivoli e passi carrabili, come ostentazione del proprio ego. Personalmente sono per un contrasto totale a questa barbarie di maleducazione, alla pari di un contrasto assoluto alla barbarie dei rifiuti abbandonati ovunque, pur di non prenotare telefonicamente il ritiro o trasportare ai centri di raccolta autorizzati quello che non serve più.
Il rispetto delle regole deve diventare la regola. Nei Paesi nordici, tanto spesso richiamati come riferimenti da una stucchevole propaganda istituzionale e da una comunicazione asservita che ha spesso superato il ridicolo (quattro alberelli appena piantati diventano “nuova foresta urbana”), il rispetto delle regole è assoluto, anche perché chi non le rispetta ne paga e molto pesantemente le conseguenze. A cominciare dagli stessi amministratori, che devono consentire ai propri cittadini l’acquisizione e il mantenimento dei propri diritti civili.
E dopo tutto questo, che ben venga la ricerca di figure di altro prestigio, di grande competenza e determinazione e che già abbiano testimoniato, al di là dei propri legittimi interessi personali, l’amore e la passione per la difesa di quelli della comunità.
Link Comune di Bari:
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È un architetto barese specializzato in Progettazione Partecipata e Psicologia Urbana all’Accademia di Belle arti di Copenaghen e con lunghi anni di studio e attività professionale a Helsinki. Ha diretto a Bari il primo Laboratorio Urbano in Italia, promuovendo diversi progetti culturali in Bari vecchia e di riqualificazione urbana: recupero ex Macello comunale, molo di Sant’Antonio, ex Ospedaletto dei Bambini. Ha diretto a Palese il Laboratorio Urbanistico di Quartiere e costituito l’Ecomuseo Urbano del Nord Barese. Attualmente coordina la rete Civica Urbana di Palese ed è direttore artistico del Festival Ecomuseale delle Arti.
Egregio Architetto, ho sempre lavorato e vissuto al Nord, e dunque – tornando a Bari da neo-pensionato – noto cose che prima, per quanto suonassero “stonate”, non riuscivo a mettere a fuoco. Le propongo un paio di temi.
Io non ho ostilità ideologica verso la mobilità privata; sono fautore di una ragionevole libertà di scelta (anche in base alle proprie possibilità economiche) e dell’integrazione intermodale.
Il nostro caos veicolare non lo reputo dovuto tout-court a un’ipertrofia del privato, o alla (notoria) indisciplina degli automobilisti, ma all’interazione con l’edilizia successiva alla motorizzazione di massa.
La cd. Legge-Ponte del ’67 aveva introdotto, per le licenze edilizie del residenziale, una proporzione fra la volumetria abitativa e la superficie destinata a parcheggi condominiali; tale proporzione era stata raddoppiata dalla Legge Tognoli dell’89. Dunque Le pongo la domanda brutale: osservando quanto è stato edificato – o riedificato – nei (diciamo, a spanne) 20-25 anni successivi al ’67, a Lei sembra che il Comune e i progettisti/costruttori di Bari si siano attenuti a quelle leggi?..
Sul punto gira anche una … “leggenda metropolitana” su cui Le chiedo lumi: si racconta che i garage condominiali fossero stati effettivamente previsti in progetto (giusto per ottenere la licenza), ma poi istantaneamente convertiti in negozi (significativo il particolare che, in corrispondenza delle relative saracinesche, i marciapiedi, fin dall’inizio, non abbiano mai avuto gli scivoli carrabili).
Gli ingorghi baresi nascono dal fatto che i due margini delle strade pubbliche, anziché essere riservati alla sosta a tempo dei clienti di negozi/uffici, sono occupati dalle auto parcheggiate dai residenti (che invece dovrebbero trovarsi ALL’INTERNO dei condomìni, se si fosse costruito ai sensi di legge); da lì nascono le soste in doppia fila che ostruiscono il deflusso veicolare: ma gli automobilisti che le attuano sono vittime; “carnefici” erano stati Comune e costruttori di condomìni.
Concordo sugli arroganti SUV grossi come monolocali; ma, per carità, guardiamoci bene dal criminalizzare le coppiette di pensionati che vanno a far spesa con la loro minuscola utilitaria, la quale, dopo una certa età, diventa una sorta di “protesi ortopedica” che evita loro di rinchiudersi e intristirsi in casa.
L’altro mistero barese su cui Le chiedo lumi riguarda il DECREMENTO della popolazione – da Lei spesso richiamato – che si accompagna all’INCREMENTO incontrollato dell’abitato (per la felicità di proprietari di suoli e palazzinari): se le periferie continuano a espandersi, cosa significa? che i quartieri centrali sono groviere di appartamenti dequalificati e disabitati (sfitti o affittati in nero)?..
Grazie per l’attenzione, un cordiale saluto.