Bari: breve storia dell’urbanistica tradita
lungomare
Cos’è l’urbanistica? L’enciclopedia Treccani recita:
Urbanistica: L’insieme delle misure tecniche, amministrative, economiche finalizzate al controllo e all’organizzazione dell’habitat urbano. Tre sono gli ambiti prevalenti di ricerca teorica e di applicazione pratica dell’u.: le analisi dei fenomeni urbani; la progettazione dello spazio fisico della città; la partecipazione ai processi politici e amministrativi inerenti le trasformazioni urbane. Se i primi due hanno come oggetto i caratteri materiali e le modalità d’uso della città, nella terza accezione l’u. viene vista come uno specifico campo di relazioni sociopolitiche in cui agiscono più soggetti: le forze politiche, gli amministratori locali, i tecnici, le rappresentanze sociali e sindacali, i mezzi di comunicazione di massa ecc..
In sintesi, sono tre gli elementi indispensabili: analisi, progettazione, partecipazione. E tutti e tre a Bari sono caotici o nulli.
Dalla nascita del Borgo Murattiano a partire dal 1813 ad opera dell’architetto Giuseppe Gimma ad oggi, non sono stati molti i momenti in cui l’Urbanistica è stata compresa e praticata. Già dal 1840, e forse anche prima, era stata la mera visione economica ad incidere speculativamente sullo sviluppo del nuovo borgo. E bisogna giungere al 1884, con il primo vero Piano Regolatore firmato dall’ingegnere comunale C. Marena, per avere una visione organica del programma di sviluppo della città.
Nel Dopoguerra, fallito il Piano Calza Bini-Piacentini del 1954 – attuato solo per la ricostruzione dell’area centrale distaccata dal resto della città e poi bloccato –, fu la manipolazione imprenditoriale della variante firmata dal professore Quaroni assieme a circa 120 tecnici, nel 1976, a spianare la strada verso un’espansione a macchia d’olio di Bari verso l’entroterra. Una gestazione durata ben dodici anni che raggiunse progressivamente le frazioni di Carbonara, Ceglie e Loseto, annesse nel 1926 per recuperare artificiosamente, nell’epoca dei grandi fasti ideologici, il disegno della grande aquila imperiale (vedi disegno mio).
E oggi, concluso o quasi il consumo di suolo verso l’interno, il nuovo orizzonte speculativo è la città lineare con il suo sviluppo costiero. A est, dopo l’insediamento dell’incompiuta Sant’Anna su suoli idrogeologicamente critici verso San Giorgio, sarà l’enorme edificazione all’interno del progetto Costa Sud a cucire il gap. A ovest si sta costruendo ovunque possibile nel V Municipio (Palese, Santo Spirito, Catino, San Pio), e già lungo il percorso Fesca-Palese stanno nascendo complessi residenziali in luoghi un tempo non appetibili. E l’enorme lottizzazione programmata sui suoli della Ferrotranviaria, dove oggi c’è il park&ride verso la Fiera del Levante, ci preavvisa di quale sarà il futuro di tutta quell’area urbana.
E che dire di quanto sta accadendo su via Amendola? Contemporaneamente al suo allargamento – che non ha certamente dato gli esiti di maggiore fluidità del traffico veicolare di cui si dava certezza –, stanno sorgendo giganteschi volumi residenziali e si va verso lo stravolgimento dell’area dell’Executive, con la realizzazione di una stazione ferroviaria e di un grande parcheggio di scambio autobus-auto nelle campagne ancora presenti alle sue spalle, mentre stazione e parcheggio sono già presenti prima di entrare in città in prossimità dell’Ikea.
Che sta succedendo?
Succede che la nuova visione urbanistica del PUG – Piano Urbanistico Generale, che avrebbe dovuto sostituire l’attuale Piano Regolatore, è stata già da qualche anno bloccata e in assenza di un progetto-città, di una visione integrata di prospettiva che ci consenta di sapere quale possa essere Bari di qui ai prossimi cinquant’anni, si sta dando tutto lo spazio possibile ai milioni di metri cubi ancora presenti nel Piano Quaroni. Il quale, però, pur immaginando una città per il 2000 di circa 650 mila abitanti (e oggi siamo a meno della metà), non aveva certo indicato che quelle cubature dovessero essere realizzate a tutti i costi, ma che anzi Bari, prima di proseguire ad espandersi, avrebbe dovuto consolidare la qualità e quantità dei servizi a disposizione dei suoi abitanti.
La qual cosa non è avvenuta. Infatti i 4/5 di Bari sono rappresentati da aree periferiche o semiperiferiche estremamente carenti di servizi alla comunità. A Palese come a Ceglie, a San Giorgio come a San Pio, a Carbonara come a Sant’Anna, alle 21, anche senza la crisi pandemica del Covid-19, c’è da sempre il coprifuoco, mentre la mala movida imperversa in un’area estremamente concentrata che va da Bari Vecchia all’area umbertina intorno al Petruzzelli, dove in un raggio di poche centinaia di metri in pochi anni sono stati aperti oltre sessanta locali pubblici.
Che fine ha fatto la triade analisi-progettazione-partecipazione?
Dei tre elementi, l’unico ad essere preso in considerazione è la progettazione, ma certo non di una organica visione urbana, bensì di singoli elementi fisici che nell’insieme non costituiscono la “città”, ma solo la sua componente fisica.
E quella sociale? E quella politica? Un piano urbanistico è un programma politico, formulato su scelte discusse e condivise e non si comprende come si possa far passare per “anticipazioni” di un PUG inesistente non passato per l’approvazione da parte del Consiglio Comunale e di quello Regionale e la sua adozione, scelte quali il progetto Costa Sud.
La “partecipazione”, poi, che aveva trovato slancio da parte della cittadinanza attiva nella formulazione promossa del PUG, che proprio sulla partecipazione individua una delle maggiori diversità rispetto ai piani urbanistici di tradizione, bloccato questo non ha trovato più spazio.
Un piccola luce di speranza viene da Palese dove è in atto un percorso di progettazione partecipata per la riqualificazione del lungomare e del porticciolo e vedremo che risposta saprà dare la politica istituzionale.
Foto: Nicola Antonio Imperiale
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È un architetto barese specializzato in Progettazione Partecipata e Psicologia Urbana all’Accademia di Belle arti di Copenaghen e con lunghi anni di studio e attività professionale a Helsinki. Ha diretto a Bari il primo Laboratorio Urbano in Italia, promuovendo diversi progetti culturali in Bari vecchia e di riqualificazione urbana: recupero ex Macello comunale, molo di Sant’Antonio, ex Ospedaletto dei Bambini. Ha diretto a Palese il Laboratorio Urbanistico di Quartiere e costituito l’Ecomuseo Urbano del Nord Barese. Attualmente coordina la rete Civica Urbana di Palese ed è direttore artistico del Festival Ecomuseale delle Arti.
Ottima analisi….purtroppo abbiamo un sindaco che crede di fare il bene ma sta rovinando la città…
Analisi che fa riflettere…..e non poco !!
Su via Amendola era prevedibile. Una strada larga il doppio non risolve come due strade distinte.