La bellezza: riconosciuta per legge o per cultura?
Bellezza
“Siediti davanti a un monumento e lasciati pensare”: è il titolo di un mio progetto culturale di alcuni anni fa, in cui legavo iniziative letterarie e di teatro di strada alla interpretazione da parte degli spettatori del luogo storico o elemento artistico che accoglieva la performance. Una partecipazione attiva e diretta, quindi, in grado di influenzare sia la percezione del bene culturale, sia la reazione alla proposta artistica ad esso collegata. Da qui al riconoscimento individuale di un bene, pur percepito dalla comunità come valoriale e da tutelare e promuovere, il passo è breve.
La propaganda istituzionale
Viviamo un’epoca in cui un’alta percentuale di cittadini si affida alle comunicazioni istituzionali, quindi politiche, per lasciarsi condizionare nelle proprie scelte. È ad esempio sotto i nostri occhi quanto abbia inciso nella popolazione locale la forte propaganda istituzionale nel fare di Bari una città “bellissima”, aggettivo ormai usato e abusato di luoghi e contesti che, pur rimasti immutati, fino a qualche anno fa non sollecitavano pressoché nessuna attenzione.
Lo slogan “sii felice sei a Bari”, è stato accolto come una dichiarazione d’amore da una gran parte della comunità; ma se solo volessimo spenderci nel richiedere pubbliche spiegazioni, difficilmente ci verrebbe risposto con meno superficialità di quella che traspare da una frase di propaganda assurta a sollecitazione consumistica. Ed è la stessa comunità ad aver accettato di esaltare il centro storico ed il lungomare come “Bari”, poco interessandosi (se non nelle lamentele sul web) della qualità di vita e della bellezza dei quattro quinti della città fatta di aree esterne al centro. La politica condiziona la nostra percezione di bellezza.

La Legge sulla bellezza di territori e paesaggi e il Manifesto
Sembra andare in tale direzione la Legge sulla bellezza di territori e paesaggi promossa dalla Regione Puglia e il cui iter approvativo venne avviato nel 2019.
Recita il Manifesto Regionale a suo sostegno:
la “bellezza” riguarda , oltre la conservazione e valorizzazione della bellezza naturale, paesaggistica, architettonica così come già tutelata dalle leggi vigenti, anche la tutela della bellezza come valorizzazione delle Identità dei Territori vasti del mosaico pugliese: Identità che si estraggono dalla ricerca memoriale delle storie degli abitanti di quel luogo in un tempo profondo, testimoniate dai materiali, dagli oggetti, dalle conoscenze tradizionali che hanno animato e costellato la vita degli individui e delle comunità”.
Diretti sono, con molta evidenza, i collegamenti al Piano Paesaggistico Territoriale e, ancor più, alla “Convenzione Europea del Paesaggio” da cui il Piano trae linfa vitale e che individua come “paesaggi” i territori per come vengono percepiti dalle popolazioni locali. Torna ad essere riconosciuta come centrale la componente umana aggregata in comunità.
Volontà dichiaratamente espressa dalla Legge è quella di superare definitivamente l’interpretazione di bellezza e paesaggio data dalla Legge Nazionale n. 778 dell’11 maggio 1922, proposta nell’ultimo Governo Giolitti dal Ministro dell’Istruzione, il filosofo Benedetto Croce. Quella legge individuava come da ammirare e tutelare specificamente i paesaggi naturali, mentre la Convenzione Europea, il Piano e la legge regionale aprono al riconoscimento valoriale dei paesaggi urbani. E qui cominciano i dolori.
I valori indicati nella Legge sulla bellezza e il vuoto urbano
Sia il “Manifesto per la Legge regionale sulla bellezza” che la Legge stessa indicano una serie di valori più che condivisibili e che già avevano trovato spazio enunciativo nel Piano Paesaggistico Territoriale Regionale. Si parla di tutela e valorizzazione dei paesaggi storico-identitari, delle tradizioni ad essi collegate, delle memorie delle comunità locali, dei paesaggi agrari e di quelli urbani.
L’idea di identità viene espressa nel superamento del riconoscimento esclusivo dei paesaggi storici, per aprirsi alla contemporaneità. Ma se il Piano Paesaggistico molto si era speso nel riconoscimento della strategica importanza del rapporto Città-Campagna, anche come strumento di tutela nella espansione senza limiti delle città, nonché nella tutela degli spazi naturali ancora presenti (quasi isole fuori del tempo) nel tessuto urbanizzato ed edificato, i riflettori si accendono proprio e soprattutto sul “vuoto” urbano.
Lo spiega assai bene Venera Maria Ardita che ammonisce sul fatto che “in questi spazi di latenza, può accanirsi la speculazione, o il gesto narcisistico delle archistar o anche la soluzione facile del degrado e della bruttezza.
É esattamente quanto sta accadendo in più o meno tutte le città pugliesi da almeno vent’anni.
La Legge sulla Bellezza e la realtà
E se la Legge sulla Bellezza fa preciso riferimento all’esigenza di contrastare l’omologazione dei paesaggi, diretta espressione di una globalizzazione semplificatrice che si è impossessata dei luoghi urbani, la realtà è devastante e pone seri dubbi sulla volontà politica ed amministrativa di tutelare e valorizzare i territori tanto esaltati dalla massiccia comunicazione istituzionale che si è preoccupata di far conoscere la Puglia nei luoghi più sperduti del globo.
Né il Piano né la Legge avevano previsto le conseguenze dell’overtourism, con la Puglia presa d’assalto e i centri storici svuotati dai loro abitanti per accogliere i turisti in migliaia di B&B. Questo avrebbe potuto tradursi nell’elevazione della qualità architettonica delle nuove costruzioni, destinate anche a chi si vede sradicato dai propri contesti di vita.

La situazione edilizia
All’opposto, invece, di tale situazione si è appropriata la più becera speculazione edilizia, evidentemente convinta che non sia necessario interessarsi della qualità quanto della quantità; e l’omologazione ne esce vincente, cancellando l’idea di offrire dignità e identità alle aree periferiche così come all’edilizia rigenerativa, quella che demolisce e ricostruisce.
Edifici semplificati all’osso, senza nessuna ricerca cromatica né tantomeno semantica, senza dettagli che possano avviare la formazione di una nuova immagine urbana; ovunque edifici con balconi vetrati, intonaci bianchi e grigi, pressoché totale assenza di verde urbano che possa nel tempo portarci ad avere nuovi parchi e vie alberate. È di gran moda il vezzo di battezzarli con il nome, talvolta evocativo, del luogo che hanno occupato, talvolta cancellando pagine di storia identitaria. Va tra l’altro ricordato che per ben tredici volte è stata rinnovata la legge regionale detta “Piano-Casa”, concausa proprio di una selvaggia edificazione ovunque ci siano resti di caseggiati o piccola industria o, esattamente all’opposto di quanto prospettato dalla Legge sulla Bellezza, “vuoti urbani”.
Il progetto “Costa Sud”
Il progetto “Costa Sud” trasferirà con la perequazione oltre un milione e mezzo di mc di nuova edilizia dalle aree costiere interessate (dove comunque ben difficilmente sarebbero stati realizzati) ad aree più interne fino ad oggi a destinazione agricola, con il dichiarato intento di utilizzare i “vuoti urbani”: indirizzo, questo, già preannunciato dal sindaco Leccese di quello che sarà un altro nuovo PUG.
Ammette il Manifesto che
l’Italia bellissima e la Puglia bellissima, invece di diventare per tutti i viaggiatori quella “città invisibile” di cui parlava Calvino (città dell’anima, del sogno, del desiderio e della formazione), si sono riempite di veri e propri detrattori di bellezza, monumenti alla bruttezza, alla volgarità, alla mancanza di equilibrio e di grazia.
Si può allora immaginare di porre rimedio a tale disastro codificando con una legge il significato di bellezza? Della catastrofe in atto se ne è di recente interessato anche il giornalista Nicola Signorile nel suo volume “Concreto – paesaggi, materie, architetture” in cui etichetta senza ritrosia come mistificanti le dichiarazioni di intenti sulla bellezza della nostra città, sul green, sugli interventi “smart”, sui giardinetti propagandati come parchi urbani, denunciando la volutamente mancata attuazione del PUG pronto da ormai undici anni e chiuso nel cassetti per lasciar posto allo tsunami di cemento che sta occupando ogni anfratto libero del tessuto urbano.
La responsabilità della politica
La politica e le sue contingenze tornano come responsabili, non vittime, subordinate ad un potere economico-imprenditoriale che si affacciò sulla scena urbana di Bari fin dall’ancor giovane vita del Borgo Murattiano.
Forse, allora, non è una legge sulla bellezza che potrà salvare quella Puglia comunicata al mondo come bellissima, storicissima, ma che all’arrivo, tralasciando i mantra della focaccia, delle orecchiette e del crudo di mare, i turisti fanno sempre più fatica a rintracciare. Serve un processo di rieducazione al significato di bellezza, che coinvolga la popolazione fin dalla più tenera età e l’accompagni a interrogarsi e a rispondersi davanti a un monumento, un edificio, un paesaggio, finalmente facendo proprio quel ruolo da protagonista che il Titolo V Della Costituzione le affida nel rapporto con le Istituzioni.
Sempre che la politica voglia e sappia correre il rischio di promuoverlo.
Copertina: Google Earth
Link Manifesto sulla bellezza del Territorio Pugliese:
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È un architetto barese specializzato in Progettazione Partecipata e Psicologia Urbana all’Accademia di Belle arti di Copenaghen e con lunghi anni di studio e attività professionale a Helsinki. Ha diretto a Bari il primo Laboratorio Urbano in Italia, promuovendo diversi progetti culturali in Bari vecchia e di riqualificazione urbana: recupero ex Macello comunale, molo di Sant’Antonio, ex Ospedaletto dei Bambini. Ha diretto a Palese il Laboratorio Urbanistico di Quartiere e costituito l’Ecomuseo Urbano del Nord Barese. Attualmente coordina la rete Civica Urbana di Palese ed è direttore artistico del Festival Ecomuseale delle Arti.