Quell’orgiastica somma di volumetrie edilizie che fa crescere Bari come una “città invisibile”

panoramica

panoramica

“Anche le città credono d’essere opera della mente o del caso, ma né l’una né l’altro bastano a tener su le loro mura. D’una città non godi le sette o settantasette meraviglie, ma la risposta che dà a una tua domanda”. Sono le parole di Marco Polo, cui Italo Calvino affida l’incipit del suo Le città invisibili. È il suggello a cosa sia, a cosa dovrebbe essere la città.

La città non è l’orgiastica somma di volumetrie edilizie, in cui Bari si sta trasformando. Il Rapporto Ispra per il 2021 sul consumo di suolo pone per il quarto anno la nostra al vertice fra le grandi città. Dal 2009 ad oggi, grazie al Piano-Casa, la legge 14 del 2009 formulata come intervento straordinario e temporaneo e da allora prorogata ogni anno, il Piano Regolatore e le sue norme attuative sono stati messi nei fatti fuori gioco. I dati statistici dicono che da allora ad oggi sono stati realizzati 1.660.000 mc di nuove costruzioni residenziali destinati a circa 17.000 abitanti, mentre sono pronte a partire gigantesche lottizzazioni per circa 5-6 milioni di mc per altri 60.000 abitanti. Una legge che di volta in volta ha visto allargare le proprie maglie di intervento, fino a consentire anche l’abbattimento e la ricostruzione su aree di edilizia industriale modificandone la destinazione d’uso in residenziale con notevole aumento premiale di cubatura. Tutto questo mentre il numero di abitanti, dagli anni Ottanta in poi, regredisce costantemente.

E se, sulla base delle prerogative concesse dalla legge regionale, a Bari è stato in qualche modo salvaguardato quel che resta delle aree centrali e storiche vincolando una certa quantità di edifici ottocenteschi e del primo Novecento – che caratterizzano l’identità di Murattiano, Libertà e Madonnella –, la valanga di cemento non sta risparmiando nessuna parte del territorio cittadino, cancellando la presenza di residue sacche di suolo agricolo al suo interno e annullando definitivamente tante di quelle presenze storiche (antichi insediamenti neolitici, chiesette, ipogei, ville ottocentesche e novecentesche) e naturali (alvei delle lame) che fino ad oggi avevano permeato il paesaggio delle aree semicentrali e delle periferie baresi e fatto da limite di tutela alla espansione e al consumo di suolo.

É antica l’incapacità di Bari e dei baresi di tutelare la propria storia. La straordinaria posizione di città marinara centrale nel contesto mediterraneo ha visto giungere in questa terra popolazioni fin dall’antichissima epoca neolitica, passando per quella greca, romana, bizantina, longobarda, araba, ebraica, normanna, sveva, angioina, spagnola, francese, senza contare le colonie di origine napoletana, veneta, milanese, dalmata, presenti nella città antica. E oggi Bari avrebbe potuto offrirsi come scrigno di una Europa dei popoli, delle lingue, delle culture. Ma ben poco è rimasto e non solo per le devastazioni in epoche storiche (la città bizantina distrutta nel 1156 dal normanno Guglielmo I il Malo), quanto per scarsa importanza data ai segni lasciati dal passaggio della Storia. 

Nella città vecchia sono rimasti sulle facciate di antichi edifici rinascimentali i segni del passaggio a epoche successive, ma anche questi progressivamente svaniscono quando si dà mano alle ristrutturazioni. Stessa sorte per i quartieri centrali: Murattiano, Libertà, Madonnella, dove impedire con vincoli l’abbattimento di edifici ottocenteschi e del primo Novecento non è sufficiente a tutelare la sopravvivenza del genius loci, lo spirito del luogo e del tempo sintesi del vissuto storico-culturale. Aree peraltro stravolte e condizionate dalla concentrazione di interessi commerciali e per il tempo libero e dall’offerta di servizi che non esistono nel resto di Bari e che piegano l’intera cittadinanza a pensare solo questa come “città”, comportandosi di conseguenza e rendendola invivibile.

A leggere sui social le pagine dedicate ad ogni singolo quartiere, tra memorie nostalgiche e denuncia del crollo di qualità, si deve dare atto che quel genius loci era effettivamente presente un po’ ovunque, dando carattere e identità a San Pasquale come al Libertà, a Madonnella, come a Carrassi, a Iapigia come al Picone. Identità derivate dalla presenza di luoghi di incontro (i cinema e le chiese), edifici storici, di negozi di vicinato, dal tessuto naturale ingabbiato nella crescita urbana e poco alla volta da questa assorbito. Si può negare che l’abbattimento del palazzo della Gazzetta del Mezzogiorno (inaugurato il 28 dicembre del 1927) e dell’hotel Cavour al suo fianco abbia colpito mortalmente l’identità di piazza Moro (un tempo piazza Roma) senza offrire l’opportunità di una nuova con interventi qualitativi? Che resterebbe di Carrassi, se scomparissero i villini postelegrafonici e il complesso scolastico Carlo Del Prete, che ha già comunque cessato la propria vita originaria? E quali prospettive identitarie vengono offerte alle aree più periferiche, da Palese e Santo Spirito a Carbonara, Ceglie con le sue antichissime memorie, Loseto, dove l’assalto del cemento sta cancellando millenni di vita vissuta per lasciar spazio all’anonimato di edifici omologati e dal già definito breve destino?

Aveva ragione Marco Polo: non sono le meraviglie (peraltro qui molto rare) a poter dar risposta al bisogno di città, ma è il suo essere sistema: interazione tra gli elementi fisici e quelli interiori, tra la razionalità di scelte studiate perché sappiano rispondere anche ai bisogni futuri e visioni olistiche in cui la spiritualità, la fantasia, la sorpresa abbiano diritto di cittadinanza. Le città si sono sempre trasformate ed evolute, ma nei tempi del percorso umano generazionale. Oggi, invece, la speculazione è passata al rapido massacro, cancellando quelle memorie di chi è ancora in vita senza dar più tempo di passare il testimone. Ci si rifugia allora nei ricordi di quel che fu: del circondario, dei percorsi che da bambini portavano da casa a scuola, alla chiesa, alla casa dei nonni e degli zii. Sempre più giovani vanno via a radicarsi lontano: a loro non viene concesso di costruire una valigia di ricordi, che li faccia sentire parte della terra di nascita e li aiuti domani quando il peso degli anni porterà a rifugiarsi nel sapore dolce-amaro delle memorie d’infanzia.

Il male della speculazione è la visione molto corta, la ricerca del ritorno immediato e del soddisfacimento del singolo e in questo Bari è sempre stata patria della speculazione. Ma speculare significa anche osservare, indagare, ricercare ed è questa la speranza da riporre nelle mani di quei giovani che scelgono di non andar via, ma di operare qui perché l’orizzonte possibile sia quello di una comunità capace di tornare a camminare insieme e di scrivere pagine di storia senza più cancellare quelle già esistenti.

© 2022 Tutti i diritti riservati

EugenioLombardi
+ posts

È un architetto barese specializzato in Progettazione Partecipata e Psicologia Urbana all’Accademia di Belle arti di Copenaghen e con lunghi anni di studio e attività professionale a Helsinki. Ha diretto a Bari il primo Laboratorio Urbano in Italia, promuovendo diversi progetti culturali in Bari vecchia e di riqualificazione urbana: recupero ex Macello comunale, molo di Sant’Antonio, ex Ospedaletto dei Bambini. Ha diretto a Palese il Laboratorio Urbanistico di Quartiere e costituito l’Ecomuseo Urbano del Nord Barese. Attualmente coordina la rete Civica Urbana di Palese ed è direttore artistico del Festival Ecomuseale delle Arti.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *