Il falso mito della rigenerazione urbana: su Bari uno “tsunami di nuove costruzioni”
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La politica si ciba di annunci, è sempre stato così. Non è una riflessione banale o superficiale, considerando da quanti anni era stata preannunciata quella che pareva poter essere una rivoluzione nelle nostre città. Passate dalle massicce ricostruzioni post-belliche alla nascita e crescita di smisurate disumane periferie, agli sconvolgimenti speculativi degli anni Settanta e Ottanta, fino (nel caso della Puglia) al Piano-Casa che avrebbe finalmente dato una svolta: quella della “rigenerazione urbana”. Ma che significa?
Volendo dare una spiegazione al termine, la si potrebbe definire come una serie di azioni volte al recupero e alla riqualificazione di uno spazio urbano. Il processo di rigenerazione avviene tramite interventi di recupero a livello di infrastrutture e servizi, limitando il consumo di territorio a tutela della sostenibilità ambientale. Rigenerare permette inoltre alla comunità di riappropriarsi e di rivivere nuovamente gli spazi rigenerati, con evidenti miglioramenti nella qualità di vita e nella sfera sociale, economica e ambientale. Dovrebbe quindi interessare spazi e aree già presenti, perché l’obiettivo della rigenerazione urbana è contribuire a rendere le città sostenibili e più a misura d’uomo, contrastando il frenetico ed indiscriminato ricorso al consumo di suolo edificabile.
In sintesi: l’opposto di quello che nei fatti si sta mostrando essere il “Piano-Casa”. Concepito nel 2008 come intervento temporaneo basato proprio su quei principi e finalizzato a stimolare nel recupero il settore allora asfittico dell’edilizia con un aumento premiale di cubatura del 30%, è stato rinnovato ben tredici volte e nei primi tre anni non suscitò nessun interesse da parte dei costruttori (da sempre determinanti con il loro peso elettorale nel sostegno alla politica e nelle scelte urbanistiche), per poi essere progressivamente modificato ammettendo interventi in aree di piccola industria e modifiche della destinazione d’uso da questa a residenziale. Il risultato oggi è uno tsunami di nuove costruzioni che spuntano ovunque come funghi; a Bari, entro i prossimi cinque-sei anni, saranno state immesse sul mercato nuove abitazioni per circa 60-70.000 nuovi abitanti! Una follia, in una città che da decenni vede il numero dei suoi residenti decrescere costantemente.
Eppure, Bari avrebbe ben altro da offrire per indirizzare le scelte del suo sviluppo.
Bari ha periferie segnate profondamente dalla bassa qualità e dall’assenza di servizi che finalmente avrebbero trovato straordinario giovamento da interventi infrastrutturali.
Bari ha anche una lunghissima costa potenzialmente attrattiva per il tempo libero locale e per il turismo sempre più catturato da stereotipi di facile consumo che, nei fatti, lo delimitano nell’area di Bari vecchia e del Murattiano.
Ed infine Bari è contornata da un tessuto agrario che proprio ai tempi di concepimento del Piano-Casa aveva vissuto un suo grande e ottimistico rilancio con il “patto città-campagna” inserito con enfasi nel Piano Paesaggistico Regionale e grazie al quale studiosi e conferenzieri hanno trovato di che scrivere e parlare per anni. Un nuovo equilibrio che individuava come ricchezza la presenza in città di lingue o sacche residuali di campagna da tutelare e valorizzare, ricercando inoltre nelle campagne di margine elementi atti a compattare e bloccare l’incontrollata espansione urbana. Intorno al “patto-città campagna”, tanto caro a quella politica elitaria e salottiera che da sempre governa la città, si sono sviluppate e consumate speranze e illusioni, di cui oggi è meglio, pietosamente, non parlare.

Si avrà invece a che fare con operazioni quali “Costa Sud”, l’enorme intervento urbanistico destinato a consolidare lo sviluppo urbano lineare dopo aver esaurito le spinte verso l’entroterra e che, insieme al declamato parco urbano, aggiungerà un altro milione e mezzo di metri cubi di nuova edilizia dopo il quartiere Iapigia, mentre il nuovo quartiere Sant’Anna, più avanti, continua ad annaspare senza futuro. Tutto questo viene presentato come anticipazione del nuovo PUG, il Piano Urbanistico Generale da anni bloccato mentre si continua a utilizzare l’enorme quantità di volumetrie ancora disponibili in quello attuale per valutazioni che lo sovradimensionarono. Ma come si può usare un nuovo strumento urbanistico prima che sia stato discusso e approvato dal Consiglio Comunale e dalla Regione? Potenza della narrazione istituzionale e degli applausi che ne conseguono. E avremo le gigantesche lottizzazioni nell’ex fonderia Scianatico su via Napoli e dove ora sorge il Park&Ride di corso Vittorio Veneto con un progetto firmato dall’archistar Stefano Boeri.
Si evince allora quanto incredibilmente lontani siamo dal virtuoso concetto di “rigenerazione urbana”. Bari è in un territorio di antichissima datazione e presenza umana, ma da sempre risulta incapace di tutelarla e valorizzarla, la sua storia. A Palese venne cancellato l’antichissimo villaggio neolitico che tanto valore avrebbe dato a questa parte della città sempre più turisticamente attrattiva e tante più possibilità all’educazione e alla didattica; interventi sulla costa di San Girolamo hanno aggiunto una valanga di cemento a pochi metri dal mare; e ovunque spariscono le ottocentesche ville patrizie che avevano caratterizzato le periferie di via Amendola, corso De Gasperi e via Fanelli.

Su quest’ultima si prepara ora l’incubo della realizzazione del “parco della Giustizia”, nell’area oggi occupata dalle ex caserme Milano e Capozzi (le casermette) ma interessata anche dalla grande area naturale della lama Valenzano, tipizzata come verde pubblico di quartiere.
Un comitato di scopo sta facendo l’impossibile perché questo scempio non avvenga. Una zona che, visto il già pesantissimo carico urbanistico presente, mai avrebbe dovuto essere pensata per una operazione che aggiungerà migliaia e migliaia di nuovi utenti e una valanga di auto all’ammasso di lamiere che la soffoca in qualunque momento della giornata. Con il risultato che già ora quel futuro intervento sta catturando l’attenzione di grandi costruttori e sono sul punto di essere realizzate centinaia di nuove unità immobiliari.
Nuove ampie strisce di asfalto portano in aree di nuova lottizzazione dove prima sorgeva la campagna pugliese a mandorleto e uliveto e dove ora il Piano-Casa ha esautorato il Piano Regolatore e le sue norme attuative: anarchia pura che lascerà per sempre il segno. Così sarà anche dietro l’Executive di via Amendola, dove sorgerà una nuova stazione ferroviaria con annesso un grande parcheggio di scambio per bus e auto private; ma non ce li abbiamo già 500 metri più avanti, dietro l’Ikea? Cemento e auto, auto e cemento, come quello che ricopre per metà, contornato da una ventina di alberi, il nuovo “parco” Rossani.
In una città famosa per la sua cultura, le sue tradizioni, la sua solarità mediterranea ma la cui politica da anni ormai rincorre modelli “europei”, si è incapaci di tutelare quelle differenze che l’avrebbero resa una città davvero ambita e con un alto livello di qualità di vita. Al turismo vengono proposte Bari vecchia e il Murattiano, un quinto dell’intera area urbana fatta di periferie oggi sempre più preda di una edilizia incolore e anonima. Ed è in quel quinto di territorio che si riversa l’umanità barese alla ricerca di offerte e servizi per le proprie esigenze personali e di tempo libero, soffocandone la vivibilità.
Per la “rigenerazione urbana” sono al lavoro un gran numero di professionisti, in grandissima parte ingegneri e con gli architetti relegati al ruolo di comprimari. Possibile che nessuno senta il piacere di ricerche cromatiche, di design, di materiali? Che nessuno comprenda il bisogno di tutelare il verde già esistente anziché cancellarlo e sostituirlo con miseri alberelli appena nati? Che nessuno si ricordi del valore della Storia, che pur è stata studiata sui libri fin dai primi anni di scuola e firmi documenti a decretarne la distruzione? Possibile che, sull’onda del successo personale e del “tengo famiglia” ci si sia tanto facilmente piegati all’ingordigia di costruttori senza scrupoli e politici privi di quella sensibilità che avrebbe fatto, a Bari come in tutta la Puglia, la differenza tra un passato di cubature e un futuro dal sapore di mare e dai colori delle albe e dei tramonti che inzuppano di bellezza il nostro mare Adriatico?
Ci provano continuamente cittadini generosi, come è avvenuto per una progettazione partecipata per la reinterpretazione del lungomare e del porticciolo di Palese: una proposta così organica e completa da aver tolto il fiato all’Amministrazione, che dopo un anno non ha ancora risposto. Ma talvolta, come sappiamo, troppa bellezza e troppo impegno civico possono far male.

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È un architetto barese specializzato in Progettazione Partecipata e Psicologia Urbana all’Accademia di Belle arti di Copenaghen e con lunghi anni di studio e attività professionale a Helsinki. Ha diretto a Bari il primo Laboratorio Urbano in Italia, promuovendo diversi progetti culturali in Bari vecchia e di riqualificazione urbana: recupero ex Macello comunale, molo di Sant’Antonio, ex Ospedaletto dei Bambini. Ha diretto a Palese il Laboratorio Urbanistico di Quartiere e costituito l’Ecomuseo Urbano del Nord Barese. Attualmente coordina la rete Civica Urbana di Palese ed è direttore artistico del Festival Ecomuseale delle Arti.






Sempre preciso, puntuale e competente l’arch. Eugenio Lombardi. Solo il connubio mente e cuore è capace di generare questi articoli. Purtroppo è una “vox clamantis in deserto” di un professionista che, a differenza di altri, non sente il prurito di portare la “pagnotta”.a casa.
Grazie di cuore per l’apprezzamento. Credo di aver scritto ancora una volta verità che sono sotto gli occhi di tutti, ma che la comunicazione istituzionale copre con notizie di ben piú facile attecchimento. Ieri un signore mi contestava scrivendo: “Ma non ve ne va bene una, é così bello quello che sta avvenendo!” E non credo sia il solo a pensarlo. Cemento e auto, auto e cemento: il deserto dell’anima, che rende quella pagnotta (che anche io vorrei portare a casa) immangiabile.
Buonasera signor Lombardi, condivido a pieno le sue idee di una città che sappia progettare il proprio futuro, purtroppo mi pare che si vada in ben altra direzione ,quello che più mi sconforta è constatare un pensiero comune appiattito all’indifferenza .angeloange È importante continuare a sensibilizzare gli altri a prendere coscienza del problema….chi non molla la vince !! Ha tutta la mia stima e sostegno 👍👍👍
Purtroppo devo dar ragione a tutto quello che nell’articolo è ben descritto,come “assalto alla diligenza”da parte dei nostri amministratori locali e regionali.
Non hanno a cuore le bellezze naturali che portano a un’armonia della vita,(cemento,cemento,e sempre più cemento)l’importante per loro è consumare e buttar via tanti e tanti soldi che derivano in parte da noi cittadini,e in grossa sostanza dai soldi che ci piovono e pioveranno dalla nostra”amata europa”.
La colpa principale per la città di Bari,è del nostro caro sindaco Antonio De Caro,che con la sua bella faccia tosta si “loda e si imbroda”di tutto quello che di sbagliato sta facendo.
Esempio:
Parco Rossani;un’opera miserevole di”verde del tipo agreste campagnolo”aperto e a disposizione della più bassa estrazione sociale,libera di sfogarsi al limite della legalità,e come non parlare del parcheggio sempre nella zona della Rossani,dove le strutture pericolanti delle caserme danno ritrovo e alloggio a barboni,ubriaconi,e drogati,tutto questo sotto gli occhi di noi cittadini inermi e timorosi,aspettando l’evento cruento che prima o dopo si manifesterà.
Per non parlare delle strade sconnesse,sporche,e maleodoranti.
Tanti auguri cari amministratori,state trasformando la città(sicuramente in peggio).
Cordiali saluti
Onofrio Lorusso
Cittadino barese.
e i nostri Consigli degli Ordini, in tutt’altre faccende affaccendati, che fanno? stanno delittuosamente a guardare ………
condivido in pieno l’analisi dell’autore, e credo che tale situazione e condizione di “Mani sulla città” sia comune anche ad altri centri abitati, della nostra Terra di Bari (per limitarmi a questo territorio, non avendo contezza di “altri”).
dagli inizia della pandemia, avendo la fortuna di una dimora lasciatami dai miei in prossimità del mare di Capitolo, trascorro gran parte del mio tempo a Monopoli e assisto con sgomento al letterale sventramento di intere zone dei dintorni, ma anche all’interno del tessuto urbano di quella città.
edificazione di palazzi di sei, otto piani, sulle soglie delle “lame”, se non superando i limiti di rispetto ambientale, culturale e storico.
non vale la pena descrivere con minuzia le numerosissimi situazioni, favorite, così si dice, da opportune trasformazione dei catasti, delle zone di rispetto ecc. ad opera di amministrazioni compiacenti e, purtroppo, di cittadini, poco sensibili alla tutela.
il turismo a Monopoli la fa ormai da padrone, ma per quanto ancora? quando non si sarà più un ulivo, una cripta basiliana, un tratto di costa di libero accesso, sicuramente i turisti diserteranno una di questa attuali, ma per me effimere, perle del turismo.