A Brindisi la toponomastica femminile resiste ed è ben visibile: Via Giuditta Arquati
arquati
Non me ne vogliano i Baresi miei concittadini se questa chiacchierata toponomastica ha come location la città di Brindisi.
Per la “milionesima” volta sono in questa città con la mia consorte, brindisina purosangue, e anche oggi incrocio via Arquati. Ma questa volta la mia “ossessione toponomastica” mi inchioda: chi fu Arquati?
Appurato che questo nome nulla ha a che fare con la nota azienda di infissi, serramenti e tendaggi, e che è il cognome di una donna, Giuditta, felice di aver trovato un’altra delle ancora troppo poche dedicazione femminile, mi butto a capofitto nella ricerca.
E scopro una bellissima figura di martire del nostro Risorgimento. Una donna che si sacrifica con il marito e con un figlio in un conflitto con i papalini in una Roma non ancora “italiana”.
Poco nota e quasi dimenticata dalla storiografia, la nostra Arquati merita almeno un nostro un rapido schizzo della sua personalità.
Giuditta Tavani nata Roma il 1830 andò in sposa giovanissima, a quattordici anni, a Francesco Arquati, di famiglia benestante e ardente patriota risorgimentale. Gli sposi parteciparono all’avventura mazziniana della Repubblica Romana del 1849, per poi fuggire in esilio a Venezia.

Al rientro nelle terre dello Stato della Chiesa, la giovane Giuditta seguì le vicende coniugali in “famiglia” come ardente mazziniana, come lo era stato anche suo padre, e appena trentasettenne, seguì senza tentennamenti il marito negli ideali risorgimentali con una dedizione e ammirevole senso di responsabilità.
La sopraggiunta Unità nazionale, infatti, aveva però escluso la città di Roma, facendo di Torino, prima, e Firenze, dopo, la capitale d’Italia, e i tentativi di spodestare il dominio temporale del Papa erano continuati.
Nel 1867 un movimento clandestino di opposizione si organizzò per favorire l’ingresso in città di una colonna di combattenti guidata dai fratelli Cairoli. Francesco Arquati con la moglie Giuditta, incinta del quarto figlio, e con loro dodicenne Antonio, erano appostati in un opificio, insieme a numerosi altri congiurati, quando vennero sorpresi da soldati francesi al soldo del Papato.
Il conflitto che ne seguì provocò molti morti, tra i quali l’intera famiglia Arquati. L’episodio è stato rievocato in un paio di film degli anni ’70: In nome del Papa Re e Correva l’anno di grazia 1870.

Una figura da vera ammirevole, quella di Giuditta Arquati, ma – e bisogna pur dirlo -, non eccezionale nel panorama delle personalità al femminile che hanno animato la gloriosa epoca del Risorgimento Italiano. Tra le baresi ricordiamo solamente la mazziniana Fulvia Miani Perotti, madre del celebre Armando, e, prima di lei, Maria Pizzoli, moglie di Pompeo Bonazzi, che fu in cella con Luisa Sanfelice, ai tempi della Repubblica Napoletana del 1799.
Ma i Baresi, a questo punto, insofferenti per la nostra deviazione territoriale, protestano: “Va bene, bella e grande personaggio, ma a noi e alle nostre strade cosa implica?”
Non avete torto ed allora, per chiudere questa mia breve digressione “extra moenia”, rivelerò il vero motivo per il quale ho deciso di intervenire sulla toponomastica brindisina.
A Bari, ma certamente anche in tantissimi altri luoghi, città, paesi, borghi e contrade, le indicazioni stradali, oltre che rare al femminile, sono per lo più scadenti, indecise, oscure. Capita di percorrere viali, promenade, interi quartieri, isolato dopo isolato, senza poter sapere il nome della via. A Brindisi no! A Brindisi questo non accade! Le epigrafi toponomastiche campeggiano sugli spigoli, affrontate, degli edifici, all’angolo della strada!

Percorrendo Via Carmine si incontra “Via G. Arquati” con tanto di targa in bella mostra e esattamente di fronte, un’altra targa precisa “Via Giuditta Arquati”. Vedere per credere! E non basta, la strada successiva ripete la duplice intestazione nei due edifici che si fronteggiano: “Via Palestro” sul primo e “Via Palestro” sul secondo.
Mi fermo qui perché nel frattempo sono arrivato a destinazione. Colto da ispirazione e stimolato da una eccitante bevanda fresca, afferro carta e penna e scrivo queste righe con buona pace dei miei lettori baresi.
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Francesco Quarto è nato e vive a Bari. Da poco in pensione dopo tanti anni di vita da bibliotecario durante i quali ha “supportato” generazioni di studenti e non solo: docenti, ricercatori, accademici e continua a mantenere relazioni e contatti. Sviluppa le sue ricerche sulla storia della tipografia antica in Puglia scoprendo numerose edizioni ignote. La storia della città di Bari è l’altro ambito privilegiato dei suoi interessi. Da due anni ha una rubrica sui nostri quotidiani, molto apprezzata dai baresi e anche da viandanti e viaggiatori di passaggio nella città.