La Polignano di Donna Fulvia: l’antica Apeneste e la nascita dell’Abbazia di San Vito

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Meno conosciuta di suo figlio, il noto poeta e scrittore Armando Perotti, ma altrettanto acuta e fine letterata, fu Fulvia Miani in Perotti (1844- 1931). Sotto lo pseudonimo di VOLUNTAS, Donna Fulvia ci ha lasciato gustose “novelle” nelle quali ha narrato, con accurata attenzione alle fonti storiche e colori vivaci, i diversi luoghi attraversati nella sua lunga vita. Sulla sua nativa Polignano, in cui nacque il 25 febbraio del 1844, nella “Rassegna Pugliese” del gennaio 1884, pubblicò un interessante e lungo articolo in cui ricorda l’antico, leggendario nome di questa terra, “Apeneste” e dell’origine dell’Abbazia di San Vito.

Riportiamo alcuni stralci dell’articolo riedito da Felice Giovine nella raccolta “Novelle”, pubblicate nel 2019 dal Centro Studi Baresi.


La Leggenda di Apeneste

Raccontano le nostre antiche cronache che regnarono già in questa parte meridionale d’Italia i tre capitan greci, Iapige, Enotrio e Peucezio, che agli Ausonii l’avevano tolta, allorché videsi sbarcare sul litorale Adriatico nove giovanetti con altrettante fanciulle venuti d’Illiria e stabilirsi nella regione che da Bari corre a Brindisi, lungo la spiaggia del mare Superiore, ponendo in quel di Ostuni la loro capitale; crebbero ed in siffatta guisa si moltiplicarono da meritare lo sprezzo di Plinio quando li additava popolo di Pedicoli. Divenuti formidabili, si estesero in conquiste, generandovi tredici popolazioni distinte, le cui principali città furono Rhudiae, Gnathiae e Barion.

Grati a quel popolo di avventurieri dovettero riuscire gli orizzonti delle nostre marine perché esso, cui nel dolce lampo della cerulia pupilla sfolgorava il poetico riflesso del suo cielo, in memoria della patria lontana, lungo quella costa si ripopolò, avendo a fronte le natìe contrade, verso cui, inghirlandato di trionfi, correva il suo pensiero.

Città e castella edificò, fiorenti fin dal nascere e gareggianti tutti con le più splendide di Grecia. Tra queste registrasi Apeneste, leggiadra cittadina posta sul mare, poco lungi dalla roccia su cui un castello e poscia una città doveva sorgere col nome di Neapolis Peucetiae.

Diomede distrugge Apeneste

Narrasi che Diomede, l’avventuroso figlio di Tideo, sfuggendo all’eccidio di Troia, ritornando da Leuca, nel cui tempio famoso aveva deposto il sacro palladio, o pirateggiando forse, come era costume dell’epoca, per i nostri mari, approdasse ad Apeneste, distruggendola in un suo novello capriccio di Semidio.

Abbattuta od arsa, dispersi gli abitanti, i secoli che seguirono l’avvolsero di nebbia: caduta in oblio, gli antichi e moderni geografi ne falsarono la ubicazione, corrompendo il primitivo nome in Arnesto.

A dare oggi un’idea della sua vera posizione geografica citiamo l’itinerario di Antonino, il solo che consente la tradizione de’ luoghi, che la vuole edificata dove di presente vedesi la borgata di S. Vito a quattro chilometri da Polignano a Mare.

Azzurri di mare e splendori di cielo dovettero arridere alla novella colonia, la cui esistenza indubitatamente lussuosa ci offre tuttora, come squisita espressione di gentilezza greca, ricca copia di oggetti di arte, vasi, bronzi, monete, pietre dure ed ogni sorta di gingilli. […]

Carta dell’Antica Polignano

Più nulla oggi ricorda Apeneste, e della città pedicola potrà a stento l’archeologo rintracciare, protetti da fogliame delle grandi piante i pochi ruderi che qua o là si rinvengono in riva al mare o nei rigogli degli orti; il bianco delle casupole ed il profilo abbagliante dell’Abazia sorte su di essi mano mano con le diverse età, sono oggi i soli monumenti che campeggiano sugli spenti ricordi, in mezzo alle scarse rovine del passato, facendo ombra e librandosi in una stretta simpatica e serena accanto agli scoperchiati sepolcri, nascosti nella state dal fulvo arsiccio della stoppia e nel verno dalle acque gelide.

L’Abbazia

Sul finire del VI secolo, l’antica periferia di Apeneste con le terre ad essa spettanti erano addivenute feudo monastico appartenente ai frati Benedettini della vicina città di Conversano che, serbandole sotto forma di pingue fattoria, mantenevano al culto una cappelletta dedicata all’abate S. Mauro, la quale in prosieguo di tempo, lasciata cadere in abbandono, rimase per lunga pezza povera e nuda.

Era l’aprile dell’801. Lungo la costa adriatica correva come tremito di vita il fresco alito di primaverile bonaccia delle acque, che mormorando sommesse baciavano e ribaciavano la spiaggia silenziosa della città distrutta. Pei campi un fiorir d’ogni pianta; per l’aria una serenità infinita ed all’orizzonte l’incerto tremolare di bianche vele; una di esse più alta e più candida delle altre avanzavasi spedita procedendo sulla cheta superficie azzurra, mostrando così d’aver meta alla riva; avvicinandosi, prendeva forma di poderosa nave, la quale sostava a poca distanza e poi, a vele spiegate trionfalmente si dirigeva al più capace di quei porticciuoli, chiamato il Mariano dal Del Re nella sua Storia del Reame di Napoli.

L’arrivo dei resti dei martiri

Approdata che fu, vennero giù fra il sommesso salmeggiare dell’equipaggio tre casse di ferro nelle quali trovavansi riposti i corpi dei martiri Lucani, Vito, Modesto e Crescenza. Li adduceva colà la pia munificenza di principessa Longobarda, che per voto fatto, sottrattili alle sponde del Sele nella Lucania, in questa regione pugliese li deponeva in onoranza.

Sul caso sono discordi gli autori sacri, se dapprima nella cappelletta esistente od in altra apposita e di sollecito fatta costruire, fossero stati i tre corpi depositati: certo si è che trovasi scritto, avere la principessa Fiorenza fatta edificare una chiesetta nel sito dello sbarco, sotto il cui altare maggiore fece seppellire i corpi dei Martiri; dopo di che lieta del voto sciolto, partivasene, non senza aver largamente corredato di arredi e di rendite il novello santuario, rimasto alla custodia dei frati che ne possedevano i terreni.

Abbazia di S. Vito
Ingresso dell’Abbazia
Interni dell’Abbazia

Risale a quell’epoca la creazione del Santuario di S. Vito, nei pressi di Polignano a Mare, ed al quale in prosieguo di tempo fu annessa l’Abazia che, nata col dominio greco seppe raggiungere il massimo splendore sotto la dominazione dei re normanni.

Immagine d’epoca Santuario di S. Vito

Foto moderne: Nicola Antonio Imperiale

Immagini d’epoca: Felice Giovine

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Felice Giovine è nato a Bari. Nel 1985 ha creato il Centro Studi Baresi, il Comitato per l’eliminazione del J (gei) dall’italiano e dal barese; nel 2009 ha pubblicato e diretto U Corrìire de BBare (fino a febbraio 2012); nel maggio 2012, l’Accademia della Lingua Barese “Alfredo Giovine” (con Rino Bizzarro, Gigi De Santis e Gianni Serena). È figlio di Alfredo da cui ha ereditato l’Archivio delle Tradizioni Popolari Baresi e la Sezione Civiltà Musicale Pugliese, oltre a la crosce de mbarà a le barise a llègge e a scrive come se dève la lèngua noste.

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