L’accento sulla doppia “i” barese: Recchìine o Recchiìne? Per me pari non sono
Orecchini in barese
Nella prefazione al suo Dialetto di Bari. Grammatica, lettura e scrittura nel 1964 Alfredo Giovine afferma:
(…) anche se il presente libretto non risolve tutti i problemi inerenti la grafia dialettale, per lo meno avrà tracciato una strada, per una necessaria revisione dello stato attuale della scrittura. (…) Certo, io mi rivolgo a chi ragionevolmente vuol mettere ordine in questo settore. Non ha importanza che il risultato non sia immediato, purché si incominci. Ed io credo che per primo abbia voluto dare la dimostrazione di voler rivedere alcuni miei orientamenti che ritengo superati. (…) La presente grammatica è dedicata soprattutto al popolo minuto e a chi vorrà prendere cognizioni del dialetto barese; certo non è rivolta ai glottologi, ma spero che gli stessi possano trovare qualcosa che li possa incuriosire.
E io mi sarei aspettato proprio dai glottologi una annotazione IPA (Alfabetico fonetico internazionale) su una particolare pronuncia barese. Che ora vado ad illustrare.
Si tratta di una revisione grafica di un termine che fino ad oggi è stato trascritto in modo non corretto rispetto alla pronuncia, anche da chi scrive.
Parliamo di “orecchini”. Tutto nasce da un modo di dire:
la Madonne sape ci-pporte le recchìine (letteralemente: La Madonna sa chi porta gli orecchini; nel senso: c’è sempre qualcuno che conosce i fatti).
Innanzitutto va precisato che in questo caso il riferimento è agli uomini, nonostante gli orecchini facciano pensare piuttosto alle donne, perché nell’Ottocento erano oggetto di ostentamento da parte di appartenenti alla malavita e da trainìire e galessìire, cavallanti. Non pochi di costoro, nel tempo, pur essendosi “ripuliti e riciclati”, e avendo abbandonato certe croscke (cricca poco raccomandabile), nelle feste comandate e durante le processioni (di San Nicola e a Natale), solevano agghindarsi con tali oggetti. Ce lo racconta anche Luigi Fallacara (Terra d’argento, p.131), ma anche io ho un ricordo di qualche “nostalgico” che veniva ingaggiato da mio padre per scaricare i vagoni merci di piccola velocità, molto usati negli anni ’50.
Ebbene, soffermiamoci su quel recchìine che talquale oggi trascriviamo, ma in maniera non corretta, mi rivolgo soprattutto a chi ama il barese e lo studia (non di certo a chi “fa opposizione” senza alternative giustificate e costruttive), esso va letto come cappìidde (la prima i accentata, la seconda sfumata, come vastasìidde, vecchiarìidde, ecc.).
Nel barese, però, esiste un fonema particolare e precipuo che è “iì” (es: aiìre, traiìne, iìnde e pochi altri), il cui suono, come ho sempre suggerito e consigliato, lo si ottiene facilmente pronunciando di seguito: ià, iè, iì, iò, iù.
Ebbene, di questo esiguo numero fa parte anche recchiìne che, ripeto va trascritto con doppia i, la prima normale e la seconda accentata. Mi astengo da “critiche” verso chi usa il j (gei), al posto del “facilissimo” i, senza giustificato motivo, facendo scena muta, quando si chiede loro di evidenziare le differenti pronunce.
Ma non finisce qui perché, approfondendo, accerto che allo stesso gruppo appartiene anche chiìne, pieno. Questa parola nel superlativo, “pienissimo”, ha sue pronunce, una corrente chìine-chìine e l’altra più arcaica e originiaria chiìne-chiìne, che, in alcuni casi, va scritta con doppia c: cchiìne-cchiìne.
Così è, perché mi pare.
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Felice Giovine è nato a Bari. Nel 1985 ha creato il Centro Studi Baresi, il Comitato per l’eliminazione del J (gei) dall’italiano e dal barese; nel 2009 ha pubblicato e diretto U Corrìire de BBare (fino a febbraio 2012); nel maggio 2012, l’Accademia della Lingua Barese “Alfredo Giovine” (con Rino Bizzarro, Gigi De Santis e Gianni Serena). È figlio di Alfredo da cui ha ereditato l’Archivio delle Tradizioni Popolari Baresi e la Sezione Civiltà Musicale Pugliese, oltre a la crosce de mbarà a le barise a llègge e a scrive come se dève la lèngua noste.