La nuova monografia di Scionti su Pietro Maria Favia: tradizione e coerenza architettonica di Bari vecchia
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Mauro Scionti, Pietro Maria Favia 1895-1972. Un architetto al Comune di Bari, Mario Adda Editore, Bari 2021
Il panorama degli studi sull’architettura barese del Novecento si arricchisce di un nuovo prezioso contributo del prof. Mauro Scionti, che di tali studi è stato uno dei pionieri: sono trascorsi quasi quarant’anni, difatti, dal suo Architettura e urbanistica nella Puglia fascista (1985, scritto con Ennio Corvaglia), testo tuttora valido per contenuto, esposizione e metodo.
Il protagonista del nuovo libro è Pietro Maria Favia (Bari 1895-1972), architetto misconosciuto, nonostante abbia progettato edifici ben noti a tutti i cittadini baresi: chi non è mai stato, ad esempio, nel Palazzo degli Uffici Comunali in piazza Chiurlia? Il fabbricato, perfettamente “intonato” al contesto della Città vecchia, venne realizzato nel dopoguerra dal Favia – in veste di Architetto Capo della Sezione LL. PP. e Urbanistica dell’UTC di Bari, nonché Segretario della Commissione Speciale per la Città Vecchia – in continuità coi precedenti interventi degli anni Trenta. Al Favia si debbono infatti parecchi interventi che segnano il volto urbano della nostra città, come ad esempio la sistemazione delle colonne romane (1935) che scandiscono la passeggiata del Lungomare Imperatore Augusto.
Tutti i suoi interventi nel centro antico di Bari furono attuati in continuità con le idee espresse nel “Piano Petrucci” (Piano Regolatore e Diradamento Edilizio della Città Vecchia) del 1931, idee, a loro volta, mutuate da Gustavo Giovannoni (Roma 1873-1947), illustre teorico del restauro architettonico e urbano. In particolare, fu rispettato il principio di “ambientamento”, che, verbis brevis, rigetta le irruzioni nell’antico del contemporaneo. Facendo un banale esempio, il Palazzo Andidero (Arch. Marcello Petrignani, 1973) tra via Venezia e vico Re Manfredi non avrebbe certo ricevuto l’approvazione di Giovannoni, Petrucci o Favia. L’uso dei materiali tradizionali, ma soprattutto una modalità compositiva in cui il richiamo alla classicità, al Medioevo ed al Rinascimento viene esplicitato senza alcun cedimento all’imitazione pedissequa o all’invenzione bizzarra, rende le sue architetture perfettamente consone al contesto del centro antico.
L’architettura della Scuola Elementare Filippo Corridoni (1933-34) – peraltro ornata dalla lapide di Giulio Cozzoli (Molfetta 1882-1957) a ricordo del Martire – e della Scuola Materna “Vincenzo Diomede Fresa” (1936), la cui torre riecheggia le antiche torri civiche dei comuni medievali, è al contempo rimarchevole e discreta. Tale è la discrezione della sua architettura che in largo Chiurlia l’accesso alla Città vecchia non viene sottolineato da alcun “segno forte”, né architettonico, né tantomeno decorativo: solo negli anni Settanta, un bel mosaico di Umberto Colonna (Bari 1913-93) raffigurante il Santo Eponimo indicherà ai visitatori l’ingresso al quartiere “San Nicola”. Non mancarono interventi nella Città nuova, tra i quali spicca la Casa del Mutilato (1935-40) in largo Fraccacreta, per la quale si avvalse della collaborazione dei Fratelli Prayer (che ne decorarono gli interni).
L’obiettivo che si pone il testo è quello, chiaro fin dal titolo, di porre nella giusta luce l’opera dell’architetto: si tratta dunque della classica monografia, ma, come è consuetudine dell’Autore, ampio spazio è dedicato al contesto, soprattutto per quel che attiene il dibattito architettonico-urbanistico dell’epoca, particolarmente fervido d’idee, dal livello internazionale a quello locale, passando naturalmente per quello nazionale. Se a livello internazionale le pretese egemoniche della cultura architettonica “moderna” o “razionalista” trovano ben pochi ostacoli – vana fu l’opposizione di valorosi architetti e teorici d’architettura come Sir Reginald Blomfield (Londra 1856-1942) al “modernismo” imperante nel mondo anglosassone – in Italia la situazione è affatto diversa, sicché i due fronti contrapposti dei “tradizionalisti” e dei “modernisti” tendono spesso a confondersi (talora per ragioni d’opportunità, talaltra per mero opportunismo). Il deus ex machina del difficile compromesso tra le nuove tendenze artistiche e la grande tradizione architettonica italiana, di matrice classicista e rinascimentale, fu Marcello Piacentini (Roma 1881-1960), e fu proprio il Piacentini ad aver grandissima influenza nella neonata Scuola Superiore di Architettura di Roma, influenza di cui fornisce ampia testimonianza la rivista Architettura e Arti Decorative (fondata dal Piacentini assieme a Gustavo Giovannoni, fondatore a sua volta della predetta Scuola di Architettura).
Il giovane Pietro Favia fu il secondo laureato della nuova scuola, e la sua tesi di laurea (il progetto di un Albergo alpino) fu pubblicata sulla rivista piacentiniana: un onore ambito per un giovane neo-laureato, ma soprattutto un meritato riconoscimento. Per un amaro scherzo del destino, proprio nel giorno della sua laurea il Nostro riceve un telegramma con la notizia della morte dell’amato genitore, che per primo aveva instillato nel figlio la passione per l’arte. Giuseppe Favia (Bari 1865-1923) era infatti un valente scalpellino, il quale, oltre a parecchie opere cimiteriali, ha lasciato nella nostra città le sculture neo-medievali della Chiesa di S. Maria degli Angeli (1900) a Bari Vecchia, del Convento delle Suore Carmelitane (1900-01) in via De Rossi, nonché quelle del Palazzo Fizzarotti (anche se alcune cronache dell’epoca tramandano il nome di un tal “Giovanni Favia”, il che darebbe adito a dubbi).
Ineludibile il confronto con Saverio Dioguardi (Rutigliano 1888 – Bari 1961), l’artefice che monopolizza la scena architettonica barese negli anni Trenta. I loro percorsi professionali sono inizialmente simili: Pietro e Saverio, giovanissimi, hanno la prima formazione da autodidatta nell’impresa di famiglia (Giuseppe Favia era scalpellino, Nicola Dioguardi capomastro: ambedue titolari di un’impresa di costruzioni), e si dedicano costantemente all’esercizio del disegno. In seguito, però, i loro percorsi si differenziano: mentre la “passione per il monumentale” non verrà mai meno in Dioguardi, Favia si dedicherà all’architettura in maniera certamente più “prosaica”, seppur non meno fruttuosa. Dioguardi guarda al futuro, ma è ben radicato nella grande tradizione architettonica italiana che aveva informato l’accademismo ottocentesco “Beaux Arts”, ovvero quell’eclettismo che a Bari viene “importato” da Cesare Augusto Corradini (Roma 1860 – Bari 1932), e che soppianta finalmente gli stantii schemi neoclassici “murattiani”. Favia invece è interamente proiettato verso l’avvenire, non è casuale il fatto che si sia laureato (tra i primi, come abbiamo visto) in quella “scuola romana” che ha formato alcuni tra i maggiori professionisti del secondo Novecento (en passant, è proprio da una “costola” della “scuola romana di architettura” che nasce la facoltà di Architettura del Politecnico di Bari, grazie all’opera del prof. Claudio D’Amato Guerrieri, formatosi a Roma con Paolo Portoghesi).
I percorsi professionali di Favia e Dioguardi s’intrecciarono spesso, trovandosi talora a collaborare o a competere. Nel 1934 furono sia collaboratori che “rivali”: collaboratori nel concorso nazionale per il Palazzo Littorio di Roma, rivali in quello per la Casa del Fascio di Bari Il concorso romano fu uno dei più prestigiosi di quel periodo, e vide partecipare il gotha degli architetti del Ventennio: essendo, notoriamente, noi meridionali alquanto sfavoriti nelle competizioni nazionali (chissà perché…), era necessario unire le “forze baresi” per poter ben sperare; pertanto, Dioguardi e Favia si associarono col collega Marino Lopopolo (Bisceglie 1905 – Bari 1980), ottenendo critiche unanimemente positive a compenso del loro talento e dei loro sforzi (il concorso, come sappiamo, ebbe esito nullo: l’area prescelta, dinanzi al Colosseo, fu giudicata inidonea e se ne bandì un altro che vide prevalere il gruppo Foschini-Del Debbio-Morpurgo, che nel dopoguerra riprenderà il vecchio progetto del Palazzo Littorio per adattarlo a sede del Ministero degli Esteri). I rapporti col collega Marino Lopopolo verisimilmente non furono sempre idilliaci: nel dopoguerra Favia fu il più strenuo oppositore del progetto per un faraonico grattacielo (1947) in piazza del Ferrarese, balzana idea di Lopopolo, forse tardiva reminiscenza di giovanili passioni “futuriste”. Tornando al concorso per la Casa littoria barese – esiziale per giudicare correttamente l’intero corpus progettuale del Favia, esaurientemente illustrato da Scionti – in quell’occasione prevalse il “romano” (per formazione, pugliese per nascita) Concezio Petrucci (San Paolo di Civitate, Foggia 1902 – Roma 1946), mentre Favia e Dioguardi dovettero contentarsi del secondo premio ex aequo, anche perché (ma non vorremmo malignare) il Petrucci era sceso in pista come “favorito”, essendo il pupillo dell’accademico Giovannoni.
Tuttavia, il concorso barese, esattamente come quello romano, non ebbe alcun esito. Nella stessa area in cui avrebbe dovuto sorgere la Casa del Fascio, largo Chiurlia, nel dopoguerra Favia realizzò la summenzionata sede degli Uffici Comunali (opera dalla lunga gestazione, che riprende i progetti anni Trenta per la sede del PNF ma si conclude soltanto nel 1961): opera emblematica del Favia, in quanto costituisce uno dei principali accessi alla Città vecchia da lui tanto amata; un amore che rivive nelle tavole del suo libro Antico volto di Bari (1947), per il quale ricevette apprezzamenti non solo dai colleghi architetti Marcello Piacentini, Alberto Calza-Bini, Vincenzo Fasolo, Giuseppe Samonà, ma anche da valenti artisti come lo scultore tranese Antonio Bassi, e da uomini politici come Araldo Di Crollalanza e Tommaso Fiore.
Tali disegni, ordinati e minuziosi, mostrano il volto di Bari vecchia prima e dopo gli interventi degli anni Trenta, e sono riprodotti in appendice, ad arricchire ulteriormente il volume di Scionti, che costituisce una preziosa raccolta di testimonianze, testuali e iconografiche, inerenti alla storia architettonica ed urbana della nostra città.
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Simone de Bartolo – Architetto e storico dell’arte, ha al suo attivo la pubblicazione di vari libri e numerosi articoli sull’Arte italiana, con particolare riguardo alle città pugliesi tra Ottocento e Novecento. È Socio Fondatore del Centro Studi “Araldo Di Crollalanza” di Bari.

Sono una prof. di Latino e Greco, abiatante a TREIA provincia di Macerata Marche- Mia suocera aveva in casa un due ritratti, uno di Favia….., l’altro della Barionessa D’amelij Melodia…Mi sfuggono i nomi e non ne conosco l’identità,precisa, ma credo fosse suoi nonni- Il papà di mia suocera, Giovanna Favia, nata nel 1906, era Gabriele Fav- Vorrei conoscere la sua discendenza nobile,,se possibile..Chiedo scusa del tempo rubato alla sua professione- .Molte cose le aggiungerò in seguito, se opportune e se vorrà- …MOLte grazie- Un salutissimo-
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