Cinema Oriente: le dimenticate decorazioni dei fratelli Prayer
Oriente
Nessun artista del ‘900 ha donato a Bari un patrimonio di opere paragonabile – sia quantitativamente che qualitativamente – al lascito degli artisti Mario Prayer (1887 – 1959) e Guido Prayer (1898 – 1968): gli affreschi nell’Aula Magna dell’Ateneo costituiscono di certo l’impresa più cospicua, ma non possiamo dimenticare le pitture nella chiesa di San Giuseppe al rione Madonnella, nel Kursaal Santalucia e nell’asilo Manzari-Buonvino, per citare le principali. Tuttavia, vi sono parecchie altre opere perdute o dimenticate, come le decorazioni del Cinema Oriente realizzate dalla Bottega d’Arte F.lli Prayer, quindi congiuntamente dai due fratelli artisti.
Il Cinema Oriente e la sua storia
La storia del Cinema Oriente è nota. Il fabbricato, sito in corso Cavour n. 28-36 (rione Murat), fu voluto dall’imprenditore cav. Michele Marroccoli, che nel 1918 – all’indomani del primo conflitto mondiale – ne commissionò il progetto e l’esecuzione agli ingegneri Giuseppe Jandolo e Orazio Santalucia. Le decorazioni esterne, con putti reggenti festoni di foglie di quercia, sono attribuite allo scultore Giovanni Laricchia (1866 – 1940): tuttavia, essendo solito il Laricchia avvalersi di collaboratori limitandosi al ruolo di capomastro, non è da escludersi che il modello di questo raffinato fregio possa essere di mano degli stessi Prayer (trattandosi di decorazioni di facciata in litocemento, come nel caso della maggior parte delle facciate in stile Liberty, esse non sono scolpite nella viva pietra ma vengono ricavate da una matrice a sua volta derivante dal modello dell’artista).
Le decorazioni della sala dell’Oriente
La sala cinematografica venne inaugurata il 23 agosto 1928: di dimensioni considerevoli (mt. 35 di larghezza per 12 di ampiezza, per una capienza di 2.000 posti) era ornata di pregevoli pannelli decorativi dei Prayer, come riportato dalle cronache dell’epoca.
Vivaci decorazioni a tempera corrono lungo le pareti di sostegno del soffitto a riquadri, che l’arte di Mario Prayer e di suo fratello Guido hanno ravvivato di simboliche figure policrome. […] folla di autorità e di invitati che assieparono l’immensa sala si congratularono vivamente col Prayer che, ideando e creando la magnifica decorazione, ha arricchito la nostra città di una bella opera d’arte. […] I pannelli che corrono lungo la parete riproducono l’alterna vicenda della commedia, della tragedia e della danza attraverso i tempi ed attraverso i costumi dei popoli. Sul frontone del proscenio che si erge maestoso a conclusione logica ed armonica di tutto il complesso architettonico del teatro è riprodotto in tonalità cromatiche pacate il Parnaso con le Muse. Sulla parete di fondo tra due pannelli di derivazione arcadica vi è un interessante quadro simbolico: la forza e a fragilità umana sorreggono un prisma cosmico rifrangente sullo schermo i mille e mille atteggiamenti della vita terrena. In fondo il destino stende il filo delle vicende individuali ed una chimera rappresenta l’eterno confronto dell’umanità: la illusione! Come si nota da quanto abbiamo sinora riferito, la simbolica raffigurazione è quanto mai originale e personale e dimostra, qualora ve ne fosse bisogno, tutta la vigorosa potenza dell’arte prayeriana. Aggiungono delizie di forme e di rilievi le cornici e le cariatidi in stucco e pletora di luce le numerose lampade disposte lungo i riquadri, le mensole e il soffitto.
Cita La Gazzetta del Mezzogiorno del 24 agosto 1928.
Il “Parnaso”
Tali decorazioni, a quanto ci consta, sono tuttora in situ, tuttavia la sala, da una ventina d’anni, non è più accessibile al pubblico, pertanto ne è preclusa la visione. Nelle foto scattate all’epoca dell’inaugurazione si intravede il riquadro con il “prisma cosmico” che pare un grande blocco di quarzo sfaccettato, mentre negli altri riquadri ricorrono scene tersicoree: musici abbigliati secondo lo stile di diverse epoche, dame del ‘700 con ampi ventagli invitate a prender parte alle danze da giovani cicisbei, eccetera.
Nell’arcoscenico si trova dipinto il Parnaso (firmato in basso a destra M. Prayer), con Apollo citaredo al centro della composizione, attorniato dalle Muse, ognuna coi propri attributi specifici: Urania è immediatamente riconoscibile dal globo ai suoi piedi riproducente la sfera celeste, mentre per identificare le altre con assoluta certezza necessiterebbe una visione ravvicinata (la figura dall’atteggiamento fiero che impugna una spada dovrebbe essere Clio, musa della Storia e dell’Epica; quella con la lira dovrebbe essere Tersicore, musa della danza, mentre colei che mostra le sue grazie potrebbe essere Erato, la musa della poesia d’amore).

È interessante notare che, mentre nell’arcoscenico – posizione riservata, tradizionalmente, al riquadro pittorico più importante – è trattato un tema estremamente convenzionale (il Parnaso, appunto), nel pannello contrapposto ad esso, ossia il centrale nella parete di fondo, è svolto un tema originale, declinato in maniera personalissima: il tema del “prisma cosmico”.
Il “Prisma cosmico”
Se nel Parnaso vi è la reminiscenza del celebre affresco di Raffaello nelle Stanze Vaticane nonché delle innumerevoli reinterpretazioni neoclassiche a partire da quella di Anton Raphael Mengs (capofila del neoclassicismo, amico del Winklemann e fedele interprete della teoria del “bello ideale”) – nel Prisma cosmico manca qualsiasi riferimento ad opere pittoriche antecedenti, ed il significato dell’allegoria è spiegato direttamente dagli artisti che l’hanno concepita, tramite l’ignoto articolista della Gazzetta. Il Parnaso è improntato ad un neoclassicismo con accenti Liberty, mentre il Prisma cosmico rimanda al Liberty ed al Simbolismo: i Prayer avevano di certo presenti, oltre alle opere di Adolfo De Carolis, quelle di Giovanni Segantini, Leonardo Bistolfi e Pierre-Puvis De Chavannes (simbolista francese non immune da suggestioni mitiche classiche).

Artisti ricettivi
È in dipinti come questi che si rivela appieno l’arte dei Prayer: mai pittori “d’avanguardia” (nel senso di programmatica eversione della tradizione artistica), per una precisa scelta di campo derivante da una presa di coscienza, etica ed estetica, essi furono artisti estremamente ricettivi nei confronti delle correnti artistiche europee dell’inizio dello scorso secolo, pertanto tutt’altro che “isolati” o “provinciali”.
Sono i critici miopi e superficiali, ad accusare l’arte figurativa del ‘900 di “provincialismo”: un marchiano errore, derivante dall’ideologia propalata dalle avanguardie artistiche. In quell’epoca, la nostra città intendeva raggiungere il livello artistico delle grandi città europee, sicché l’incontro tra Bari e i Prayer appare quasi una predestinazione. Una città tutt’altro che provinciale accolse due artisti tutt’altro che provinciali, ed è tempo di dar loro il posto che meritano nell’arte del ‘900.
Foto: Archivio Prayer per gentile concessione del dott. Silvano Prayer
Bibliografia:
- La Gazzetta del Mezzogiorno, 24 Agosto 1928
- Simone De Bartolo, Bari ‘900 tra Eclettismo e Liberty, Bari 2019
- Simone De Bartolo, Guido Prayer (1898-1968). Un artista veneziano in Puglia (in corso di pubblicazione)
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Architetto e storico dell’arte, ha al suo attivo la pubblicazione di vari libri e numerosi articoli sull’Arte italiana, con particolare riguardo alle città pugliesi tra Ottocento e Novecento. E' curatore del blog sull'arte del Ventennio "Arte Ventennio": www.arteventennio.com.




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