Falsi storici: il Messaletto di Bari non è il Libro Rosso e non è nemmeno “rosso”
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Lungi da noi volersi inoltrare negli infidi sentieri delle polemiche e delle diatribe che da sempre caratterizzano il vissuto di filopatristi e storici locali, soprattutto quando si tratta di dare un valore etimologico al nome di una città o di una strada, tipo Strada Femmina Morta o Contrada Cacaveccia. Tuttavia il nostro amor proprio è costretto a reagire per contestare, o comunque proporre una variante di ordine storicistico quando trova, anzi ritrova, quello che considera un falso storico tradottosi in una vera e propria fake news d’antan.
Dobbiamo pertanto provare a correggere un assunto che abbiamo incontrato in un volume, peraltro elegante e ben scritto, di un nuovo storico della città di Bari. Ci riferiamo a Antonio Dammacco e alla sua Bari e la sua storia, recentemente recensito degnamente su questa testata.
L’autore fa menzione del Libro Rosso della Città di Bari, altrimenti detto Messaletto. La sua asserzione è basata sull’autorità del mitico Vito Antonio Melchiorre che definì “sinonime” le due locuzioni, in una pletora di suoi lavori tra i quali l’eponimo Libro Rosso di Bari o Messaletto (2001).

Contestammo più volte a Vito Antonio la veridicità della sua convinzione sulla scorta di una quantità di fonti documentarie variamente distribuita tra archivi e biblioteche della nostra città. Melchiorre, “capatosta”, non volle mai accogliere le nostre riserva, forte come era, a sua volta, dell’autorità di fonti letterarie e storiche che identificavano in una quelle che invece erano due scritture.
È troppo lungo rievocare, citare e trascrivere brani dalle fonti delle due versioni della storia delle scritture giuridiche (libri jurium) della antica città di Bari.
Possiamo tuttavia suggerire la consultazione di un nostro contributo, pubblicato una dozzina di anni fa (Melchiorre ancora vivente), che ha ricevuto anche una menzione di merito in occasione di un premio letterario da una giuria composta dalla storica dell’arte Clara Gelao, dall’accademico Angelo Massafra e dal Linceo Cosimo Damiano Fonseca.
Solo per riassumere i vari elementi in gioco, possiamo dire che già lo storico secentesco Francesco Lombardi non usa mai la parola Libro Rosso nel suo Compendio Cronologico delle vite dei vescovi baresi (1697), ma Registro dei Privilegi; usa inoltre la parola Messaletto per indicare una scrittura del tutto diversa da quella raccolta di privilegi, che oggi si può identificare con il Libro Rosso (cosiddetto) conservato presso l’Archivio di Stato di Bari.
Allo stesso modo le numerosissime Allegazioni Giuridiche prodotte dagli avvocati baresi del XVIII secolo per dirimere i contenziosi tra i partiti nobiliari della città menzionano il Messaletto come quella scrittura sulla quale erano indicati i nominativi dei casati della nobiltà cittadina ai sensi dei disposti regi della metà del XVI secoli che imponeva alle città del regno l’adozione di un “libro d’oro” della nobiltà.
Allora Messaletto e cosiddetto Libro Rosso hanno scopi e funzioni diverse, anche se dobbiamo ricordare che su quest’ultimo vi è un elenco delle famiglie nobili, ma come mera notazione mnemonica da parte dei compilatori.
I compilatori del Libro rosso furono i due notai Nicolangelo e Scipione Cardassi, che vi posero mano, forse su mandato del governo della città, negli ultimi anni del XVI secolo. Si noti che la gran parte dei Libri Rossi delle città del sud Italia cominciarono a essere prodotti non meno di un secolo primo e questa è già una anomalia per la scrittura barese.
Si sappia inoltre che il libro fu tenuto sempre presso i Cardassi per poi passare nel possesso di altri nuclei familiari della nobiltà barese, fino ai Calò Carducci i quali consentirono al notaio e storico Giuseppe D’Addosio di consultarlo e trascrivere lunghi brani.
Per un qualche recondito motivo, gli storici baresi della fine del XIX secolo decisero che il Libro Rosso era scomparso, cosi Armando Perotti, Eustachio Rogadeo, Francesco Carabellese, che ne lamentarono la perdita elevando geremiadi e piagnistei vari.

A metà del secolo successivo i direttori della biblioteca consorziale Leonardo D’Addabbo e dell’archivio di Stato provarono, sulle pagine della rivista Japigia, a segnalare le equivoche supposizioni di quegli storici, ma con scarsa fortuna, forse non essendo equipaggiati dei necessari titoli accademici atti a sostenere contraddittorie argomentazioni.
Il direttore dell’archivio, Pasquale Di Bari, si spinse oltre: acquistò il Libro Rosso dalla famiglia che lo deteneva continuativamente da secoli!
Sorte diversa per il Messaletto, se ne perse traccia già in antico come lamentavano quegli avvocati prima ricordati. Ma lo si capisce: trattandosi di un documento che aveva una sorta di valore legale e comunque vincolante per la sua capacità di determinare la effettiva nobiltà di una famiglia o di un singolo cittadino, era destinato a scomparire come prova indubitabile; si pensi che gli attributi di nobiltà erano indispensabili a quei tempi per partecipare del governo della città e accaparrarsi così cariche, onori, prebende prestigio.
Insomma il Messaletto non è il Libro Rosso e il Libro Rosso non è “un Libro Rosso”!

Bibliografia
- Leonardo D’Addabbo, Il “Messaletto” della Città di Bari, in Iapigia, IX, 1938, fasc. II, p. 248-249.
- Francesco Quarto, Le antiche scritture di Bari. Considerazioni critiche sul Messaletto e altre fonti documentarie della città. Bari, Centro Studi Nicolaiani – Levante Editori, 2009.
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Francesco Quarto è nato e vive a Bari. Da poco in pensione dopo tanti anni di vita da bibliotecario durante i quali ha “supportato” generazioni di studenti e non solo: docenti, ricercatori, accademici e continua a mantenere relazioni e contatti. Sviluppa le sue ricerche sulla storia della tipografia antica in Puglia scoprendo numerose edizioni ignote. La storia della città di Bari è l’altro ambito privilegiato dei suoi interessi. Da due anni ha una rubrica sui nostri quotidiani, molto apprezzata dai baresi e anche da viandanti e viaggiatori di passaggio nella città.
Complimenti al dott. Francesco Quarto per la precisa ricostruzione della vicenda del ” definito” Libro Rosso di Bari. Un caro saluto al dott. Quarto.Vincenzo Robles