Passeggiate architettoniche in Puglia: l’ultimo libro di Mauro Sàito

Sàito

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“Cento sentire non valgono un vedere”, recita un antico proverbio giapponese. Tanto più vero, se parliamo di architettura, le cui opere non soltanto debbono essere guardate ma altresì attraversate e vissute.

Le guide alle architetture pugliesi non costituiscono certo una novità: tra gli antecedenti illustri, vanno menzionati almeno il Voyage pittoresque ou description des royaumes de Naples et de Sicile di Jean-Claude Richard de Saint-Non e il Pellegrino di Puglia di Cesare Brandi (citati nella Prefazione di Giandomenico Amendola). Tuttavia, una guida alle principali opere novecentesche della Puglia costituisce una novità nel panorama editoriale: il solo precedente si ritrova in un volume del medesimo autore (M. Sàito – A. Pagliuca, 9 itinerari x 100 architetture del ‘900. Basilicata e Puglia, Roma 2019), mentre numerose guide sono state pubblicate sui singoli capoluoghi (su Bari l’Atlante ‘900 di Francesco Paolo Gismondi e Nicola Signorile, nonché, limitatamente alla prima metà del ‘900, alcuni volumi pubblicati dallo scrivente). 

L’itinerario di Sàito

L’itinerario proposto da Mauro Sàito parte da Sud e procede verso Nord, con l’autore che fa da cicerone colloquiando in prima persona con il lettore: si parte dalla Cascata Monumentale dell’Acquedotto Pugliese (il cosiddetto “Terminale” dell’Acquedotto) a Santa Maria di Leuca dell’ing. Cesare Brunetti (1894-1962), per arrivare all’Hotel Gusmay a Peschici dell’arch. Marcello D’Olivo (1921-91).

Tra questi due estremi, una serie di opere che non elenchiamo puntualmente per lasciare al lettore il piacere della scoperta limitandoci ad alcune considerazioni essenziali.

La prima considerazione da fare è in merito alla selezione delle opere: ciò che è significativo per qualcuno, può non esserlo per qualcun altro. Ovvietà, che però è d’uopo ribadire. Ogni selezione comporta delle inevitabili omissioni, ma si deve dare atto all’autore di una logica coerenza, avendo dichiarato apertis verbis di aver privilegiato le opere aventi carattere di “modernità”.

Opere non trattate

È quindi inevitabile che siano state escluse dalla trattazione (seppur menzionate en passant) opere pur rilevanti come la Fiera del Levante (1928-30) di Cesare Augusto Corradini (1860-1932) o il Palazzo della Provincia (1930-35) di Bari di Saverio Dioguardi (1888-1961), mentre di quest’ultimo non poteva certo mancare un’opera emblematica come il Circolo Barion (1934) in stile “classico-futurista”. D’altro canto, la Puglia nel ‘900 ha vissuto una stagione di fervore costruttivo – talora con esiti nefasti, come avvenne durante il famigerato boom edilizio degli anni ’60 – tale che una selezione è necessaria per motivi di spazio.

L’architetto Armando Brasini

Sembrerebbe pertanto una contraddizione l’aver inserito nella trattazione il Palazzo del Governo (1929-34) di Taranto, magnum opus dell’architetto antimoderno per eccellenza: l’accademico d’Italia Armando Brasini (1879-1965). Ma in effetti, l’architettura di Brasini va molto al di là del semplice revival storicistico, cui la miope critica zeviana l’aveva apparentato. Come spesso accade, sono gli autori stranieri a valutare degnamente ciò che i critici nostrani disprezzano: la riscoperta di un genio come Brasini – sorta di “Bernini del ‘900” con il suo eclettismo neobarocco – avvenne infatti ad opera dell’autorevole critico americano Robert Ventury (Complexity and contraddictions in Architecture, 1966). Non possiamo dunque che concordare con Sàito quando afferma: “Quest’edificio assume una rilevanza storica, oltre ogni critica, perché è quasi incredibile che sia stato costruito, che esista insieme alle altre architetture straordinarie di cui la città di Taranto è dotata”.

Un’ulteriore testimonianza del rinnovato interesse, dopo tanta sfortuna critica (Cesare Brandi nel suo Pellegrino di Puglia stroncò pesantemente tutti gli edifici d’epoca fascista), per il palazzo è la perspicua monografia dedicatagli recentemente da Antonio Labalestra (Il palazzo del Governo di Taranto. La politica, i progetti e il ruolo di Armando Brasini, Roma 2018).

Un’ulteriore testimonianza di quella modernità che si nutre dell’esempio antico è data dal colossale Serbatoio dell’Acquedotto Pugliese (1937-38) di Corigliano d’Otranto, opera dell’ing. Gaetano Minnucci (1896-1980), che si richiama ai progetti visionari di architetti quali BoullèeeLedoux, i cosiddetti “architetti rivoluzionari” (soprannominati in questo modo poiché operarono nel periodo della Rivoluzione francese), tra neoclassicismo ed illuminismo: la struttura del serbatoio, infatti, avendo la forma d’un rocchio di colonna sovradimensionato, appare allo spettatore come l’immane rovina d’un tempio antico di dimensioni ciclopiche.

L’attribuzione del Palazzo INA di Lecce

Una considerazione in merito all’attribuzione del Palazzo INA (1936-41) di Lecce: l’autore ne attribuisce il progetto ad una terna di professionisti, gli ingegneri Oronzo Pellegrino (1900-68), Mario Sarno (1900-59) e Giuseppe Maghin dell’Ufficio Tecnico INA. Un’attribuzione formalmente ineccepibile, in quanto gli elaborati tecnici custoditi negli archivi – citati in numerosi studi, tra i quali quelli di Mauro Scionti e di Gabriele Rossi docenti del Politecnico di Bari – riportano le firme di questi tecnici: tuttavia, chi scrive ha motivo di ritenere – sulla base di informazioni rinvenute nella pubblicistica dell’epoca – che il vero autore del progetto architettonico sia l’arch. Nino Starace (1910-73), un artista misconosciuto, forse soggetto a damnatio memoriae per la sua parentela (presunta, visto che le notizie biografiche finora reperite non consentono certezze) con il potente gerarca salentino Achille Starace.

Le foto del volume

Il volume è impreziosito da numerose fotografie in bianco e nero, che rendono appieno la limpida definizione delle volumetrie architettoniche. Oltre alle opere summenzionate, sono presenti tante altre architetture dei protagonisti della scena novecentesca, sia a livello nazionale (Giò Ponti, Alberto Calza Bini, Pier Luigi Nervi, Giuseppe Samonà, Mario Ridolfi, Franco Purini, Renzo Piano) che a livello locale (Vito Sangirardi, Vincenzo Chiaia, Onofrio Mangini).

L’autore del volume: l’architetto Mauro Sàito

Il nome dell’autore, Mauro Sàito, è ben noto a quanti s’interessino di architettura contemporanea, visti i suoi notevoli progetti in ambito pugliese: ambito che, con questo libro, ha dimostrato di conoscere in maniera approfondita. Tra l’altro, è proprio a Sàito che si deve il restauro del Padiglione della Cassa del Mezzogiorno (1951) alla Fiera del Levante, opera misconosciuta dell’architetto Pietro Favia (1895-1972) riportata ai prischi splendori ed anch’essa trattata nella guida.

Il nostro auspicio è che la conoscenza dei luoghi – il genius loci degli antichi – divenga la necessaria premessa per la progettazione del nuovo: altrimenti, subiremo un’ulteriore invasione di brutti “ecomostri” e dispendiose “cattedrali nel deserto”. Sia dunque questo libro un viatico non soltanto per gli architetti, ma anche per i politici e per i cittadini consapevoli. Perché solo meditando sul passato si può costruire il futuro.


Link Edipuglia:

https://edipuglia.it/catalogo/passeggiate-architettoniche/

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Architetto e storico dell’arte, ha al suo attivo la pubblicazione di vari libri e numerosi articoli sull’Arte italiana, con particolare riguardo alle città pugliesi tra Ottocento e Novecento. E' curatore del blog sull'arte del Ventennio "Arte Ventennio": www.arteventennio.com.

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