L’ospitalità barese della taverna di don Vito nei versi di Michele Bellomo
Michele Bellomo - Vite de Ddi
MICHELE BELLOMO
Nacque a Bari il 23 gennaio 1886 in via Lombardi n. 7. Studiò musica con l’amico Pasquale La Rotella (Bitonto 1880 – Bari 1963) e il 19 aprile 1920 sposò Elisa De Palma. Subito dopo si trasferì a Milano, continuando a studiare musica per la direzione e divenne eccellente collaboratore della Ricordi.
Originale la sua idea di mettere in partitura le Villanelle dei musicisti baresi raccolte nel 2° volume da Giovanni De Antiquis (musicista vissuto a Bari tra fine ‘500 e inizio ‘600). Nel 1910 partecipò alla 1ª edizione del Festival della canzone popolare barese, indetto dal Corriere delle Puglie con due composizioni. Sì sckattose e Stornelli Baresi, con lo pseudonimo ‘Nello’, aggiudicandosi, con la seconda canzone, il terzo premio. Nel 1912 volle onorare Francesco Saverio Abbrescia, musicando la bella poesia in dialetto Pe la fèste de la menute de Sanda Necole da Mìre a VVare, firmandosi con il cognome della madre (Bellomo Buonvino).
Per la nostalgia e la lontananza della sua cara Bari, compose varie liriche dialettali che raccolse in un unico volume Lendananze, del 1934, per i tipi di Apicella di Molfetta, e Nicola Zingarelli, noto autore del vocabolario della lingua italiana, ne scrisse la prefazione, nella quale dice:
“(…) La sua poesia dialettale (…) schietta e ingenua espressione dell’anima fusa con quella del popolo stesso che parla in dialetto. Dal punto di vista estetico o dell’arte, essa è lirica”.
Bellomo, morì a Milano il 28 luglio 1983 all’età di novantasette anni.
LA PAUSÌ
Vite de DDì*
(Vito di Dio)
Arrevate tanne tanne nu frastìire da lendane le meggneuìcchie de patane o trattore nge chemmanne. Mìire vècchie de dèsci-anne, De brasciòle nu tiàne, Paperusse e melengiàne, vènda mè fatt’a capanne… Prevelòne de Gravine (de mangià non ze schembite) pò fenucchie e mandarìne! NNanze e drète fusce Vite, sus’e abbassce a la candine, ma la sacche se la rite…
Arrivato da poco un forestiero da lontano i cavatelli con patate all’oste gli comanda. Vino vecchio di dieci anni, Di ‘brasciòle’ un tegame, Peperoni e melanzane, pancia mia fatti a capanna… Provolone di Gravina (di mangiare non si dispera) Dopo finocchi e mandarini! Avanti e indietro scappa Vito, su e giù in cantina, ma la tasca se la ride.
* “Vite De DDì” era il soprannome di Vito Di Gese, notissimo ristoratore dell’Ottocento. Cesare Malpica nel suo soggiorno barese ebbe modo di apprezzare l’ospitalità e l’ottimo cibo dell’Albergo Ristorante omonimo tanto che ne “Il Giardino d’Italia’, del 1841, dedicò una lunga e lusinghiera cronaca al nostro intraprendente concittadino.
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Nato a Bari, nel quartiere Libertà. Poeta, attore, cultore della Baresità autentica, scrive poesie, monologhi, dialoghi, racconti in lingua barese proponendoli in radio, in televisione, in manifestazioni artistiche e culturali. Ha avuto giusti consensi dalla critica giornalistica per la perfetta conoscenza dell’idioma barese, come scrittura, pronuncia, recitazione. Insieme a Rino Bizzarro e Gianni Serena è uno dei membri dell’«Accademia della Lingua Barese “Alfredo Giovine”», Presidente Felice Giovine. Ideatore dell’archivio «Don Dialetto Bari». Ha pubblicato un’antologia della Poesia Dialettale Barese “Core de BBare”.