L’urbanicidio di Bari: da Guglielmo il Malo alle speculazioni edilizie del ‘900

murattiano dal mare

murattiano dal mare

Torno su un tema a me da sempre molto caro: cos’è una città?

Non è solo un insieme di edifici, abitativi o lavorativi, di luoghi di culto, di aree verdi, di centri più o meno storici, di strade e, quando ci si ricorda, di piazze; quanto piuttosto il trasferimento di generazione in generazione, su materie che sfidino il tempo – pietra, legno, acciaio e cemento – dell’identità dei suoi cittadini. Un trasferimento lento e progressivo, che tenga conto del tempo degli uomini e delle donne che percorrono i sentieri della vita, ma sufficientemente forte da lasciare i segni su mura, porte, strade, palazzi e parchi, tanto da condizionare il carattere e la percezione che vecchi e nuovi abitanti hanno di sé e dei luoghi che abitano.

Nello straordinario panorama universale del pianeta, fino ad oggi l’unico che per nostra conoscenza risulti abitato, le città hanno una propria personalità, un apporto unico e fondamentale al coro delle comunità umane, sono più antiche degli Stati che le hanno da un certo momento in poi riunite e sono forse destinate a sopravvivere ad essi. È partendo da queste considerazioni che il secondo dopoguerra ha visto il fiorire di movimenti per i diritti delle città, prima di tutto il diritto alla vita, fondando anche organi internazionali come il Parlamento Mondiale dei Sindaci, tesi a tutelare l’integrità fisica e morale delle città contro gli abusi e le violenze cui sono sottoposte, il più delle volte dagli stessi Stati.

Lo storico dell’Architettura Lewis Mumford ebbe a dire che 

…nel corso del tempo, l’Uomo sentì il bisogno di fermare lo scorrere del tempo. E inventò i monumenti. 

Sono questi gli elementi fisici destinati, in modo universale, a sopravvivere alle generazioni, il cui compito anzi è fare in modo che ci sia tra loro un passaggio silente e rispettoso, tale da consentire a chi viene dopo di avere a disposizione gli stessi racconti della storia e quello che li lega alla propria terra di nascita: le radici.

Ma cosa accade se e quando eventi improvvisi modificano il lento scorrere della storia e il tempo riprende il sopravvento? Lo chiesi anni fa in un memorabile “mercoledì letterario” al compianto prof. Michele D’Elia, provocandolo con una domanda che apprezzo moltissimo e alla cui risposta dedicò un’ora abbondante: 

Se accettiamo che i monumenti siano stati inventati per fermare il tempo, allora possiamo interpretare i cataclismi o anche gli stessi eventi causati dall’uomo come un modo che la natura utilizza per riappropriarsi del controllo di quegli eventi e del tempo che li condiziona?

Talvolta un terremoto, un uragano, un grande incendio sono tanto distruttivi da cancellare la parte fisica di un luogo-città. Ma ci sono eventi ben più gravi e disastrosi destinati a strappar via gli abitanti dalle proprie città: le guerre. E stiamo vivendo come uno shock epocale l’avere nuovamente in Europa una guerra di aggressione, con le drammatiche conseguenze di città distrutte, di esseri umani uccisi da altri esseri umani, forse nuovamente di deportazioni. Situazioni vissute ovunque in Europa dopo la Seconda guerra mondiale, allorché dalle terre conquistate e consolidate dai successivi accordi internazionali gli abitanti vennero costretti a fuggire o furono trasferiti forzosamente e sostituiti da altri della stessa etnia dei vincitori. Accadde a noi con l’Istria, alla Finlandia con la Carelia e a gran parte degli Stati dell’Est Europa. Perché ricostruire le città devastate, l’uomo sa farlo; ma se vengono tagliate, spezzate le radici, ricostruire una città serve a poco: si è consumato un urbanicidio.

La storia antica ci riporta molto indietro nel tempo, quando alla devastazione di Troia seguì la cancellazione di tutto ciò che ancora poteva legare quegli antichi abitanti al loro luogo di nascita, tanto da portare Omero a cantare quegli avvenimenti e le loro conseguenze. Ma sono tanti gli esempi drammaticamente a disposizione che quasi sono riusciti nello stesso intento: i bombardamenti a tappeto che devastarono l’incosciente Germania di Hitler, la bomba atomica su Hiroshima e Nagasaki, la guerra in Jugoslavia con la tremenda “pulizia etnica” di territori che avevano a lungo visto convivere popoli di storie e religioni diverse, mentre l’odio covava sotto le apparenze e le forzature dittatoriali. E adesso, l’Ucraina.

Eppure, oggi in Giappone c’è una nuova Hiroshima e c’è una nuova Nagasaki: le bombe cancellarono la presenza di gran parte dei loro abitanti, ma i sopravvissuti ricostruirono sulle radici che non erano andate distrutte. Lo stesso accadde nella Germania, ricostruita dopo la tragedia bellica. E da noi?

Nel centro Italia la devastazione in Umbria di tantissimi centri storici è ancora tutta lì, le macerie sono in gran parte rimaste intoccate e gli abitanti di quei luoghi straordinari, per secoli esaltati da grandi artisti, si sono visti costretti ad andare a vivere altrove, inizialmente pensando per un tempo molto breve e poi costretti a convivere con la lontananza dai legami di appartenenza. Più il tempo scorre e sempre meno quei luoghi di antica datazione potranno e sapranno ritrovare i loro cittadini.

La storia millenaria di Bari ha da raccontare una lunga sequenza di vicende. Quasi del tutto rasa al suolo nel 1156 dal normanno Guglielmo I il Malo, venne ricostruita a partire da alcuni anni dopo dagli stessi abitanti che si erano adattati a vivere nelle circostanti campagne e nei vicini piccoli centri. Ma è forse l’unico esempio “virtuoso” a cui possiamo pensare. All’inizio dell’Ottocento, con l’abbattimento dell’antica cinta muraria e la nascita della città nuova, il “borgo Murattiano”, la storia prese un’altra strada e accelerò progressivamente. Nella città vecchia, pur tra i tanti abbattimenti anche della prima metà del Novecento e le “riqualificazioni” spesso estreme, i segni della storia sono rimasti e ci attraggono enormemente. Ma nel resto della città, incluso il borgo murattiano, le devastazioni e l’aggressione speculativa al territorio non hanno dato il tempo, a nuovi segni, di mettere radici e diventare storia. È  il dramma contemporaneo.

Perché qui si è ormai convinti, forse per incapacità culturale a comprenderlo, che la storia non serva, anzi, ogni nuovo potente pensa di poterne scrivere una nuova pagina di tale portata da poterla trasferire ai posteri. Si demoliscono con l’inganno edifici fortemente identitari, come fu il palazzo della Gazzetta del Mezzogiorno, e si copre qualunque piccolo pezzo di suolo rimasto ancora libero con una gigantesca colata di cemento, davanti alla quale il Vesuvio impallidirebbe. Non è, tuttavia, solo la quantità non necessaria a preoccupare: di quella interazione di elementi che, tutti insieme, fanno la città, il pensiero qui corre solo alla produzione di edifici, in massima parte abitativi, non curando che insieme nascano le piazze – luoghi di sosta psicologica, come le definiva Mumford – e con queste giardini, parchi (artificialmente esaltati nelle loro dimensioni e qualità), scuole, utilizzando materiali di tale qualità e durata da consentire che il tempo riesca a trasferire su di loro nuovi segni identitari che riescano a diventare storia. 

Nelle estreme periferie i mezzi di trasporto pubblico continuano a rendere difficile la vita di comunità, frammentata nelle singole appartenenze costrette a cercare altrove tutto ciò che localmente manca. Per come sono fatti, per l’appiattita assenza di colore e per l’omologazione che li fa venir su tutti uguali, quegli edifici dureranno poco e quando scompariranno, nessuno ne piangerà l’assenza. Continueremo, invece, a piangere la distruzione di quello che la storia era riuscita a trasferire fino a noi, senza che fossimo capaci di comprenderne il valore.

Anche in futuro, la storia di Bari continuerà ad essere quella già per noi antica: per il resto, un urbanicidio.


Foto copertina: Google Earth

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EugenioLombardi
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È un architetto barese specializzato in Progettazione Partecipata e Psicologia Urbana all’Accademia di Belle arti di Copenaghen e con lunghi anni di studio e attività professionale a Helsinki. Ha diretto a Bari il primo Laboratorio Urbano in Italia, promuovendo diversi progetti culturali in Bari vecchia e di riqualificazione urbana: recupero ex Macello comunale, molo di Sant’Antonio, ex Ospedaletto dei Bambini. Ha diretto a Palese il Laboratorio Urbanistico di Quartiere e costituito l’Ecomuseo Urbano del Nord Barese. Attualmente coordina la rete Civica Urbana di Palese ed è direttore artistico del Festival Ecomuseale delle Arti.

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