Il segno che cura: intervista a Maria Carpino

Carpino

Carpino

Maria Carpino, in arte Marilù, insegna con il suo tratto che l’arte non è solo guarigione, ma soprattutto un punto di partenza: un modo per riscoprire la bellezza, riconnettersi alla propria parte creativa e generativa, quella capace di muoversi tra irrazionalità e autenticità. Lo fa anche grazie all’esperienza come psicologa, professione che le ha permesso di sperimentare quanto il gesto artistico possa essere trasformativo. I suoi pazienti, con cui vive una sinergia rara ed esclusiva, le offrono costantemente nuove prospettive: è anche grazie a loro che il suo segno si è fatto cura.

Maria Carpino ha trovato nella traccia artistica una speranza inesauribile, una presenza che può manifestarsi su carta, su tela, o anche solo nella mente, ma che già nel solo fatto di esistere ha valore e potenziale catartico.

L’artista Maria Carpino

L’artista Maria Carpino

Artista già molto apprezzata, Maria Carpino ha esposto l’opera Das Ding lo scorso gennaio nella prestigiosa cornice della Van Gogh Art Gallery di Madrid, mentre Edipo e La Nascita saranno protagoniste a novembre dell’evento Art World Paris 2025, sempre con la stessa galleria, oltrepassando ancora una volta i confini nazionali.

Das Ding
Edipo
La Nascita

Per l’Agenda 2026 Luoghi della Bellezza di LuoghInteriori, che l’ha voluta tra i protagonisti per la sua visione così unica e sensibile, ha scelto di inserire l’opera Gli amanti: una pagina intensa, in cui linee e tratti si intrecciano in incroci magici.

Oggi si racconta su Bari e…

La sua storia

Chi è Maria Carpino? Prima di tutto parlaci di te…

Sono una psicologa, gruppoanalista e artista. Nel mio lavoro svolgo sia la pratica clinica privata, sia un’attività all’interno di una comunità psichiatrica, dove mi occupo di persone affette da patologie gravi come la schizofrenia. Proprio con loro, da molti anni, conduco un gruppo di arteterapia, cercando di integrare le mie due passioni, nell’idea che l’arte sia energia vitale espressa attraverso i colori. Questa “energia” può diventare arte e non soltanto un sintomo di un malessere, per tutti noi. C’è una cosa divertente successa recentemente che ha dato l’assist a tutta la mia storia: ho smesso di fumare. Fumavo da una vita, e tanto! E, per magia, al posto della sigaretta mi sono ritrovata una penna in mano. La chiamo la mia “sigaretta-penna”, e da allora disegno ovunque mi trovi! È da qui che nasce Marilù, il mio nome d’arte, la mia me artista. Sono diciannove anni che abito i contesti psichiatrici, attraversando cancelli – reali e simbolici – e, insieme ai miei pazienti, attraverso parole, di-segni e tratti, provo a ricomporre i frammenti del mio mondo e del loro, i miei e i loro. Teniamo insieme ciò che è stato spezzato e dimenticato, cercando un nuovo modo per farlo ri-esistere.

L’arte che nasce in un contesto clinico

Il tuo percorso artistico nasce nel contesto clinico: come si intrecciano la tua attività di
psicoterapeuta e gruppo-analista con la tua ricerca artistica? In che modo arte e psicoanalisi
si parlano e si arricchiscono a vicenda?

L’arte, per me, è nata proprio nel mio lavoro clinico quotidiano. È un altro linguaggio che ho imparato insieme agli ospiti della comunità: un modo diverso per entrare in contatto con l’inconscio, con le emozioni. Il gesto artistico è un segno identitario e diventa atto terapeutico, e viceversa. Non riesco a tracciare una linea netta tra i due ambiti: disegno ovunque, insieme agli ospiti della comunità, talvolta durante le sedute con i pazienti privati, perfino sui tovaglioli del bar. Ho sempre una penna in mano! I sogni, i silenzi delle sedute, un amico che mi parla, un passante che osservo… tutto questo si traduce in segno, in scarabocchio, in ritmo. L’arte e la psicoterapia, per me, si nutrono a vicenda.

Donna
La madre
Pinky

L’inizio della sperimentazione artistica

Nel 2006 hai iniziato la tua sperimentazione artistica proprio durante la pratica clinica. Cosa
ti ha spinto in quel momento ad esprimerti attraverso l’arte?

All’epoca era il mio primo lavoro nei contesti psichiatrici. Mi avevano chiesto di occuparmi della riabilitazione psicosociale, e pensai bene di portare con me il mio stereo e i miei colori. Da lì, ogni settimana, disegno insieme agli ospiti delle comunità in cui lavoro. Ripensandoci oggi, non saprei dire con esattezza cosa mi abbia spinto, se non quell’energia vitale che ognuno di noi possiede, e che in quell’attimo – nel sentire, nel saper guardare – ho espresso attraverso l’arte.

Maya la terra

Nel 2015 la cultura africana e i suoi paesaggi hanno avuto un ruolo centrale nel tuo sviluppo
artistico. Cosa ti ha colpita di quell’esperienza e come si riflette nei tuoi lavori?

Vividi nei miei ricordi sono quei caratteri vivaci e accesi dei colori dei paesaggi africani. Non può esistere fotografia che riesca a catturare le tonalità e le sfumature così intense di questa terra, se non l’occhio nudo. L’orizzonte appare interminabile e infinito allo sguardo, tanto che anche l’anima si disperde nel suo dolore tipico, caratteristica propria di quel mondo. Sono stata a contatto con quel popolo e mi sono un po’ fusa con quella realtà: ho mangiato con loro, ascoltato storie d’amore su una collina, riso, vissuto la quotidianità. Tutto questo, forse, è stato un incipit: ha lasciato un desiderio di autenticità identitaria.

Tempo

L’arte dello scarabocchio

Hai definito la tecnica dello scarabocchio come origine del tuo percorso artistico. Cosa
rappresenta per te questo gesto apparentemente semplice?

Il mio punto d’origine è stata una profonda ricerca sul tratto identitario, svolta con Gerardo Lo Russo, Maestro dell’Accademia di Belle Arti di Roma. Questa esperienza mi ha permesso di esplorare il segno come espressione autentica dell’identità. Da qui è nato lo scarabocchio e il mio DoodleFlow, che per me non è solo un gesto spontaneo, ma un atto creativo profondo in cui corpo, mente e anima si incontrano senza giudizio. Lo scarabocchio è il luogo in cui il tratto identitario emerge libero e fluido, diventando strumento di espressione e cura, un linguaggio viscerale che racconta chi siamo oltre le parole. Quando inizio a scarabocchiare, il pensiero si ritira in una sospensione, un attimo in cui corpo, anima e mente fluiscono insieme sul foglio, tra conscio e inconscio. In quel segno libero e spontaneo ritrovo la mia identità più profonda, quella parte di me che parla senza filtri e senza bisogno di parole.

Autoritratto

Le sue opere più importanti

Parlaci di alcune tue opere a cui sei particolarmente legata e che maggiormente ti
rappresentano.

Un’opera a cui sono molto legata è Medusa. Per realizzarla mi sono isolata per tre giorni, rimandando il lavoro e persino le piccole commissioni quotidiane, perché non riuscivo a staccarmi dal disegno. Medusa è un’opera che è cambiata molto mentre la disegnavo, in continuo divenire, proprio come il mio stato d’animo in quel periodo difficile e angosciante. Diversamente dalle altre mie opere, per Medusa avevo un’immagine mentale precisa: il volto stesso di Medusa, una figura che volevo rappresentare esattamente come la vedevo dentro di me. Questa opera è così importante per me che voglio tenerla per me. Da brava psicologa, Medusa rappresenta la mia Ombra.

Medusa

Parli spesso di “segno primordiale”, di “Das Ding”, di un respiro che diventa arte. Come
nasce questa ricerca e in cosa si concretizza nelle tue opere?

Il punto di svolta nel mio percorso artistico è stata l’opera Das und Ding. Attraverso questa opera ho concluso una lunga ricerca sul segno e finalmente trovato il mio tratto identitario. Da quel momento non ho più cercato altri segni, anzi, mi sono bloccata. Gerardo mi ha sempre incoraggiata a proseguire la ricerca sul segno, ma personalmente non sono riuscita a superare quella soglia. Per me, Das und Ding rappresenta un vero spartiacque. Da quell’esperienza è nato il mio progetto DoodleFlow, che segna una nuova fase del mio lavoro.

I benefici

Quali benefici personali e professionali hai tratto dal coltivare l’arte accanto alla tua attività
clinica? C’è stato un momento in cui hai sentito che l’arte ti stava trasformando anche come
terapeuta?

Coltivare l’arte accanto all’ambito clinico è stato un arricchimento profondo. L’arte mi ha insegnato a vedere e ascoltare emozioni che le parole non dicono, riconoscendo segni nascosti nell’incontro terapeutico. Ho capito che il mio lavoro artistico non è solo espressione, ma cura e conoscenza di sé, per me e i pazienti. L’arte ha reso la terapia più fluida e mi sta trasformando costantemente come terapeuta, spingendomi a esplorare nuovi modi di accompagnare le persone nel loro percorso di crescita.

Perché proprio la tecnica dello scarabocchio – che definisci “Doodle Flow” – è diventata il
tuo linguaggio principale? Cosa ti permette di esprimere che altri strumenti non ti
consentono?

Nel DoodleFlow non ci sono forme né giudizi, solo la libertà di esprimere sé stessi, un fluire tra ciò che siamo stati e ciò che stiamo diventando. È il momento in cui conscio e inconscio si connettono, e il gesto precede la mente ancora in formazione. Questa tecnica è diventata il mio linguaggio principale perché rappresenta l’espressione più autentica e spontanea di sé: il pensiero si ritira, lasciando spazio a un flusso libero di mente, corpo e anima, senza forme predefinite né giudizio. Attraverso il DoodleFlow esprimo emozioni e aspetti profondi che altrimenti resterebbero inespressi o confinati. È un gesto primordiale che mi riconnette al mio tratto identitario, creando un dialogo intimo tra visibile e invisibile, tra conscio e inconscio.

Straniero
Ombra
Famiglia

I progetti futuri di Maria Carpino

Quali progetti hai per il futuro?

Per il futuro ho diversi progetti che riflettono il mio desiderio di far dialogare arte e cura, corpo e linguaggio. A novembre esporrò a Parigi con una galleria internazionale, mentre in Italia sto lavorando a un progetto site-specific a Grottaferrata, nei Castelli Romani, dove vorrei realizzare una performance in piazza, un intervento artistico diretto e partecipato. Sono un turbine creativo con molte idee in movimento, e uno dei miei desideri più profondi è far conoscere sempre di più il mio DoodleFlow, un gesto artistico che considero anche atto di cura. DoodleFlow è liberare l’energia vitale che ci attraversa, indirizzandola su un foglio attraverso corpo e disegno, come un’onda interna che prende forma. È un modo per trasformare ciò che ci abita da sintomo a espressione. Il mio sogno è che il DoodleFlow diventi un movimento, un linguaggio condiviso, un’arte accessibile e terapeutica, un gesto universale che unisca estetica ed energia vitale.

Caos

L’opera “Gli amanti”

Hai scelto di partecipare al progetto Agenda 2026 – Luoghi della Bellezza di LuoghInteriori con l’opera Gli amanti. Cosa ti ha spinto a prendere parte a questo progetto e
perché proprio con quest’opera?

Ho scelto di partecipare al progetto Agenda 2026 – Luoghi della Bellezza perché sento il bisogno di portare il mio linguaggio artistico in uno spazio che ogni giorno accompagna le persone. Questa agenda è un luogo simbolico e concreto dove l’arte entra nella quotidianità, aprendo spazi di riflessione, bellezza e contatto interiore. Partecipo con l’opera Gli amanti, che per me rappresenta la relazione profonda tra le due parti dell’Essere: luce e ombra, visibile e invisibile, conscio e inconscio, maschile e femminile. È l’incontro tra ciò che siamo e ciò che ci manca. Gli amanti è l’attraversamento di una soglia, di quei cancelli tra i mondi, nella nostra, nella mia anima. È l’altra parte di me, ciò che amo.

Gli amanti

Link Instagram Maria Carpino:

https://www.instagram.com/mariacarpinopsy

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Laureata in Filologia Moderna, scrivo per varie testate giornalistiche. Sono editor e correttrice di bozze per libri eterogenei. Appassionata di poesia, ho sempre pensato che scrivere sia una sonda ed io continuerò ad esplorare.

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