Arte in pixel, sagome e chicchi di caffè: la visione di PinoGì
PinoGì
Un talento, quello di Giuseppe Gissi, giovane architetto e artista barlettano noto come PinoGì, che germoglia da strumenti semplici ‒ cum grano salis, verrebbe da dire, o forse con chicchi di caffè ‒ e trova piena espressione in un percorso in cui la formazione accademica in Architettura si intreccia con una creatività poliedrica. Un’inventiva che attraversa l’illustrazione digitale, il ritratto “al caffè” e la pittura, in cui sagome umane prive di un volto definito si fanno presenze mimetiche: esistenze che emergono dal dettaglio obliato per restituire una dimensione universale dell’espressione artistica, capace di farsi voce e volto di tutti anche quando non intendono farlo.
Le sue illustrazioni digitali sembrano collocarsi in un territorio ancora senza nome, sospeso tra interstizi stilistici: un po’ surrealiste, un po’ metafisiche, con echi fumettistici e suggestioni che dialogano con la New Media Art e la Pop Art. In esse la dinamicità e il senso del movimento non si affidano soltanto a linee decise e tratti radicali, ma si nutrono anche di una tensione più intima, custode di un sentimento classico ‒ anche romantico ‒ che riaffiora nei soggetti scelti. Parallelamente, l’uso del caffè nei ritratti, dedicati tanto a figure del vissuto personale quanto a icone del cinema, della musica e della storia, diventa un gesto evocativo: un omaggio senza tempo che trasforma una materia quotidiana in linguaggio poetico.
Artista per vocazione
Artista per vocazione prima ancora che per formazione, Gissi si avvicina inizialmente all’arte da autodidatta, lasciandosi attrarre da linguaggi urbani e visivi, ma anche dalle suggestioni dell’impressionismo, del surrealismo e dell’astrattismo.
Gli studi in Architettura ampliano e strutturano questa sensibilità, introducendolo agli strumenti digitali e alla progettazione visiva: da qui prende forma “U_Mani_Polazione”, un progetto che riflette sulle dinamiche di alienazione dell’uomo contemporaneo. In seguito, la sperimentazione lo conduce verso “Espressioni di Caffè”, dove il caffè viene utilizzato come un acquerello, aprendo a una dimensione più intima e materica. Il suo percorso più recente si orienta invece verso un’indagine introspettiva, in cui il tema dell’identità si lega all’idea pirandelliana delle maschere sociali: la pittura diventa così un’occasione fruttuosa e chiarificatrice di rivelazione, capace di portare alla luce emozioni dissimulate e spesso indecifrate.
Artista multiforme e profondo, oggi anche all’attivo con il suo primo album musicale, Gissi ha trovato nella contaminazione tra linguaggi e competenze la propria cifra estetica e personale. Lo abbiamo conosciuto grazie alla sua selezione nell’agenda 2026 Luoghi della Bellezza di LuoghInteriori, cui ha preso parte con il ritratto “caffeinomane” Rita, dedicato alla celebre neurologa e Premio Nobel per la medicina Rita Levi-Montalcini; oggi lo conosciamo meglio su Sinestetiche.

Genesi del nome: PinoGì
Giuseppe, o meglio, PinoGì, per iniziare, raccontaci di te al di là dell’arte. Chi è Giuseppe Gissi nella vita quotidiana? E da dove nasce questo soprannome?
Eh, iniziamo con una domanda non semplicissima per me, non ho mai saputo descrivermi bene. Diciamo che Giuseppe Gissi nella vita quotidiana è una persona che cerca costantemente di capire effettivamente chi sia, possiamo dire che questo è il mio lavoro principale. Sostanzialmente sono un egocentrico insicuro e, in generale, sono curioso, osservo e penso tanto e a tante cose che ogni tanto faccio, mi piace sperimentare, capire e iniziare. Poi, tra le altre cose, faccio l’architetto.
Invece PinoGì, più che un soprannome, è una conseguenza di diminutivi: Giuseppe che diventa Pino e PinoGissi che diventa PinoGì. Diciamo che è capitato: amici alle superiori hanno iniziato a chiamarmi Pino, poi col tempo PinoGì è diventato un po’ un personaggio, il mio alter ego inconsapevole, e poi anche un concetto che non mi rispecchiava più tanto. Ma vabbè, andiamo avanti…
Primi passi nell’arte
La passione per l’arte sembra essere parte di te fin da subito. Ricordi il primo incontro che ti ha fatto avvicinare alla creatività?
Non esattamente, ma sì. Ricordo che ero abbastanza piccolo e smanettavo con i giocattoli, smontandoli, distruggendoli un po’, e facendo collage con i pezzi, di giochi nuovi, vecchi o anche rubati alle mie sorelle. Ricordo perfettamente, per esempio, un centauro con le braccia da robot che avevo creato con il busto di un Ken, avevo colorato anche tutto il corpo del cavallo con strisce bianche e blu. Bellissimo.
Forse non mi piacevano i giochi che avevo e cercavo di crearne di miei, visto che non potevo averne di diversi; quindi, se partiamo dalla curiosità, diciamo che poi sono stato un po’ costretto a essere creativo, ma non lo sapevo. Infatti, con la prima adolescenza c’è stato un allontanamento dalla creatività in senso stretto, dove non ho fatto e credo neanche pensato all’arte, fino al periodo universitario. E non ricordo il come, onestamente, ma è stato molto naturale. Sicuramente studiare Architettura, con tutto quello che ne consegue, è stato fondamentale.
Architetto, pittore e digital artist
Sei un architetto, ma anche un pittore e digital artist. Come riesci a far convivere queste diverse anime nel tuo lavoro quotidiano?
Non ci riesco! Nel senso, vorrei fare molto di più, farlo meglio e riuscire a far convivere veramente queste diverse anime, ma al momento litigano ancora troppo tra di loro, insieme alle mie varie identità/personalità. Come dei fratelli in età adolescenziale che ancora non si capiscono e non si ascoltano e quindi spesso litigano. Però diciamo che questo discorso di “convivenza” fa parte di un percorso personale che ho iniziato a fare pseudo recentemente e quindi staremo a vedere. Sono fiducioso.
Dalla ritrattistica dedicata a personaggi celebri come Dalì, Lucio Dalla, Bob Marley, a figure indefinite, irriconoscibili: cosa ti ispira quando inizi a elaborare?
Non c’è qualcosa di preciso, penso a varie cose e si materializza un’idea. Ti dicevo che mi piace accumulare esperienze, mi piace provare, sperimentare e mettermi in gioco, ad esempio sto per frequentare un corso per funghi, anche se non sono mai stato un fan dei funghi in ambito culinario. Poi mi piace osservare in generale, appunto per capire come funziona tutto, e passo molto tempo nella mia testa a rimuginare su quello che ho fatto, ho visto, sentito, ecc. Quindi niente, credo che ogni idea sia una conseguenza di come mi sento e cosa voglio in quel determinato momento, chiaramente in relazione alle cose che mi interessano di quello che ho fatto, ho visto, sentito, ecc., fino a quel momento. A proposito, aspettati qualcosa di artistico riguardante i funghi!
Però di base sì, l’idea nasce in modo molto casuale e poi la si approfondisce. O anche no!
Il progetto U_Mani_Polazione
Il progetto U_Mani_Polazione esplora il tema dell’alienazione contemporanea attraverso l’arte digitale. Come nasce l’idea e cosa speri che chi guarda possa percepire?
U_Mani_Polazione nasce all’università, quindi in un periodo parecchio stimolante per me; contemporaneamente l’era social, con molto di quello che non apprezzo tanto del mondo, stava prendendo sempre più piede, o comunque era sempre più facilmente visibile. Quindi inizio a pensare e immaginare che l’essere umano, in fondo, sia semplicemente un animale ammaestrato da sé stesso. E quindi mi piaceva fare questo paragone tra, appunto, l’essere umano e un foglio di carta bianco, che può diventare tutto; poi, se non ci si ferma a pensare davvero a quello che si vuole diventare, ti ritrovi manipolato, piegato e ripiegato, fino ad assumere una figura perfetta, come voleva qualcun altro; come un origami, appunto. E niente, non so cosa spero, anche perché io stesso percepisco cose differenti riguardo questi pezzi.
Espressioni di Caffè
Passando dalla digital art alla materia più tangibile, hai realizzato ritratti usando il caffè come acquerello. Come nasce Espressioni di Caffè e come ti è capitato di sperimentare dei lavori così originali?
Si può dire per pigra ambizione, in realtà. Devo raccontare un po’ tutto il contesto, altrimenti non saprei come spiegarlo. Mi ero appena trasferito a Brindisi per lavoro subito dopo l’abilitazione, avevo partecipato ai primi concorsi artistici con alcune illustrazioni e, nel cambiamento generale, mi stavo appassionando sempre più all’arte e all’idea di poterla creare seriamente. Quindi diciamo che da quel momento inizia a crescere l’ossessione; in più sono utopistico e molto autocritico, quindi, se avessi voluto fare l’artista, per me sarebbe stato inconcepibile non saper disegnare, ed io, all’atto pratico, non lo avevo mai fatto veramente.
Quindi ok, dovevo imparare a disegnare, e l’unico modo che conoscevo era quello di farlo come un allenamento e iniziare a disegnare dalla cosa più lontana da me e, nel resto del tempo, pensarci costantemente. In questo caso scelgo i volti e la tecnica degli acquerelli. Però sono pigro, come già detto, e c’era un intero mondo da studiare solo per quanto riguarda i materiali da disegno in acquerello, ma io avevo fretta di iniziare a disegnare. E quindi niente, pennello comprato dai cinesi sotto casa, risma di fogli A4 che avevo già e caffè, colorante naturale di cui ero già un amante, e un pomeriggio dopo il lavoro ho iniziato “l’allenamento”. Quindi, in realtà, si può dire che alla fine Espressioni di Caffè non è altro che una selezione dei miei primi disegni usciti meglio, l’originalità è casuale.
Sagome e figure senza volto
In alcune tue opere emergono sagome e figure senza volto. C’è un motivo particolare dietro questa scelta, un messaggio che vuoi trasmettere allo spettatore?
Come praticamente tutto quello che ho prodotto, non ho quasi mai pensato allo spettatore, in realtà, anzi, paradossalmente l’arte è sempre stata un mezzo per non interessarmi a quello che pensava la gente di me. Questi dipinti dovrebbero essere una sorta di mia rappresentazione interiore; quindi, una figura maschile a cui ho voluto attribuire pochi segni estetici particolari: no capelli, no barba, no tatuaggi, no difetti, tutte caratteristiche che avrebbero rimandato al mio mondo esterno. Mi piaceva invece più rappresentare le emozioni, oltre che simulando delle azioni e/o interazioni, anche tramite contrapposizioni di colori. In questo caso specifico ne troviamo tre, il rosso e blu in pseudo contrasto su uno sfondo nero, che vabbè è la somma di tutti i colori e che io ritengo abbia molti significati diversi, non per forza “oscuri”.
Viaggio introspettivo
La tua pittura è un viaggio introspettivo, che esplora l’interiorità. Cosa hai scoperto indagando questa dimensione personale?
Ho scoperto che non avevo capito niente, perché, appunto, l’approccio alla pittura è stato un modo per graficizzare quello che stavo provando in quel periodo e non riuscivo a descrivere con parole.
Diciamo che è stato uno dei primi momenti in cui ho iniziato a farmi delle domande più personali, appunto, ho iniziato a vedere gli ossimori intrinsechi della mia persona, a cercare di capire chi fossi io quando non c’era nessuno e se fosse vero quello che stava con la gente. Un po’ come Pirandello in Uno, nessuno e centomila e il concetto delle maschere che si indossano, che sia per tua volontà o per come gli altri ti percepiscono.
È stato chiaramente anche un periodo in cui sono stato spesso giù di morale, però ho scoperto che il lato buio può non essere un posto così brutto, ma spesso viene solo descritto male, e va semplicemente capito e accettato, accolto. Ho scoperto tante cose apparentemente banali ma che non avevo considerato prima e che spesso continuo a dimenticare ancora oggi, tipo che ogni giorno c’è qualcosa da scoprire, e questo è un po’ il bello e il brutto della vita.
Identità creativa e poliedrica
Le tue influenze spaziano dalla Street Art al surrealismo, dalla Pop Art all’astrattismo. Come riesci a sintetizzare così tante correnti diverse senza perdere la tua identità artistica? In particolare: guardandoti dentro, senti di avere un’unica identità artistica oppure pensi di vivere attraverso più identità creative?
Come ho detto, ho una visione un po’ pirandelliana dell’essere e quindi, di conseguenza, anche dell’identità creativa, che nel mio caso credo sia abbastanza poliedrica. Insieme a questo, confido nella crescita continua e mutamento e che mi piacerà sempre sperimentare cose nuove, o almeno spero; quindi, credo che non possa perdere la mia identità creativa, a differenza della creatività che potrei perdere invece, appunto perché è abbastanza indefinibile, o non so se non mi piaccia definirla.
Poi personalmente è come se dentro di me ci siano proprio tanti “Pini” ben distinti, ognuno con la propria identità creativa, ognuna anche col suo nome, ognuna a sua volta è la sintesi di più correnti artistiche; immagina una sorta di grafico a grappolo al cui apice ci dovrei essere io. Ma comunque qualcosa di meno statico, perché poi può capitare che avvengano delle collaborazioni tra i vari alter ego eh?
Rita
Recentemente hai partecipato al volume Luoghi della Bellezza con un ritratto di Rita Levi Montalcini realizzato col caffè, Rita. Perché proprio lei e cosa rappresenta per te questa particolare opera?
Rita si inserisce in Espressioni di Caffè, che riguarda dei ritratti di volti di persone che in un modo o nell’altro ammiro, stimo e addirittura, delle volte, invidio. Rita Levi Montalcini, non solo per me, credo sia uno dei più grandi cervelli mai esistiti. Un esempio sotto tanti punti di vista di cui ci si dovrebbe ricordare soprattutto in periodi come questo, ma vabbè, non saprei come continuare per darle giustizia.
Parlando invece in modo egoriferito, Rita è uno dei più recenti di Espressioni di Caffè, per me anche uno di quelli tecnicamente realizzati meglio; quindi, uno di quelli di cui vado più fiero. Ritornando un po’ al discorso precedente, questo è stato il disegno che mi ha fatto iniziare a dire, parlando con me stesso: “Beh oh, non è male! Forse puoi davvero fare l’artista”.

L’arte per PinoGì
Oggi, secondo te, esiste ancora l’arte? Viviamo ancora in un mondo che permette di coltivare la propria interiorità attraverso questo mezzo?
Sì, l’arte esiste, esiste da parecchio, quasi da sempre, quanto durerà però non posso dirlo, ma spero tanto. Poi bisognerebbe interrogarsi su cosa sia l’arte, più che altro, ma qui si aprirebbe un discorso troppo lungo che ci riserviamo per la prossima intervista.
L’arte, qualunque essa sia, per come la vedo io, è sicuramente uno strumento utilissimo per comprendersi, e onestamente non risulta facile in un mondo che ti porta sempre più a interessarti a come ti vedono gli altri. Viviamo sicuramente in un mondo particolare, veloce, iperconnesso, in cui è molto facile perdersi, o almeno per me è facilissimo. Sicuramente adesso si cerca di avvicinarsi al mondo dell’arte sempre più per moda, fama e soldi, ma credo anche che in parte si sia sempre fatto. Quindi, rispondendo alla domanda, sì, si può coltivare la propria interiorità attraverso questo mezzo, a prescindere dal mondo, anche perché, se non con l’arte, come?
Progetti futuri?
Parecchi, in primis riprendere i progetti passati, poi tutti quelli pensati e non ancora iniziati, e poi spero di continuare ad avere altre nuove idee. Niente spoiler, anche perché per il momento l’obiettivo principale è quello di ritornare più attivo artisticamente e in generale, ma senza sentire lo stress di ‘sto mondo in cui continuo a perdermi ancora troppo spesso. Spero, soprattutto per me, che ne vedremo delle belle.
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Laureata in Filologia Moderna, scrivo per varie testate giornalistiche. Sono editor e correttrice di bozze per libri eterogenei. Appassionata di poesia, ho sempre pensato che scrivere sia una sonda ed io continuerò ad esplorare.
















