“Terrapiattisti” baresi del 700: Alessandro Maria Calefati, il Vescovo “falsario”
strade
Ritorniamo a zonzo per le vie di Bari con Francesco Quarto. Veniamo condotti all’altezza del teatro Petruzzelli davanti a due strade del Borgo Murattiano, via Calefati e Via Putignani. La sorte toponomastica ha voluto affiancare due eccellenti personaggi che in vità si sono scontrati acerrimamente su una secolare questione tutta barese: il primato ecclesiale tra Cattedrale e Basilica, tra San Sabino e San Nicola. Una disputa storica combattuta all’ultima “pergamena”, fino a barare.
Vorremmo recensire un testo, ma il testo non esiste!
Non siamo usciti di senno, non diciamo sciocchezze, vogliamo invece raccontare la breve vicenda di una falsificazione storica, che sebbene non paragonabile alla “Donazione di Costantino”, suscitò sgomento e agitazione nella nostra città.
Siamo nella Bari del XVIII secolo. La città godeva del singolare e privilegiato favore di essere dotata di due splendidi e prestigiosi edifici che raccoglievano le reliquie dei due santi protettori della città: la Basilica Regia di San Nicola e la Chiesa Cattedrale di San Sabino.
Le due Chiese si dividevano la devozione dei cittadini, i più facoltosi dei quali non mancavano nel loro testamento di lasciare beni e ricchezze all’una o all’altra istituzione ecclesiastica.
La dotazione patrimoniale di San Nicola e del suo Priore, e di San Sabino e del suo Vescovo, era davvero cospicua. Le Chiese possedevano beni fondiari ubicati per tutto il territorio circostante.
Ma non erano tutte rose e fiori e la rivalità tra Nicola e Sabino si riversava per le strade della città, riuscendo a provocare veri e propri tumulti, quando, in occasione di cortei e processioni sacre, i “parrocchiani” dell’una o dell’altra pretendevano reciprocamente la precedenza con stendardi e bandiere. La santità, la potenza, la benevolenza dei due grandi santi erano elementi radicati nel sentimento spirituale dei cittadini e nessuno avrebbe rinunciato per ammettere la superiorità dell’uno o dell’altro protettore.
Ad inasprire la rivalità c’era anche la divergenza amministrativa tra la autonomia della “Regia Basilica” e la giurisdizione vescovile: Priore e Arcivescovo reclamavano identica autorità e autorevolezza.

A tagliere il “Nodo di Gordio”, ci pensò infine un personaggio di grandissimo rilievo e carisma, Alessandro Maria Calefati. Membro di una importante casato della nobiltà cittadina, Calefati era un ecclesiastico dedito agli studi storici, appassionato di antiquariato e grande collezionista di reperti archeologici e numismatici, forse più che alla meditazione teologica e alla cura pastorale, benché fu Vescovo di Oria fino alla sua morte nel 1793.
Calefati ebbe un vero e proprio lampo di genio: se i due contendenti restavano entrambi al palo per la pari nobiltà e santità, allora ci sarebbe voluto un elemento estraneo a far pendere la bilancia dalla parte giusta. E la parte giusta era, per il nostro canonico, la Cattedrale “Metropolitana”. L’elemento terzo, più che estraneo, escogitato fu l’altrettanto radicata devozione dei baresi, quella per la Madonna di Costantinopoli, l’Odegitria, di cui il Duomo custodiva una antica effige sacra.
In quegli anni di tempestose rivendicazioni, però un altro canonico, Nicolò Putignani, si accingeva alla fatica contraria: trovare e sostenere le preminenti ragioni della Chiesa di San Nicola. E lo fa dando alle stampe alcuni voluminosi trattati su San Nicola, a metà strada tra storia e giurisprudenza(*).

Pareva proprio una sfida, un duello, una gara di scacchi tra due eccellenti personaggi. Calefati e Putignani pur non non essendo propriamente coetanei, essendo il primo più giovane di quindici anni rispetto all’altro, siamo certi che si siano conosciuti personalmente, e in qualche occasione di incontro e di scontro.
Ma la contromossa di Calefati non si fece attendere. Accurato studioso delle antiche carte e documentazioni conservate negli archivi della Chiesa Cattedrale, annunciò la scoperta di un incredibile e prezioso reperto pergamenaceo del IX secolo, redatto da uno sconosciuto cronista detto Prete Gregorio.
Vergato in complessi caratteri “longobardi”, il documento, intitolato Translationis historia mirificae imaginis Beatissimae Mariae Virginiae Matris Dei ex urbe Constantinopoli in Civitate Barii anno 892 conteneva la sorprendente narrazione dell’avventuroso viaggio che alcuni monaci “calogeri” (cioè vecchi e “belli”) compirono dalla lontana Costantinopoli, sconvolta ai loro tempi dalle lotte iconoclaste, alla nostra terra per porre in salvo e in sicurezza una rara e preziosa icona raffigurante la Madre di Dio, ritenuta opera dell’evangelista Luca.
Lo scalpore suscitato dalla notizia divulgata da Calefati fu enorme in città, e contribuì a sollevare le quotazioni dei partigiani della Cattedrale. Ma qualche dubbio fu avanzato da chi voleva vedere “de visu” il prezioso manoscritto, e non la trascrizione che il novello archeologo-archivista aveva realizzato dal testo originale.

Sebbene nessuno mai vide l’originale, numerose copie di quel testo continuarono a circolare e la leggenda del Prete Gregorio continuò ad aleggiare per i decenni successivi fino alla metà del XIX quando un altro campione della storiografia cittadina volle insistere e ribadire la superiorità delle prerogative della sua Chiesa, la Cattedrale di cui era vicario: Michele Garruba, che dichiarò le sue convinzioni in un libello dallo strano titolo: Eoniade della translazione della miracolosa immagine di Maria SS. di Costantinopoli nella città di Bari celebrata in quella cattedrale nel primo martedì di marzo dell’anno 1833.
Autorevoli studiosi tedeschi, Wűstendfeld, e italiani, Cantù, poterono dimostrare sulle pagine dell’Archivio Storico Italiano già nel 1859 che la Translationis historia del Prete Gregorio non era altro che un apocrifo, un falso. Cosa accertata anche in epoca più vicina a noi da Cesare Teofilato e Giovanni Pinto.
Ma, come oggi esistono i “terrapiattisti”, i “negazionisti”, i “complottisti” di ogni genere, anche nei tempi remoti esistevano individui che si accanivano a credere in tesi del tutto indimostrabili con la ragione e con la scienza, tanto che ancora nello scorso secolo, nel 1933, in occasione del centenario della pubblicazione dell’Eoniade, monsignor Michele Samarelli fece stampare la Storia della prodigiosa immagine di Maria SS. di Costantinopoli che si venera nella Chiesa Metropolitana Primaziale di Bari che ripeteva i temi di Garruba e dava credito alle “falsificazioni” di Alessandro Maria Calefati.
(*) Ad esempio: Vindiciae vitae, et gestorum S. thaumaturgi Nicolai archiepiscopi Myrensis diatriba 2. De sacro liquore ex ejus ossibus manante accedunt Joh. archidiaconi Bariensis Historia translationis ejusdem Sancti (1757); Memoria storico-critica sul Principale Padronato del glorioso Taumaturgo S. Niccolò sopra la Città, e Provincia di Bari del (1783); Istoria della vita, de’ miracoli e della traslazione del gran taumaturgo S. Niccolo arcivescovo di Mira. Padrone e protettore della città, e della provincia di Bari del 1771.
A chi ne vuol sapere di più suggeriamo:
Francesco Quarto, La vicenda dell’Odegitria attraverso i manoscritti della Biblioteca Nazionale di Bari, in “Nicolaus Studi Storici”, Bari, III, 1992, fasc. 2.
Francesco Quarto, Diffusione del culto della Madonna di Costantinopoli nella Provincia di Terra di Bari in età moderna in L’Odegitria della cattedrale. Storia, arte, culto. Bari, Edipuglia, 1995.
Foto: Nicola Antonio Imperiale

Francesco Quarto è nato e vive a Bari. Da poco in pensione dopo tanti anni di vita da bibliotecario durante i quali ha “supportato” generazioni di studenti e non solo: docenti, ricercatori, accademici e continua a mantenere relazioni e contatti. Sviluppa le sue ricerche sulla storia della tipografia antica in Puglia scoprendo numerose edizioni ignote. La storia della città di Bari è l’altro ambito privilegiato dei suoi interessi. Da due anni ha una rubrica sui nostri quotidiani, molto apprezzata dai baresi e anche da viandanti e viaggiatori di passaggio nella città.


Bellissima storia, della serie tutti i salmi finiscono in gloria…