Filippo Cifariello, l’artista maledetto della Bella Époque: capolavori, passioni e dramma
Cifariello
Nel cuore del quartiere San Paolo c’è una strada dedicata a un importante scultore molfettese: Filippo Cifariello (1864 – 1936). Molte sono le sue opere a Bari, Napoli, Roma e, guardando quelle sculture quasi perfette, è impossibile immaginare le tante ombre che hanno costellato la vita del loro creatore.
La storia di Filippo Cifariello
Nato nel 1864 a Molfetta, era figlio di Ferdinando, un cantante presto caduto in disgrazia che si trasferì con tutta la famiglia a Napoli. Qui Filippo mostrò subito le sue capacità artistiche, come racconta il Corriere delle Puglie dell’11 agosto 1905:
Ragazzo e povero, girava per i caffè vendendo statuette di terracotta e gesso.
La sua bravura nel modellare le figure umane gli aprì le porte dell’Accademia di Belle Arti di Napoli, dove venne in contatto con maestri quali Gioacchino Toma, Achille d’Orsi e Vincenzo Gemito. Le sue incredibili capacità di riprodurre le fattezze umane nelle opere – che lo avrebbero consacrato come uno dei maestri del verismo napoletano – lo portarono anche ad attirare le invidie di altri artisti, che lo accusarono di falsificare le sculture con calchi fatti direttamente sui modelli.

Lo scultore raggiunge il successo
Cifariello, con il suo carattere irruento e instabile, respinse le accuse creando sculture più piccole con tale destrezza da mettere a tacere ogni critica. E mentre lasciava l’Accademia, la sua carriera spiccava il volo. Fra il 1889 e il 1899 le sue opere furono ospitate all’Esposizione Universale di Parigi, all’Esposizione di Roma e alla Biennale di Venezia.
Il suo nome divenne famoso: scolpiva statue in argento, bronzo, marmo e terracotta. Ricordiamo, tra le altre, Lo Scugnizzo che torna dalla festa di Piedigrotta, Il Fachiro, Cristo e la Maddalena, La Sfinge, L’Annunciazione dell’Amore, il busto di Arnold Bӧcklin, quello di Salvatore Cognetti De Martiis (oggi in piazza Garibaldi a Bari) e quello di Giuseppe Re David (conservato nella sala Massari del Palazzo di Città).

Cifariello conosce Maria De Browne
Durante uno dei suoi lunghi soggiorni romani conobbe la cantante Maria De Browne, in arte Bianca De Mercy, che dopo un lungo corteggiamento sposò nel 1894. La relazione non fu affatto stabile: la De Browne aveva un carattere forte e libertino, una donna forse troppo emancipata per i canoni della Belle Époque, ed entrava spesso in contrasto con l’indole possessiva dello scultore, già caratterizzato da una forte instabilità emotiva.
Quella che poteva sembrare una favola – lo scultore di fama mondiale che sposa una cantante di varietà, sfidando le convenzioni sociali del Novecento – si trasformò presto in tragedia.
La statua di Umberto I
Nel 1905 Cifariello arrivò a Bari per lavorare alla statua di re Umberto I, attualmente collocata nell’omonima piazza. Il lavoro gli creò diversi problemi: superò di parecchio l’importo pattuito di 40.000 lire, raggiunto grazie a una sottoscrizione privata di alcuni cittadini benestanti. Nonostante il Consiglio Provinciale di Bari stanziasse altre 6.000 lire, l’opera costò più del previsto. Avvicinandosi l’inaugurazione, lo scultore – che aveva anche bisogno di denaro per mantenere il dispendioso stile di vita della moglie – trafugò nottetempo la coda del cavallo della statua, chiedendo altri fondi per “ripristinarla”.
Alla fine si trovò un accordo e l’11 giugno 1905 la statua di Umberto I fu inaugurata davanti alla cittadinanza. In quei giorni di lavoro febbrile, la moglie di Filippo conobbe l’avvocato Soria con cui, secondo lo scultore, iniziò una relazione.
L’orrendo delitto
Il 10 agosto, dopo una lite furiosa tra i coniugi, in un eccesso di gelosia Cifariello uccise sua moglie con cinque colpi di rivoltella nella pensione Mascotte di Posillipo.
Dopo l’arresto, l’opinione pubblica si divise: c’era chi lo difendeva, dipingendolo come vittima di una donna senza pudore, e chi lo accusava per l’orrendo delitto.
Il processo che divide l’opinione pubblica
Nel 1908 si tenne il processo: fu necessario trasferirlo da Napoli – dove lo scultore era amatissimo e possedeva uno studio al Vomero – a Campobasso, per evitare pressioni e disordini. Anche la stampa si divise: Il Giorno, con gli articoli di Matilde Serao (1856-1927), attaccò con durezza l’uxoricida; Il Mattino, con Edoardo Scarfoglio (1860-1917), lo difese definendolo “vittima dell’amore”. La Tribuna Illustrata chiese apertamente indulgenza per l’assassino.

Fu il primo delitto passionale ad avere una risonanza mediatica tale da superare i confini nazionali: ne parlò perfino il Times di Londra.
L’assoluzione
Dopo un acceso dibattito tra il procuratore generale, barone Carelli, e l’avvocato Gaetano Manfredi, il 23 dicembre 1908 Cifariello fu assolto per “vizio totale di mente”.

Ricordiamo che in Italia il “delitto d’onore” fu definitivamente abrogato solo nel 1981: per questo non deve sorprendere una sentenza favorevole all’imputato, nonostante l’efferato femminicidio.
Le nuove opere di Cifariello
Cifariello, tornato libero, riprese la sua attività di scultore. Tra le opere più significative ricordiamo il Monumento ai caduti di Bitonto (fuso nel 1940 per esigenze belliche), la statua del Costruttore al Palazzo della Regione Puglia sul Lungomare Nazario Sauro e un busto-autoritratto donato alla Pinacoteca.
I due matrimoni e la triste fine
All’età di 50 anni, nel 1914, si risposò con la ventiduenne Evelina Fabbri, che morì poco dopo le nozze per ustioni causate da un fornello a gas. Prima di morire, scagionò il marito da ogni sospetto.
Successivamente Cifariello sposò Anna Marzell, da cui ebbe due figli. Ma nonostante il lavoro, la famiglia e la vita mondana, il fragile equilibrio dello scultore si spezzò: la depressione lo portò al suicidio, a 71 anni, nel suo studio di Napoli.
Sebbene le tante e terribili ombre abbiano segnato la sua vita, il suo genio di scultore resta indiscusso e fissato per sempre nelle sue opere.
Bibliografia:
- Francesco Stocchetti, Il processo Cifariello, Editrice Curcio, Roma
- Guido Panico, L’artista e la sciantosa, Liguori Editore, 2011, Napoli
- L’Eloquenza, antologia, critica, cronaca, marzo – aprile 1967
- Corriere delle Puglie, 10 agosto 1905 – 24 dicembre 1908
- La Tribuna Illustrata, 31 maggio 1908
- https://dizionariodartesartori.it/
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Giornalista pubblicista, da anni collabora come redattore, fotoreporter e social media manager per testate giornalistiche online. Persona curiosa e intraprendente, ha coltivato negli anni diversi hobby.













