Un meraviglioso tesoro nascosto nel cuore del Salento: l’Abbazia di Cerrate
cerrate 48 copia
Un luogo che ha il sapore del passato che si congiunge al presente: è quanto si respira varcando la soglia dell’Abbazia di Cerrate. Lì nel cuore del Salento, a Squinzano, si erge infatti un complesso abbaziale dalle origini antiche, un edificio evocativo, dove sembra quasi di udire ancora i passi dei monaci basiliani.
I seguaci della regola di San Basilio si erano rifugiati lì, a partire dal XII secolo, per sfuggire alle persecuzioni iconoclaste di Bisanzio, dedicandosi ad una vita ascetica, di preghiera e di trascrizione di libri antichi. Quando decisero poi di abbandonarla per trasferirsi altrove, il complesso divenne una masseria e i contadini iniziarono a praticarvi l’agricoltura, specializzandosi perlopiù nella produzione di grano e olio e nell’allevamento di bestiame. Un complesso versatile, che nel tempo ha assunto declinazioni e funzioni diverse: nel 1531 passò sotto la giurisdizione dell’Ospedale degli Incurabili di Napoli, fino al saccheggio da parte dei pirati turchi nel 1711, primo casus belli della decadenza in cui l’Abbazia è rimasta per anni.
Tante le traversie che il sito ha sopportato, a partire da un problema primigenio: la pietra leccese, che correda gran parte della struttura, essendo molto friabile è soggetta ad alveolizzazione, un processo di erosione che genera cavità visibili nella pietra. Oltre a questo, disparati sono stati gli episodi di crollo con l’incedere del tempo, oltre che la sovraesposizione agli agenti atmosferici, che ne hanno causato il progressivo deteriorarsi. In virtù di questo, il luogo a partire dal 2012 è stato investito di una tenace opera di restauro e riqualificazione, grazie al contributo del Fai (Fondo Ambiente Italiano).
La Fondazione ha finanziato a proprie spese il progetto attraverso diversi interventi, da ricerche archivistico-storiche, rilievi geometrici e arborei, a indagini diagnostiche e campionature, cercando di restare fedele alla struttura preesistente ma facendosi apripista di un’azione di modernizzazione e valorizzazione. Il sito è stato dotato di nuovi impianti per l’illuminazione e di una nuova rete per il conglobamento e il riuso delle acque meteoriche, che ora convergono nella cisterna nei pressi dell’agrumeto, mentre instancabile è stato l’intervento di restauro per riportare alla vita le meravigliose pitture murali. I lavori si sono ufficialmente conclusi nel 2018, quando il portico, la chiesetta romanica e i frantoi ipogei scavanti nel tufo – i cosiddetti trappiti, attestato della certosina opera contadina –, sono stati resi nuovamente agibili, facendo della piccola magnum opus il primo bene appartenente alla Fondazione in Puglia.
Una volta superato il piazzale che attornia il complesso, ci si imbatte nella chiesa di Santa Maria, rivestita della sobria essenzialità del romanico pugliese – di cui è pregevole esempio –, sebbene non manchino spie di influssi bizantini (la chiesa in fondo nasce con rito greco-ortodosso). Costituita da un’aula basilicale suddivisa in tre navate absidate, la struttura è affiancata da un porticato risalente al XIII secolo, sorretto da ventiquattro colonne con capitelli che raffigurano figure mitologiche e simboli zoomorfi (tratti dai bestiari medievali), dove i monaci erano soliti radunarsi nel momento dedicato alla preghiera. Particolarmente incisivo per tensione emotiva e pathos è il capitello raffigurante un uomo che si dimena, accerchiato da figure zoomorfe “amorfe”, che sembrano quasi soffocarlo. Inizialmente interpretato come allegoria della diatriba tra Chiesa d’Oriente e Chiesa d’Occidente, è più probabile che simboleggi la proverbiale lotta tra bene e male.
Adiacente al porticato, impera il pozzo cinquecentesco realizzato in pietra leccese, anticamente utilizzato anche come cisterna, decorato da quattro colonne unite da una trabeazione comune sovradimensionata e sormontato da una solenne scultura raffigurante Nettuno.
Una volta dentro, oltrepassato l’ingresso, si ha la sensazione di essere immessi in un policromo caleidoscopio, trasportati in un tripudio di colori tenui ma vivi e scelte iconografiche che sono cifra distintiva dell’arte figurativa bizantina, particolarmente diffusa nel Meridione tra XII e XIII secolo.
Le pareti sono corredate da una decorazione pittorica ricca di affreschi, risalenti appunto a questi secoli. Durante un primo intervento di restauro negli anni Settanta, si operò lo “strappo” delle superfici dei dipinti meno recenti (XIV e XV secolo), consentendo di far tornare alla luce le pitture bizantine nascoste dagli strati di scialbo, sopravvissute grazie ad una intensa opera di pulitura – attraverso l’uso della tecnologia laser – e alla successiva rimozione delle scorie degli antichi rifacimenti.
Attualmente, il ciclo di affreschi primordiale è custodito nella Casa del Massaro, edificio attiguo alla chiesa, dove è possibile ammirare le opere, alcune nella loro integrità, mentre altre invece sono purtroppo corrotte.
Consistente e variegato dunque il corpus pittorico presente negli interni: a catalizzare lo sguardo dei visitatori, in particolar modo, è la “parete-puzzle” alla destra del portale d’ingresso, che cela un antico segreto. Originariamente, infatti, il muro ospitava un unico affresco, andato però distrutto in seguito ad un crollo e ricomposto successivamente per mano di alcuni uomini con gli stessi conci effigiati, disposti però in ordine sparso. Variopinto e frammentato, si rivela come un vero e proprio collage di figure di santi mutile e/o troncate, che infondono quasi la sensazione di cercarsi, per riunirsi in un’unica forma.
Di difficile riconoscimento e interpretazione invece la Teoria di Santi sita sulla sinistra, a causa dell’impiego della tecnica della picchiettatura, utile per far aderire la successiva decorazione.
Degni di nota i tre altari, riprova del processo di ottimizzazione e ripristino disposto dalla Fondazione. Il primo, l’altare maggiore dedicato a Sant’Irene, caratterizzato da mensole a volute, è sormontato da un ciborio composto da quattro colonne corinzie realizzate con marmo di reimpiego, nello specifico marmo cipollino e marmo d’Africa. In principio era costituito da una copertura in legno a cui si sovrapponeva un globo con croce, che è stato ricostruito ex post facto mediante il raffronto con documentazione fotografica e storica, inserendosi tra i vari interventi di superfetazione messi in atto nella struttura. Nel clipeo, Sant’Irene, che sorregge da un lato la palma del martirio e dall’altro la città di Lecce, riconoscibile dal campanile e dalla cinta muraria.
Ci imbattiamo poi nell’altare laterale dedicato a Sant’Oronzo, come si evince dal clipeo contenente il bassorilievo con la figura del santo. Costituito da lesene decorate da volute rovesciate, inizialmente prevedeva nella parte centrale un dipinto raffigurante Sant’Oronzo, probabilmente trafugato, poiché lì non fu purtroppo rinvenuto nulla. Attualmente vi si trovano apposti alcuni affreschi del XV secolo.
Ultimo ma non ultimo per importanza, l’altare della Vergine o della Madonna di Cerrate. Inizialmente, infatti, l’altare in pietra, risalente al 1642 e la cui realizzazione fu ad opera dell’economo della Casa degli Incurabili di Napoli Giovanni Pagano, fu totalmente scompaginato agli inizi degli anni Settanta durante i lavori condotti dall’architetto Franco Minissi; le sue componenti furono lasciate nel piazzale antistante alla chiesa, e solo dopo più di un quarantennio si è deciso di riportarlo in vita, restituendolo alla sua “dimora”. Galetto fu quel bacio, quello che Umberto Martella destinò con malinconica adorazione ad un altare di cui sopravviveva solo un ricordo. Grazie al Fai, l’Abbazia può nuovamente goderne, insieme al dipinto raffigurante la Madonna di Cerrate, opera dell’artista locale Nicola Ancona, che ha riprodotto mirabilmente una copia dell’originale seicentesco, malauguratamente trafugato. L’icona si trova tra due colonne corinzie decorate per metà da motivi vegetali e per l’altra metà con scanalature.
Dulcis in fundo, anche se molto altro ci sarebbe da raccontare per rendere giustizia al luogo: dirigendoci fuori dall’Abbazia e girando subito a sinistra, troviamo l’Officina, un fabbricato databile al XIX secolo, anticamente usato come frantoio e casa del massaro. Non a caso infatti, al centro della stanza sono site due imponenti macine ottocentesche, un tempo utilizzate per la molitura delle olive. Un luogo che ancora oggi pulsa di tradizione, folclore e usanze popolari, ornato da fotografie d’epoca ritraenti lavoratori intenti nella spremitura e utensili iconici che fungono quasi da passepartout verso un mondo lontano, che appartiene al suo tempo.
Si potrebbe parlare ancora molto del fascino che si rivela ai visitatori tra le pareti dell’Abbazia di Cerrate, ma alle volte le parole devono solo fare un inchino allo sguardo e lasciare che a “parlare” (strano a dirsi) sia lui.
In collaborazione con l’architetto Antonio Giannoccaro
Foto: Nicola Antonio Imperiale
© 2021 Tutti i diritti riservati
Laureata in Filologia Moderna, scrivo per varie testate giornalistiche. Sono editor e correttrice di bozze per libri eterogenei. Appassionata di poesia, ho sempre pensato che scrivere sia una sonda ed io continuerò ad esplorare.





























