La colonna di piazza Umberto: l’ultima vestigia del Museo Archeologico dell’Università
Piazza Umberto
Vorremmo coltivare una nostra nascosta passione per il depistaggio. Cominciamo con piazza Umberto. Piazza illustre per la città: un “lussureggiante” parco urbano; possenti ed iconiche architetture: il palazzo Ateneo, la fontana dell’Acquedotto, il monumento al re, l’antico e piccolo edificio detto “Goccia di Latte”. E poi ancora un’altra struttura, quella che è il vero oggetto di questa “rievocazione”. È un monumento che, ne siamo certi, passa inosservato, non solo ai nostri concittadini, ma pure a quanti percorrono il tratto iniziale di via Sparano per addentrarsi nelle vie dello shopping.
È semicoperto da un grande ficus che stende i suoi magnifici rami, miracolosamente superstiti alle insidie del tempo e dei vandali. Lo ricordiamo da decenni, da quando eravamo universitari e la piazza era luogo di incontro, di svago, di chiacchiere e riscontri sulla preparazione di esami e interrogazioni. È una colonnetta alta poco più di due metri, infissa nel terreno.

La colonna di piazza Umberto
Ha una struttura cilindrica e poggia su un basamento rappresentato da quattro tritoni o delfini e da un piccolo stemma della città: il pastorale nicolaiano in cornice.
In alto un capitello di gusto classico con volute di acanto e una sfera riccamente intarsiata (ci si perdonino le eventuali imprecisioni tecniche).
Nulla di più! E allora perché parlarne, e soprattutto perché la colonna sta proprio infissa in quel sito?
A guardar bene si distingue, abbastanza agevolmente, per fortuna, una breve scritta epigrafica “MUSEO” e sotto una freccia rapidamente tratteggiata che indica la direzione verso il Palazzo Ateneo.

Il Museo Archeologico
Ecco svelato l’arcano. Quella colonna indica al viandante, al viaggatore, al visitatore, al turista, che in quella direzione potrà raggiungere il Museo! Ma quale museo? Sì, proprio l’antico Museo Archeologico di Bari, ubicato nei saloni del primo piano del palazzo dell’Università. Ubicato è un verbo al passato. Il museo fu trasferito altrove più di venti anni fa.
Una piccola storia ignobile che non vale la pena rievocare, comprendente anche la misteriosa scomparsa di un notevole numero di reperti… ma non vogliamo parlarne. Preferiamo sicuramente tornare più indietro nel tempo e ricordare le fasi iniziali del sorgere del Museo!
L’istituzione di un Museo Archeologico a Bari risale al 16 agosto 1875, allorché il Consiglio Provinciale votò all’unanimità l’impianto di un Museo Provinciale di antichità, affidandone il compito alla Deputazione di Storia Patria.
I direttori del museo
Il primo nucleo di oggetti fu costituito da una piccola raccolta di vasi messi insieme dal professore Giovanni Battista Nitto De Rossi (lo stesso cui si deve la grandiosa operazione editoriale e storica del Codice Diplomatico Barese), nell’Istituto Tecnico di Bari. Con il Nitto De Rossi, furono membri delle commissioni scientifiche celebri esponenti della cultura barese: Eustachio Rogadeo (cui è dedicata la Biblioteca Comunale di Bitonto), Antonio Jatta, del casato che aveva fondato il museo archeologico a Ruvo e Giuseppe Ceci, di Andria, amico di Benedetto Croce con il quale aveva fondato la importante rivista Napoli Nobilissima.
Tra varie vicissitudini (la cattiva burocrazia era imperante anche a quei tempi), finalmente nel 1894 fu nominato il primo direttore: il tedesco Massimiliano Mayer. Il Mayer ebbe il merito della compilazione dell’inventario del Museo, nonché della pubblicazione di una breve Guida dello stesso, nel 1899. Ma soprattutto contribuì al progresso delle conoscenze sulle ceramiche della Puglia, con una serie di pubblicazioni scientifiche, ancor oggi fondamentali.
Al Mayer successe Michele Gervasio, che tenne questa carica per ben quarantotto anni, fino al 1957.
Michele Gervasio è noto soprattutto per gli studi, le ricerche e gli scavi che eseguiva nel territorio di Canne, nella certezza che lì fosse il sito della celebre battaglia del 2 agosto 216 a.C., che vide la sconfitta dell’esercito romano da parte del condottiero cartaginese Annibale.
Sia Mayer che Gervasio hanno meritato una dedicazione toponomastica, il primo al Libertà, negli isolati dopo la Ex Manifattura Tabacchi e l’altro a Torre a Mare, dove è stato eretto anche un busto a sua memoria.
Il Museo è stato per decenni un luogo simbolico della città di Bari, frequentato da migliaia di visitatori, anche a causa della felice posizione al centro della città.
Il museo è spostato da piazza Umberto
Era stato sede anche della pinacoteca, prima che venisse istituita quella attuale presso il Palazzo della Provincia.
La sfortunata decisione di devolvere all’Ente Provincia la titolarità del sito, a seguito di norme legislative che toglievano allo Stato la competenza su alcune tipologie di musei, ha nuociuto alla valorizzazione e alla conoscenza delle raccolte, peraltro di grande importanza e valore, storico, scientifico e artistico, relegate nella scomoda location del complesso di Santa Scolastica nei pressi dell’imbarco del porto.
Una piccola colonna, un relitto, un triste e timido residuo per una grande storia delle eccellenze – remote – della nostra città!
Link Università di Bari:
https://it.wikipedia.org/wiki/Universit%C3%A0_degli_Studi_di_Bari_Aldo_Moro
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Francesco Quarto è nato e vive a Bari. Da poco in pensione dopo tanti anni di vita da bibliotecario durante i quali ha “supportato” generazioni di studenti e non solo: docenti, ricercatori, accademici e continua a mantenere relazioni e contatti. Sviluppa le sue ricerche sulla storia della tipografia antica in Puglia scoprendo numerose edizioni ignote. La storia della città di Bari è l’altro ambito privilegiato dei suoi interessi. Da due anni ha una rubrica sui nostri quotidiani, molto apprezzata dai baresi e anche da viandanti e viaggiatori di passaggio nella città.




Complimenti per il servizio, molto interessante. Anch’io ho notato, fotografato e scritto alcuni post su Facebook a proposito di questa colonna, purtroppo completamente ignorata …