La Caserma “Giovanni Macchi” di Bari e il mistero delle decorazioni futuriste scomparse

copertina

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Percorrendo il versante ponente del monumentale Lungomare di Bari, tra “severi” edifici del Ventennio che si estendono oltre oltre il Castello Normanno-Svevo, due in particolare ci colpiscono per il loro insolito prospetto a forma semicircolare: sulla destra la più modesta, Scuola elementare “Renato Moro”, sulla sinistra la maestosa Caserma “Giovanni Macchi”, sede del Comando Regione Puglia della Guardia di Finanza.

La Caserma “Giovanni Macchi”

Siamo in largo Col. Felice Trizio, e la Caserma si staglia precisamente tra il corso Vittorio Veneto e le vie P. Ravanas, G. B. Trevisani e G. Murat, in un invaso spaziale semicircolare nella forma della tipica piazza cosiddetta “ad esedra”. Prevista in quel luogo già nel Piano Veccia del 1926, dall’ingegner Arrigo Veccia (Caserta, Napoli 1855-1928), tale piazza verrà completamente definita solo nel dopoguerra, con la costruzione dell’Edificio Scolastico “R. Moro” da parte degli architetti P. M. Favia e L. De Paolis. 

La Caserma Giovanni Macchi

Partiamo dall’intitolazione della Caserma: chi fu Giovanni Macchi? Nato a Novara di Sicilia (Messina) il 9 gennaio 1871, Giovanni Macchi, da milite della Guardia di Finanza, morì in combattimento a Monte Pal Piccolo, il 14 giugno 1915 durante la Prima Guerra Mondiale. Gli venne conferita la Medaglia al valor militare alla Memoria con la seguente motivazione, riportata sulla lapide dedicatoria nel vestibolo della Caserma a lui intitolata: 

In un momento critico del combattimento, quando gli effetti micidiali delle artiglierie nemiche avevano resa poco tenace la resistenza delle truppe, portandosi primo ove maggiore era il pericolo, nobilissimo esempio d’altruismo, con frase superiore e parola elevata, incitò i pochi dipendenti a tornare sul fronte, rimanendo fermo al suo posto, nonostante l’accerchiamento nemico, fino a che cadde mortalmente ferito alla testa. 

Lapide

Il monumento

A Paluzza (Udine) si trova il Monumento a Giovanni Macchi (1925), originariamente collocato nel Cimitero Militare di Timau, in foggia di ara votiva. Opera dello scultore Giovanni Mayer (Trieste 1863-1943), famoso autore del Faro della Vittoria (Arch. Arduino Berlam, 1927) di Trieste, esso reca la seguente iscrizione: 

GIOVANNI MACCHI / MAGGIORE DELLA R. GUARDIA DI FINANZA / SUL PAL PICCOLO / CONSACRÒ COL SUO SACRIFICIO EROICO / GLI ALTI IDEALI DI CUI FU STRENUO ASSERTORE IN VITA / SEGNANDO LA LUMINOSA VIA DEL DOVERE / AI COMMILITONI CHE IN CARNIA E DOVUNQUE S’IMMOLARONO / PER L’ONORE E LA GRANDEZZA DELLA PATRIA.

Il progetto della caserma si deve all’Ing. Cav. Vittorio De Bernardinis dell’Ufficio Tecnico GdF di Catanzaro, che ne redasse una prima versione nel 1927 (i disegni recano la data del 12 novembre 1927) in stile eclettico, ancora fortemente legato a stilemi tardo-ottocenteschi. A causa della temporanea indisponibilità di fondi, l’esecuzione del progetto venne rinviata, sicché, a causa del mutamento del gusto architettonico nei primi anni ’30, venne redatto un nuovo progetto (1932), che è quello realizzato, più confacente ai canoni dello “stile littorio”. 

Progetti della caserma

Il progetto di Dioguardi

Il nuovo progetto venne redatto dallo stesso ingegner De Bernardinis, ma con la supervisione artistica dell’Arch. Saverio Dioguardi (Rutigliano 1888 – Bari 1961) che ne ridefinì le facciate, disegnando i prospetti che vediamo attualmente. 

Il disegno delle facciate

Di fatto la caserma appare uno di quei lavori in cui, auspice la felice mano dell’architetto-artista, Dioguardi è chiamato a conferire dignità, talora solenne, sulla base di sistemi volumetrici e strutturali già definiti. 

F. MANGONE 1996
Maggiore G. Macchi

I lavori, eseguiti dalla Ditta F.lli Cervini di Bari, 1933-36, furono diretti dall’Ing. Ettore Bianco (che nello stesso periodo dirigeva i lavori dell’Ospedale Militare “L. Bonomo”), stante l’indisponibilità del De Bernardinis che non risiedeva in loco. Il nuovo edificio venne inaugurato il 28 ottobre 1936, in occasione del XIV Anniversario della Marcia su Roma (28 ottobre 1922), e consegnata formalmente alla R. GdF l’8 novembre 1938. 

Esteriormente l’edificio, caratterizzato dalla bicromia dei partiti architettonici in tufo carparo giallo e bianca pietra di Trani, non presenta elementi decorativi, eccettuati i gladi sugli architravi delle finestre del piano nobile contrassegnati dal motto FERT (motto presente sull’emblema di Casa Savoia), nonché i due fasci littori ad inquadrare l’arcata d’ingresso principale, rimossi nel dopoguerra ma visibili nelle foto d’epoca.

L’interno della Caserma Macchi

Nell’interno della caserma, al contrario, erano presenti decorazioni d’una certa importanza. Difatti, alle pareti dell’atrio erano collocati pregevoli pannelli decorativi del pittore futurista Pasquale Morino (Forlì 1904 – Milano 1975), opere purtroppo non più in situ, di cui apprendiamo l’esistenza da una rara pubblicazione dell’epoca.

L’atrio della Caserma Macchi con la sua pianta trapezoidale, dal lato maggiore interrotto da tre portoni di accesso e la parete a fronte spezzata da tre grandi aperture rettangolari, della quale la centrale, a guisa di boccascena, serve a dare luce ai corridoi di sbocco delle due scale laterali, offriva un problema di non facile soluzione al decoratore. Il pittore Morino, ricorrendo ai materiali moderni di rivestimento, cioè alla lincrusta striata, con inserzione di pannelli decorativi policromi di lincrusta liscia, ha saputo attuare una soluzione elegante e nuova e dare all’ambiente un tono elegante ma senza frivolezza, bene appropriato al carattere dell’edificio. I pannelli centrali, di intonazione allegorica, rappresentano una Vittoria armata in atteggiamento di marcia ed un giovine eroe armato di scudo e d’asta, che simboleggia la Regia Guardia. I quattro pannelli laterali rappresentano scene della vita della Guardia di Finanza: la guardia in guerra, la guardia al porto, la guardia e il lavoro, la guardia che sorveglia il confine: in complesso un’opera armonica che attesta nell’autore del progetto un senso d’arte di notevole rilievo.

NdR, Atrio di una caserma, in Edilizia Moderna, A. 1936-XIV, p. 39
Raffigurazione dei pannelli perduti

Il pittore Pasquale Morino (Forlì 23 gennaio 1904 – Milano 21 dicembre 1975) si era formato nell’ambiente della Capitale entrando in contatto con artisti della cosiddetta “Scuola Romana” (Mario Mafai, Scipione, Antonietta Raphael e Fausto Pirandello); visse a Bari per un lungo periodo (1929-51), partecipando a varie esposizioni, a partire dalla I (1930) e II Mostra del Sindacato Fascista Provinciale di Bari (1935). In questi pannelli, si può facilmente osservare che non vi è nulla del cosiddetto “dinamismo futurista” proprio di un Balla o di un Boccioni: siamo infatti nell’ambito del “secondo futurismo”, che vede il recupero della figurazione statica, trattata in maniera sintetica (si pensi a Depero, ma soprattutto a Thayat).

Verosimilmente occultati o trafugati durante l’ultima guerra, quando gli occupanti anglo-americani requisirono la caserma per acquartierare le loro truppe,  questi pannelli decorativi, pregevole testimonianza del futurismo barese, mancano all’appello, forse irrimediabilmente perduti. 

Sarebbe bello se venissero recuperati, magari grazie all’incessante lavoro di quella Guardia di Finanza che oggi alloggia nello storico edificio che li ospitava. E potremo tornare ad ammirarli dal vivo. Chissà.


Bibliografia

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Architetto e storico dell’arte, ha al suo attivo la pubblicazione di vari libri e numerosi articoli sull’Arte italiana, con particolare riguardo alle città pugliesi tra Ottocento e Novecento. E' curatore del blog sull'arte del Ventennio "Arte Ventennio": www.arteventennio.com.

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