Le epidemie del’600: quando la Puglia fu devastata dalla peste

peste

peste

Nella storia ci sono degli avvenimenti tragici che si ripetono ciclicamente nei secoli: guerre, disastri naturali ed epidemie. Purtroppo perfino nell’età moderna, con tutto il sapere accumulato e le nuove tecnologie, non siamo riusciti a bloccare questo ciclo di sciagure. Una di queste calamità toccò la Puglia due volte nel 1600, lasciando migliaia di vittime dietro di sé, parliamo dell’epidemie di peste.

Se la morte nera del 1630 aveva colpito principalmente il Nord Italia lasciando praticamente indenne il Regno di Napoli, nel 1656 la peste arrivò nelle regioni meridionali inarrestabile e feroce, mietendo vittime di ogni età e ceto sociale.

Le epidemie come punizioni divine

All’epoca le epidemie non erano viste come semplici fenomeni naturali e si tendeva a dotarle di una valenza divina, una sorta di punizione contro i peccatori e proprio per questo assumevano un aspetto ancor più terrificante. Non si può dare torto all’uomo del ‘600 se vide nell’azione del morbo un’azione divina, dato che proprio in quegli anni c’erano stati diversi eventi di natura eccezionale. Basta pensare all’eruzione del 1631 del Vesuvio o alla rivolta di Masaniello a Napoli del 1647 proseguita a Bari da Paolo Ribecco o addirittura alla straordinaria all’eclissi solare del 1654.

L’accademico Pirro Schettini proprio in riferimento a quest’ultimo avvenimento nella sua poesia “In occasione di un’eclisse del sole succeduto a’ 12 agosto 1654” aveva scritto:

Or ch’ al volto del sol la suora infesta

par che la luce sua spegna et oscure,

timido il mondo a riprovar s’appresta

d’inesorabil fato ire future

Arriva la peste

Quando la peste arrivò nel Regno di Napoli non fu subito riconosciuta e quei pochi dottori che la diagnosticarono come Giuseppe Bozzuti a Napoli e Giuseppe Verzilli a Bari si ritrovarono incarcerati. Le autorità temevano infatti che una notizia di questo genere potesse creare il panico.

Largo Mercatello durante la peste a Napoli (tela di Micco Spadaro,1656)

A causa della mancanza di informazioni i pugliesi non cambiarono le loro abitudini e continuarono a frequentare luoghi affollati, con la conseguenza che l’epidemia si diffuse e i casi di febbre aumentarono in maniera esponenziale.

Le porte delle città vengono chiuse

Poi finalmente, le amministrazioni cittadine decisero di chiudere le porte nella Terra di Bari e di Otranto e iniziarono i presidi militari con controlli di merce e persone, ma solo la Terra d’Otranto riuscì a rimanere immune alla piaga, nel barese si era ormai diffusa.

Nessun farmaco pareva fermare il morbo, neanche la teriaca considerata una medicina quasi miracolosa.

Le conseguenze della peste in città

Ormai c’era il terrore, le porte delle case degli appestati erano segnate con croci bianche, con il fuoco veniva bruciato tutto quanto apparteneva alle vittime e chi disubbidiva alla quarantena, cercando la fuga o facendo sciacallaggio, conosceva la forca innalzata in piazza.

Così scrive Fabrizio Veniero nel “Le disavventure di Bari” (1658):

Non più suono di christiana pietà, o per ossequii funebri a gl’incadaveriti destava la comune compassione, ma di ferine belve horribile il suono per la città udivasi di vilissime campane. Li carrettoni givano vicendevolmente di cadaveri ingombri dalla città alle preparate fosse, oltrepassando di cento il numero per giorno, tra quei, che nei lazzaretti e nella città perivano.

Le disavventure di Bari

Processioni e preghiere

Vennero elevate preghiere ai santi e molti usarono la manna di san Nicola come protezione contro il morbo. L’8 luglio del 1656 fu l’arcivescovo Diego Sersale “ammantato d’humil sacco” a guidare la processione per placare la rabbia divina:

Uomini e donne […] accompagnano l’immagine della Madonna di Costantinopoli lungo le strade della città: alcuni portando pesanti croci sulle spalle, altri percuotendosi con “sferze di funi, e di ferro”, altri colpendosi ripetutamente il petto con sassi, altri ancora portando piccoli crocifissi in segno di pentimento.

Furono mandati dei rappresentanti a prendere delle pietre dal Santuario di Monte Sant’Angelo per murarle nei più importanti palazzi della città e furono istituiti dei lazzaretti per i malati nei conventi.

Ma nulla sembrava funzionare e le fosse comuni improvvisate nell’orto di Episcopo, nel convento dei cappuccini e in tanti altri punti della città e della provincia continuavano a riempirsi.

L’epidemia del 1656-57 finisce

Finché come ci racconta lo storico Vito Antonio Melchiorre l’epidemia finì:

Agli albori del 1657, il flagello finalmente si placò e cessò del tutto il primo martedì di marzo, dedicato alla Madonna di Costantinopoli, dopo aver mietuto ben 12 mila vittime. Seguì una generale disinfestazione delle suppellettili presso la chiesa di S. Vito, quella di S. Barbara, l’osteria della gatta e alla strada del molo.

Alla fine dell’epidemia anche la città di Barletta pianse più di 8 mila vittime.

Die Pest (tela di Arnold Bӧcklin, 1898)

La peste torna nel 1690

Con il passare degli anni, quando le ferite si stavano rimarginando e sembrava che tutto fosse passato, nel 1690 la peste fece di nuovo capolino nella provincia barese.

Una tartana proveniente da Cattaro si fermò a Torre Ripagnola. Il comandante fece affari con un uomo di fiducia del conte di Conversano, per poi ripartire per Monopoli.

L’imbarcazione portava con sé il morbo e la peste in poco tempo tornò a fare capolino, mietendo vittime a Conversano, Monopoli, Castellana, Palo, Mola, Bitonto, Bari. Lo stesso conte di Conversano morì in un lazzaretto. A Bari il convento dei cappuccini fu murato, dopo la morte di alcuni frati.

Le nuove misure per arginare l’epidemia

Questa volta le autorità però non ricorsero a preghiere e processioni. Crearono un vero e proprio sbarramento presieduto giorno e notte per evitare che il contagio si estendesse. I cittadini furono costretti a restare nei loro borghi e i soldati ebbero ordine di sparare su chiunque cercasse di fuggire. Addirittura due feluche armate furono poste a presidiare la costa barese.

Insomma, l’attento controllo del territorio sommato alle importanti misure igieniche-sanitarie messe in atto per la situazione, consentirono di debellare il batterio del Yersinia pestis.

La peste è sconfitta nuovamente

Nel 1692, l’epidemia finalmente cessò, il convento dei cappuccini fu riaperto e, in maggio, venne ridata libertà di commercio nell’intera provincia.

Così descrive Melchiorre la fine di un incubo che attanagliò la Puglia.

Eventi tragici e disarmanti che pur facenti parte ormai dei libri di storia non possono che rievocare in noi scene di un passato recente.


Copertina: Il Trionfo della morte, Pieter Bruegel 1562, Museo del Prado Madrid

Bibliografia:

  • Vito Antonio Melchiorre, Bari nella storia, Mario Adda Editore, Bari 2002
  • Antonio Perrone, Il Palinsesto della catastrofe, Edizioni di storia e letteratura, Roma 2023
  • Pietro Sisto, Letteratura meridionale. Contesti nazionali e sovranazionali, Atti del convegno di Studi ADI Puglia e Basilicata, Lecce 2012

Link Wikipedia peste 1656:

https://it.wikipedia.org/wiki/Peste_del_1656

© 2024 Tutti i diritti riservati

foto
+ posts

Giornalista pubblicista, da anni collabora come redattore, fotoreporter e social media manager per testate giornalistiche online. Persona curiosa e intraprendente, ha coltivato negli anni diversi hobby.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *