La morte di Turiddu, dal carcere di Bari trapela la verità sulla dipartita del mitico bandito Giuliano
bandito Giuliano (2)
Nasceva cento anni fa, il 22 settembre 1922, a Montelepre, un piccolo centro vicino a Palermo, Salvatore Giuliano, Turiddu. La sua storia è nota, ma forse non tutti sanno che la rivelazione definitiva sulle vere circostanze della sua morte avvenne a Bari.
All’alba del 5 luglio 1950, infatti, il bandito che per sette anni ha tenuto in scacco la Sicilia e centinaia di militi delle forze dell’ordine, Turiddu, viene rinvenuto morto, assassinato da una sventagliata di mitra, nel cortile d’una casa a Castelvetrano in provincia di Trapani.
La notizia esplode come una bomba sulle prime pagine dei quotidiani: è la fine del banditismo in Sicilia, la fine di un incubo per le forze dell’ordine che gli danno la caccia da sette anni perdendo 87 carabinieri in numerosi scontri a fuoco.
Salvatore Giuliano era un giovane manovale che nel 1943 lavorava per un’impresa elettrica e, a tempo perso, praticava il contrabbando come quasi tutti in Italia durante la guerra, soprattutto dopo lo sbarco degli Alleati che si portavano appresso ogni ben di Dio, quella ricchezza e abbondanza alimentare che i siciliani e l’Italia intera non vedevano da anni, a cominciare dal caffè, la farina, lo zucchero per finire alle carni, al cioccolato, il chewing gum e le calze di nylon per le ragazze.
Ma quell’anno, il 2 settembre, Turiddu incappa in un posto di blocco con due sacchi di grano acquistati al mercato nero. Fermato si sottrae all’arresto sparando e uccidendo un carabiniere. Si dà alla macchia, arruola altri disperati come lui, e inizia una lunga carriera di criminale seminando morti per l’intera Sicilia.

Della banda di Salvatore Giuliano si serve tutto l’ambiente malavitoso dell’Isola a cominciare dai grandi proprietari terrieri, minacciati di espropri dalla riforma, per finire al movimento separatista siciliano, alla mafia e a qualche signorotto locale per vendette personali. Giuliano si vende al miglior offerente, ormai ha una sola preoccupazione: trovare il denaro necessario per vivere alla macchia con i numerosi componenti della banda. La latitanza costava un milione al giorno, una cifra enorme per l’epoca, deve pagare una serie di informatori che gli consentono di sfuggire alla caccia dei carabinieri.
Diventa famoso, la sua notorietà oltrepassa i confini nazionali, si fa passare per un moderno Robin Hood, difensore di poveri e oppressi, riesce perfino a farsi intervistare da giornalisti italiani e americani senza che le forze dell’ordine lo trovino.

Poi si macchia di un crimine che scuote l’opinione pubblica nazionale: il 1° maggio 1947 diverse centinaia di contadini e braccianti si recano a Portella delle Ginestre, una località sovrastata dalle colline della Pizzuta e della Cometa, per celebrare la Festa del Lavoro. Indossano i soliti abiti scuri e frusti da anni di miseria, sventolando bandiere rosse. Sono accompagnati da mogli, figli e parenti. A dorso di mulo, salgono su uno dei colli più alti, alle 10.30 è atteso per un discorso il Segretario socialista di Piana degli Albanesi.
L’oratore ha appena iniziato a parlare che una sventagliata di mitra lo ammutolisce. Il tempo di chiedersi cosa succede che il mitra torna a sparare, questa volta, ad altezza d’uomo. La folla si nasconde dietro i massi cercando scampo in tutte le direzioni, ma il crepitio della mitragliatrice continua implacabile a mezza costa del monte Pizzuta per circa venti minuti. Poi il silenzio è rotto dalle grida inumane delle mamme che non trovano i figli mentre gli uomini, sbigottiti, cominciano ad uscire dai ripari in cerca dei propri cari. La collina è costellata di corpi appiattiti al suolo, si contano 11 morti e 56 feriti fra donne e bambini. Nessuno riesce a capire chi ha sparato e perché. Non c’è stata nessuna provocazione, nessun affronto, sembra pura, semplice, spietata criminalità.
Non ci vuole molto per capire che la strage è opera degli uomini di Salvatore Giuliano. Ma perché?
Lo dirà lui stesso in un memoriale inviato alla Corte d’Assise di Viterbo il 13 giugno 1950:
voglio chiarire la infamante versione dell’eccidio di Portella: è stata la conseguenza del contegno e della propaganda di coloro che ci vogliono trascinare nell’orbita dell’imperialismo rosso… il mio scopo era di catturare i capi comunisti presenti a Portella delle Ginestre per la festa del 1° Maggio. La strage, comunque, fu causata da un errore, la sparatoria intendeva solo spaventare, ma alcune raffiche colpirono per sbaglio la folla… che non fosse nostra intenzione uccidere lo dimostra il numero esiguo delle vittime: soltanto undici, mentre, se avessero mirato meglio i morti sarebbero stati centinaia.
Una strage politica. Era vero? Non si saprà mai. Dei 27 criminali arrestati nessuno parla, nessuno sa o visto niente. Quasi tutti avevano un alibi. E le confessioni? Ci sono state estorte, diranno in coro.
Il 20 agosto 1949, un agguato alle forze dell’ordine nel piccolo centro di Belloluogo, sulle colline di Palermo, provoca la morte di otto carabinieri. Sono stati gli uomini di Giuliano. Intanto, intorno alla sua banda, si crea il vuoto: nessuno vuole avere più nulla a che fare con lui, gli è difficile perfino approvvigionarsi per sfamare la sua gente.
Il cerchio comincia a stringersi. Il 5 luglio 1950 a Castelvetrano Salvatore Giuliano viene ucciso. La versione ufficiale è che i carabinieri sapevano della presenza del bandito in paese e gli hanno teso un agguato giunto a buon fine.
Così, Salvatore Giuliano, Re di Montelepre muore. Aveva 28 anni.

Tutto falso: era un’incredibile, fantasiosa ricostruzione delle forze dell’ordine a beneficio della stampa e che i giornali demoliscono dopo pochi giorni. Salvatore Giuliano è stato ucciso nel sonno dal suo luogotenente Gaspare Pisciotta allettato da una promessa di trenta milioni ed un passaporto, da un intermediario della mafia che lo voleva morto. All’epoca, la Sicilia infatti pullulava di carabinieri, poliziotti e soldati che immiserivano i loro affari.
Rivelazioni, mai smentite e anzi confermate il 14 dicembre, dalla stessa madre del bandito, venuta alle carceri di Bari per vedere la figlia Marianna che scontava una condanna per sequestro di persona.
Pisciotta non ottiene né i soldi promessi, né il passaporto. Per sei mesi tenta di nascondersi poi, terrorizzato dalla paura, non tanto della giustizia quanto dalla vendetta della sua stessa banda, si costituisce. Ma nessuno può salvarlo dalla condanna a morte dei suoi ex sodali e il 9 febbraio 1954 viene raggiunto ed ucciso nel carcere dell’Ucciardone a Palermo, da un caffè alla stricnina. Con il suo assassinio la Sicilia esce da un incubo, dal terrore del banditismo per entrare nel tunnel più nero e più perverso delle organizzazioni malavitose dell’Isola: la mafia.
La sua storia sarà portata sullo schermo nel 1961 dal regista Francesco Rosi che realizza un film-inchiesta straordinario, un vero capolavoro, nel solco di quel cinema d’impegno civile che negli anni Sessanta caratterizza la cinematografia italiana. Il film è proiettato sullo schermo del Galleria il 1° marzo 1962…
Franco Rosi – scrive Piero Virgintino, il critico cinematografico della Gazzetta – si è documentato su tutto rendendo per immagini un agghiacciante, coraggioso documentario che ha l’empito e il gusto della cronaca ma che si trasforma anche in un mirabile brano di vita rivissuta, filtrato da una visione artistica magnifica.
Bibliografia:
Nicola Mascellaro, Una finestra sulla storia, Edisud, Bari 1991, vol. 3, p. 113-117
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Nicola Mascellaro è nato a Gravina in Puglia nel 1939, risiede a Bari dal 1950. Dal 1966 al 1996 ha lavorato presso La Gazzetta del Mezzogiorno come impiegato responsabile dell’Archivio di documentazione.
Segreti di stato e’ il film che.meglio affronta il fatto di Portella delle ginestre la prima strage di stato in assoluto:
In essa futuro presenti : la banda Giuliano, la banda di fra diavolo , la mafia e la X mas di Borgese che intervenne con lancia granate.