Quando un’epidemia colpì gli occhi dei baresi: la lunga lotta della città contro la malattia
occhi
Torniamo a raccontare il passato della città di Bari e lasciamo che la nostra guida alla scoperta di storie dimenticate sia lo storico Vito Antonio Melchiorre. Questa volta il nostro letterato ci riporta indietro fra la metà e la fine del 1700, quando una strana epidemia iniziò a colpire gli occhi dei baresi, una malattia così grave che in alcuni casi portava alla cecità dell’infermo.
Intorno alla metà del 1700, un male di origine sconosciuta iniziò a colpire la popolazione che, come abbiamo già scritto in altri articoli, prima della creazione del borgo nuovo era stipata entro le mura della città con il risultato che c’erano enormi problemi di sovraffollamento e condizioni igienico-sanitarie sempre più precarie.
I tentativi dell’Università e la processione in onore del santo
Nonostante i tentativi dell’Università di porre riparo a questo morbo, il male persisteva e, visto che la scienza aveva fallito, il parlamento comunale il 28 maggio del 1749 decise di organizzare una solenne processione per chiedere l’intervento dell’antico patrono: san Sabino. Per la stessa motivazione fu fatta anche una grossa donazione di dieci ducati di cera lavorata da offrire il 9 febbraio, nel giorno della festa del santo.

Purtroppo, la processione non ebbe l’esito sperato e rimasero tutti delusi. Non ci fu alcuna guarigione miracolosa e il male misterioso restò presente fra le mura di Bari per altri 45 anni.
Dopo quasi mezzo secolo il mal d’occhi è ancora presente
Solo nel 1794, i sindaci Tresca Carducci e Giovanni Verrone, volendo risolvere questo problema, pensarono bene di tornare ad affidarsi alla medicina e chiesero l’opinione di cinque importanti professori dell’epoca.
Gli esperti ebbero tutti un parere unanime: il male era dovuto alla presenza di rifiuti in piazza Mercantile.
Sembra infatti che pescivendoli e gli erbivendoli del posto lasciassero in strada rifiuti inzuppati di acqua e alghe usate per produrre il letame. Questa pratica, già di per sé intollerabile, unita all’umidità del luogo, alla precaria pulizia delle strade e alla scarsa ventilazione della piazza dovuta agli edifici della zona, portava come risultato finale a un mix pericoloso di miasmi e malattie.

Anche il parere di alcuni negozianti della zona fu concorde con quello dei professori e, anzi, i commercianti suggerirono che queste cose non avvenivano quando era usato il fogliarulo, un ampio locale ormai dismesso, posto nei pressi del Palazzo del Sedile.
La soluzione
Grazie alle risultanze delle indagini, i sindaci decisero di spostare il mercato nell’attiguo largo del Ferrarese, dove non erano presenti fabbricati ed essendo più vicino al mare permetteva di creare un canale di scarico delle acque direttamente oltre le mura.
Il progetto fu approvato anche dagli altri decurioni e, dopo l’autorizzazione delle autorità marittime, in tempi incredibilmente brevi considerata la normale burocrazia che si cela dietro queste opere, fu costruito un canale che scaricava le acque insudiciate direttamente nell’Adriatico.
Questa volta, il rimedio studiato ebbe esito positivo e il male che aveva afflitto Bari per quasi un cinquantennio pian piano scomparve.
Chiaramente, da quel momento iniziò l’inquinamento delle coste baresi, che nei secoli sarebbe diventato un’ulteriore piaga per la città, ma al tempo non c’erano altre strade percorribili.
Copertina: fotografia di Nicola Antonio Imperiale rielaborata con Chatgpt
Fotografie interne: Image Creator Bing rielaborazione grafica Nicola Antonio Imperiale
Bibliografia:
- Vito Antonio Melchiorre, Storie di Bari, Adda Editore, 2001, Bari
- Vito Antonio Melchiorre, Storie baresi, Levante Editori, 2010, Bari
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Giornalista pubblicista, da anni collabora come redattore, fotoreporter e social media manager per testate giornalistiche online. Persona curiosa e intraprendente, ha coltivato negli anni diversi hobby.