Le vituperate “sostituzioni edilizie” del “Murattiano”: la speculazione non c’entra, è mancanza di gusto
dE bARTOLO
Il quartiere Murat è stato soggetto, soprattutto nella seconda metà del secolo scorso, a numerosi interventi di “sostituzione edilizia”. Tale espressione del gergo tecnico (espressione gergale, appunto, in quanto non contemplata nell’ultima versione del Testo Unico per l’Edilizia) sta a significare, in parole povere, che si abbatte un edificio per costruirne uno nuovo, differente dal precedente, sia nell’aspetto formale che in quello planivolumetrico. E anche se la volumetria resta inalterata, la ratio d’interventi è sempre la massimizzazione dello sfruttamento della superficie utile per costruire.
È pertanto abbastanza evidente, quindi, che siffatta espressione altro non è che una perifrasi per celare, pudicamente, la realtà “scandalosa” della “speculazione edilizia”.
Ma è davvero “scandalosa” la speculazione? In effetti, il Murattiano nasce e si sviluppa sotto il segno della speculazione: leggendo le cronache dell’epoca sull’erigendo Kursaal Margherita, troviamo le stesse critiche riservate, mutatis mutandis, agli edifici di Punta Perotti un secolo dopo; eppure, nonostante gli intenti chiaramente “speculativi” dei proprietari del vecchio teatro, preferiamo tenerci il “Margherita” e non rimpiangiamo affatto la “saracinesca” abbattuta durante l’amministrazione del sindaco Michele Emiliano.
I “moralismi” non soltanto sono ridicoli, ma soprattutto sono fuorvianti, perché sviano l’attenzione dal problema di fondo, che è un problema fondamentalmente estetico. La sdegnosa condanna della “speculazione” piace a tutti, in maniera trasversale: essa soddisfa il moralismo bigotto sia dei cattolici (il denaro “sterco di Satana”) che dei marxisti (il “capitale” all’origine di tutti i mali del mondo), che ancor oggi dominano purtroppo il dibattito pubblico. Mette d’accordo, per dirla con Giovanni Guareschi, Don Camillo e Peppone, le “due facce della medaglia” di questa Repubblica: due facce che tendono sempre più ad assomigliarsi, in maniera affatto inquietante.
Anziché demonizzare il profitto dei “palazzinari”, che traggono guadagno (in maniera talvolta disonesta, ma come ogni altra categoria sociale) dal loro lavoro, si dovrebbe invece puntare il dito contro la mancanza di gusto e, soprattutto, di sensibilità verso i valori storico-artistici, insensibilità che parte proprio dagli “intellettuali”, dai tecnici e dai burocrati che dovrebbero garantire la tutela.
Il costruttore costruisce, non valuta l’estetica né promulga le leggi: ma, per l’appunto, ieri si costruiva il Teatro Margherita, oggi Punta Perotti. Un motivo ci sarà. L’elenco delle “vittime” della sostituzione edilizia nel Murattiano, dal dopoguerra ad oggi, è fin troppo esteso: il caso più eclatante fu quello del Palazzo della Gazzetta in piazza Roma (ne restano i due telamoni nell’atrio del Comune); l’ultimo in ordine di tempo, quello della palazzina in via Calefati, ad oggi quasi completamente abbattuta, nonostante la tenace opposizione di volenterosi cittadini ed accademici, come la professoressa Mimma Pasculli Ferrara storica dell’arte dell’Ateneo barese.
Perché? Perché il tutto avviene nell’indifferenza e nell’apatia generalizzata? Ma ha davvero senso domandarselo, quando Giulio Carlo Argan e Leonardo Benevolo negli anni ’70 avrebbero voluto demolire mezza Roma? I pregiudizi della “critica militante” nei riguardi delle architetture otto-novecentesche considerate alla stregua di “pattume”, si riflettono sia nella tutela del costruito, sia nei criteri di costruzione del nuovo: edifici che sembrano un pugno nell’occhio, che “stonano” nel contesto, indifferenti al genius loci, alla logica o al semplice buon gusto, vanno a sostituire palazzine che, se non sempre furono “opere d’arte”, ebbero comunque la loro dignità.
Ci si rende conto allora che il vero problema non è il tanto vituperato “profitto”, bensì il concetto stesso di “modernità”, che, come disse il filosofo Roger Scruton, “è stata un fallimento fin dall’inizio”.
Foto: Nicola Antonio Imperiale
Cartoline d’epoca: Nico Tomasicchio (collezione privata)
Architetto e storico dell’arte, ha al suo attivo la pubblicazione di vari libri e numerosi articoli sull’Arte italiana, con particolare riguardo alle città pugliesi tra Ottocento e Novecento. E' curatore del blog sull'arte del Ventennio "Arte Ventennio": www.arteventennio.com.




