Fenomeni del dialetto barese: la “i” prostetica

La i prostetica

La i prostetica

Il figlio di Alessandro Dumas diceva: «Non discutere mai: non convinceresti nessuno. Le opinioni sono come i chiodi, più ci si picchia sopra, più entrano in profondità», analogo all’intrigante detto barese «Ce t’ha da fà tagghià, veccìre bbuène t’ha da capà» (se devi fare qualcosa di impegnativo, fallo con chi ne è all’altezza).

Il programma di fornire, specie al popolo minuto, un mezzo per poter esprimere graficamente la propria parlata, per darle nello stesso tempo, semplicità e dignità, continua nel suo umile percorso illustrativo, per scongiurare, per quanto possibile, espressioni sgrammaticate e arginare incursioni di “giargianesi” e “anarchici individualisti.

La e atona (la e muta, alla francese), merita un’esposizione ampia, e speriamo di poterne parlare appena possibile. Ora, occupiamoci dell’interessante fenomeno della i prostetica, caratteristico e peculiare della parlata barese.

Il fenomeno della i prostetica è presente anche nella lingua italiana e registrato come tale. Diciamo e scriviamo, per esempio “in isposa”, “in istrada”, “per iscritto”, “in Isvizzera”, ma i termini sono “sposa”, “strada”, “scritto”, “Svizzera”.

In barese, vi sono termini che da soli, appunto, non possono essere pronunciati se non hanno la “i” davanti (i eufonica): iàcce (acce: sedano), iàcque (àcque: acqua), iàlde (alde: altro e alto), iàngeue (àngeue: angelo), iàrche (arche: arco), iècchie (ècchie: occhio), iègghie (ègghie: olio), ièrve (èrve: erba), (ì: io), iìnde (ìnde: dentro, nel), iònze (ònze: oncia).

Non mancano forme verbali, specialmente le terze persone singolari del presente indicativo, come iàlze (alza, da alzà), ièsse (esce, da assì), iùsckue (scotta, da usckuà), etc., e alcuni nomi propri di persona, Iòlghe (Olga, Olghe), Ièmme (Emma, Èmme), Iànne (Anna, Anne) e altri.

Tale sconosciuto fenomeno per alcuni e mal digerito da altri, ha generato non poco scompiglio tra i compilatori di vocabolari (sarebbe più adatto chiamarli glossari, traduttori), i quali hanno riportato alla i (o alla j addirittura) termini tra i quali alcuni sopra citati che non andavano lì elencati.

1954: il demologo Alfredo Giovine spiega i fenomeni della lingua barese (Foto: archivio Giovine [c])

In alcune altre parole, invece, come iàzze (ovile), ièttature (iettatura), iòdie (iodio), iòse (chiasso), iòsce (oggi), iùse (locale ad uso fisiologico), siamo in presenza di i etimologica.

I termini con i prostetica differiscono dai cugini “etimologici” perché i primi, specialmente davanti ad articoli determinativi ovvero al plurale, perdono la i, per divenire parole compiute; infatti i lemmi esatti, da cercare nei vocabolari sono, acce, acque, alde, àngeue, ècchie, ègghie, èrve, ì, ìnde, ecc. Pistola ad acqua può essere scritta pestòle a iàcque e pestòle ad acque; un filo di erba: nu file de ièrve e nu file d’èrve, cento grammi di olio: mìinze quinde de iègghie e mmìinze quinde d’ègghie; mi brucia la bocca: me iùsckue la vocche e me sènghe d’usckuà la vocche; iècchie ggnore e l’ècchie russe; te lo dico io: t’u digghe iì e t’u diggh’ì; andai anche io: scìibbe pure iì e scìibbe pur’ì.

Iùse etimologico ha significato di (locale a uso fisiologico), mentre quello con i prostetica significa utilizzo, manufatto perfetto, iè ffatte a iùse e iè ffatte a ll’use (realizzato da mani esperte).

Un caso interessante è il semidittongo iì.

Soffermiamoci sul pronome personale di prima persona, io, che in barese è ì; esiste anche una versione con pronuncia peculiare barese che per caratterizzarla, va trascritta con (con i prostetica); questi è un semidittongo ed è formato dalla semivocale i e dalla vocale ì accentata (i e u in barese, davanti ad altre vocali, hanno sempre funzione semivocalica – es. iìnde, iìdde).

Tale semidittongo, serve segnalarlo perché, specie in poesia, provoca iato fra la vocale finale della parola precedente e sé stesso, ma, in questo caso, s’impedisce la sinalèfe (detta, altresì, crasi o fusione, ovvero, come generalmente si dice impropriamente elisione, perché dove c’è questa, c’è sempre il segno dell’apostrofo).

Es.: me scìibbe a mmètte iìnde (lett: mi andai a mettere dentro); sillabando (anche compitando, meglio di spelling) la locuzione, avremo sette sillabe: me-scìib-b’a-mmèt-te-iìn-de, perché fra te e vi è iato.

Se vogliamo avere la fusione fra mètte e iìnde, dovremo sopprimere la semivocale prostetica i ottenendo, solo in questo caso, la vera elisione/fusione fra mètte e iìnde: me-scìib-b’a-mmèt-t’ìn-de (sei sillabe); ancora, tu-dig-ghe iì (quattro sillabe), diventa tu-dig-ghì (tre sillabe); pure iì (tre sillabe), pur’ì (due sillabe).

Non è permessa fusione quando la finale del primo vocabolo ha la vocale accentata e la seconda parola inizia con (i) prostetica (soprattutto quando la parola che segue viene scritta con un j (gei, che taluni considerano una i lunga), che peraltro, non esiste nell’alfabeto italiano come in quello latino; tale segno, j (gei), è presente solo in lingue straniere e la sua pronuncia varia (vedi jungla, jazz, james, jour; e non jonio, japigia, jus, justitia, jesi, jacopo, etc, utilizzate da coloro che ignorano alfabeti e lingue italiana e latina).

Va detto, peraltro, che quell’ì, non va trascritta con l’apostrofo (ì’) al pari della u, cui fan precedere o seguire il segno dell’apostrofo.

U è in barese, l’articolo determinativo ‘il’, e non serve scriverlo con l’apostrofo, nemmeno se lo si considera derivato da un antico lu.

E se dicessimo allora, che lu deriva dal latino illum, quanti apostrofi dovremmo mettere?

[c y] Tutti i diritti riservati


Felice Giovine è nato a Bari. Nel 1985 ha creato il Centro Studi Baresi, il Comitato per l’eliminazione del J (gei) dall’italiano e dal barese; nel 2009 ha pubblicato e diretto U Corrìire de BBare (fino a febbraio 2012); nel maggio 2012, l’Accademia della Lingua Barese “Alfredo Giovine” (con Rino Bizzarro, Gigi De Santis e Gianni Serena). È figlio di Alfredo da cui ha ereditato l’Archivio delle Tradizioni Popolari Baresi e la Sezione Civiltà Musicale Pugliese, oltre a la crosce de mbarà a le barise a llègge e a scrive come se dève la lèngua noste.

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