Il processo alla mafia del 1969: l’analisi di Mongelli nel suo ultimo libro

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Perché un altro libro sulla mafia? Chi scrive queste poche righe rivede, con gli occhi del bambino di allora, la triste stagione delle bombe mafiose, che culminò nella strage di Capaci in cui trovarono la morte Giovanni Falcone, sua moglie e gli uomini della scorta. Si trattò della conclusione di una storia iniziata parecchio tempo prima, e che ebbe nel processo barese del 1969 uno degli snodi fondamentali: proprio qui a Bari, in Corte d’Assise, sfilarono “i più bei nomi” della mafia dell’epoca.

Verdetto del processo alla mafia

Il verdetto del processo, anticipato al lettore fin dal titolo, fu di assoluzione per tutti gli imputati alla sbarra: “la più incredibile sentenza dell’epoca”, nella definizione – invero appropriata – data allora da alcuni commentatori.

“Ricordare la storia per non ripeterla” è una frase fatta: bisogna anzitutto comprenderne i nessi causali, ossia capire perché sia andata in un certo modo e non in un altro. In questo senso emerge, dalla lettura del libro, una generale minimizzazione – financo da parte degli inquirenti – del fenomeno mafioso: un grave errore di valutazione che sembra ripetersi oggigiorno nei confronti delle “mafie d’importazione” – cinese e nigeriana, in primis – la cui pericolosità viene sottostimata dagli inquirenti, dalla stampa e dall’opinione pubblica, spesso a causa del diffuso buonismo.

Un buonismo che, evidentemente, ha risparmiato i siciliani, ai quali tuttora è affibbiata indistintamente l’etichetta di “mafiosi” associata alla tradizionale iconografia del “picciotto” con baffi, coppola e lupara d’ordinanza. Ma tant’è.

Il resoconto dell’autore

Nel vivido resoconto dell’autore, in cui alla fine analisi del saggista si coniuga la facile esposizione del narratore, sfilano le dramatis personae che ricordano certi polizieschi anni ’70: la battuta di un imputato che, alla domanda del Pubblico Ministero “In vita sua non ha mai sparato?” risponde sornione “Sì qualche volta, ma solo a cani rabbiosi” pare tratta da un film con Tomas Milian, o dal celebre Il camorrista di Ben Gazzara.    

Tra gli altri imputati, spicca un certo Salvatore Riina, detto Totò, che passerà alla storia come “il capo dei capi” di Cosa Nostra. “Avremmo potuto sconfiggere la mafia da tempo, senza attendere le stragi del 1992” disse Luciano Violante.

Forse, un diverso verdetto avrebbe mutato il corso della nostra storia recente. Forse, Falcone e Borsellino vivrebbero oggi come tanti altri magistrati in pensione. Non potremo mai saperlo, ma possiamo e dobbiamo domandarcelo.


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Architetto e storico dell’arte, ha al suo attivo la pubblicazione di vari libri e numerosi articoli sull’Arte italiana, con particolare riguardo alle città pugliesi tra Ottocento e Novecento. E' curatore del blog sull'arte del Ventennio "Arte Ventennio": www.arteventennio.com.

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