Trentennale di “via D’Amelio”: antefatti, fatti ed epilogo di un’altra strage annunciata
via d'amelio
Il pomeriggio del 19 luglio del 1992, il procuratore aggiunto di Palermo, Paolo Borsellino, decide, all’ultimo momento, di fare visita alla madre e alla sorella che abitano nella stessa città in via Mariano D’Amelio. Le tre auto blindate, con 6 uomini di scorta, arrivano al numero 21 di via D’Amelio alle 16,55. Borsellino scende dalla sua vettura protetto dalla scorta, sale la breve rampa di scale che conduce all’ingresso del palazzo, suona il citofono e… la strada esplode. Un’auto imbottita di esplosivo al plastico parcheggiata di fronte al portone d’ingresso, a meno di cinque metri da Borsellino, salta in aria uccidendo sul colpo il giudice e 5 agenti della scorta: Claudio Traina, Agostino Catalano e Vincenzo Li Mulli erano palermitani; Walter Cosina era un ragazzo di Trieste ed Emanuela Loi, 25 anni, la prima donna poliziotto impegnata al servizio scorta, era della provincia di Cagliari. Il sesto agente, Antonio Vullo, si salva perché si è allontanato per far defluire il traffico.

Come per Falcone, anche ai funerali di Borsellino e degli agenti di scorta, si ripetono le stesse scene: proteste, spintoni, lancio di monetine, sputi e insulti all’indirizzo del Capo dello Stato, del Presidente del Consiglio e del Capo della Polizia che, nonostante il rifiuto della famiglia Borsellino ai funerali di Stato, hanno voluto esserci.
La mafia – scrive Giuseppe De Tomaso – ha un grande alleato nella sua opera di depistaggio e sovvertimento della verità: un ‘sistema’ anzi uno Stato basato su tutto fuorché sul principio di ‘responsabilità’ e ‘identità’… chi ha organizzato un servizio d’ordine che a malapena è riuscito a salvaguardare l’incolumità del Presidente della Repubblica? Non si sa. Chi voleva impedire a Borsellino di occuparsi della strage di Capaci? Non si sa. Chi aveva sottovalutato le voci sul suo attentato? Non si sa. Chi non aveva predisposto il divieto di sosta e circolazione nella zona dove abitava la madre di Borsellino? Il Prefetto, il Questore o il Capo della Polizia? Non si sa!
Eppure, che Paolo Borsellino fosse stato condannato a morte, era noto sin da prima della strage di Capaci. Il 21 maggio il pentito Vincenzo Calcara aveva rivelato agli inquirenti che lui stesso aveva ricevuto l’incarico. Lo ha poi ripetuto e confermato il 12 giugno… Cosa Nostra non dimentica e a Borsellino non perdonerà mai di aver messo in ginocchio una delle famiglie più potenti di Trapani. Si poteva, dunque, evitare la strage di via D’Amelio? Difficile dirlo. Gente con una organizzazione, mezzi tecnici ed economici così rilevanti da minare un tratto di autostrada e farla saltare nel momento esatto in cui una precisa vettura l’attraversa a 130 chilometri l’ora, neppure un esercito potrebbe fermarla… il problema non è se un omicidio si possa fare o no – aveva detto Borsellino – tutti i delitti sono possibili. E’ relativamente facile per questa gente uccidere anche un Capo di Stato.

Dopo questa ennesima strage, lo Stato decide di esserci. Decide di usare la mano pesante. Il 20 luglio, il carcere dell’Ucciardone, a Palermo, è svuotato del fior fiore di detenuti di mafia per confinarli all’isola di Pianosa; il 22, invia in Sicilia 7.000 soldati, con compiti di polizia, e 2.000 nuovi agenti; approva, in due settimane, una legge antimafia che prevede il carcere duro per i mafiosi e maggiori garanzie ai pentiti per abbattere il muro dell’omertà; concede maggiori poteri alla Direzione Investigativa Antimafia; riapre i termini per la nomina di un superprocuratore alla Direzione Nazionale Antimafia e infine trasferisce il prefetto, il questore e il contestatissimo capo della Procura di Palermo, Pietro Giammanco.
E’ una catarsi. Una vera opera purificatrice di traumi e conflitti che hanno avvelenato la Sicilia e soprattutto la Procura di Palermo. Un clima che il 3 dicembre induce il sostituto procuratore, Domenico Signorino, al suicidio. Era stato accusato dal mafioso pentito Gaspare Mutolo di collusione con la mafia. Eppure, Signorino aveva sostenuto l’accusa al primo maxi-processo a Cosa Nostra degli anni Ottanta.
Nel frattempo, il 30 ottobre, il CSM questa volta… di concerto con il ministro della Giustizia… nomina Bruno Siclari capo della Direzione Nazionale Antimafia – la parola superprocuratore non piace ai magistrati – e il 17 dicembre, dopo l’ennesimo braccio di ferro con Claudio Martelli, il CSM nomina il piemontese Gian Carlo Caselli procuratore capo della Repubblica di Palermo.
Ancora una volta, il CSM ha voluto sottolineare la propria indipendenza – e per quanto stava accadendo, il minimo dissenso con la Magistratura era considerato un sacrilegio – e confermare il criterio dell’anzianità. Martelli avrebbe voluto il giudice Pietro Grasso, ma questi era entrato in Magistratura due anni dopo Caselli. Non che Caselli fosse un illustre sconosciuto. Tutt’altro. Vantava successi considerevoli nella lotta contro terroristi e brigatisti, ma Grasso era, ed è, considerato un esperto della criminalità mafiosa in Sicilia. Tant’è che sarà Grasso a succedere a Caselli nella primavera del 1999.
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https://it.wikipedia.org/wiki/Paolo_Borsellino
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Nicola Mascellaro è nato a Gravina in Puglia nel 1939, risiede a Bari dal 1950. Dal 1966 al 1996 ha lavorato presso La Gazzetta del Mezzogiorno come impiegato responsabile dell’Archivio di documentazione.