Un nuovo approccio ai beni culturali: il metodo Martinus Aps a Bari Vecchia
Martinus
Nell’aggrovigliato intreccio dei vicoli di Bari Vecchia, all’interno di Palazzo Bianchi Dottula, si trova un luogo rimasto chiuso, invisibile e dimenticato per oltre sessant’anni, la chiesa di San Martino. Luogo di culto che oggi vive una vera e propria rinascita, grazie all’Aps Martinus, nata nel 2022 con un obiettivo chiaro di restituire vita, valore e significato al patrimonio storico della città.

Martinus Aps
Martinus è un’associazione composta da cittadini, professionisti e appassionati di storia e cultura, architetti, restauratori, tecnici, studiosi e volontari che ha trovato la sua guida nell’architetto Gerardo Milillo, che ne è presidente.
Non un gruppo chiuso, ma una comunità eterogenea che mette insieme competenze, tempo ed entusiasmo per prendersi cura dei beni culturali della città promuovendo progetti di valorizzazione, formazione e partecipazione della collettività. La chiesa è stata “adottata” da questo gruppo di volontari che hanno deciso di trasformare un bene privato in un tesoro condiviso.
Nell’attuale configurazione il tempio appare come una struttura seicentesca integrata nel complesso barocco del palazzo, le indagini archeologiche hanno rivelato un segreto preziosissimo, al di sotto della pavimentazione giacciono resti di origine bizantina risalenti al IX-X secolo. Si tratta di una testimonianza quasi unica a Bari, dove i resti diretti di quell’epoca sono rarissimi.
L’obiettivo dell’associazione
«L’obiettivo dell’associazione è ambizioso, portare alla luce l’intero impianto originale svelando i segreti di una città medievale ancora tutta da leggere», ci racconta l’architetto Antonio Giannoccaro, membro dell’associazione.
Il recupero di San Martino riguarda un complesso progetto di restauro scientifico condotto in stretta sinergia con la Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio e l’Università degli Studi di Bari, sotto la direzione dell’architetto Gerardo Milillo, che ha curato il progetto e ottenuto le regolari autorizzazioni, trasformando il sito in un laboratorio d’eccellenza.
«La collaborazione con l’Università, in particolare con il corso di laurea in Conservazione e Restauro dei Beni Culturali, ha permesso di avviare un cantiere-scuola dove gli studenti, guidati da professori e tutor esperti, operano direttamente sui manufatti», ci racconta Antonio.

La Madonna del Segno
Tra le operazioni più delicate e significative spicca senza dubbio il recupero dell’affresco della Madonna del Segno, opera del XV secolo che rappresenta un caso di studio straordinario per la storia dell’arte barese, poiché è l’unico esempio di quell’epoca giunto a noi nella sua unità compositiva.
«Parliamo di un pezzo di storia della città dal valore inestimabile – spiega con orgoglio Giannoccaro – a Bari esistono altri affreschi di questo periodo, ma sono spesso ridotti a piccoli frammenti. La Madonna del Segno è arrivata a noi integra, nonostante i vari rimaneggiamenti subiti dalla chiesa nei secoli, il restauro è riuscito a preservarne l’unitarietà, riportando alla luce una brillantezza cromatica che sembrava perduta».
Vedere i pigmenti del Quattrocento riemergere sotto le mani esperte degli studenti universitari è stata un’esperienza che ha trasformato il cantiere in un momento di autentica meraviglia, ci racconta Antonio:
«È stato un ritorno alla luce. Per i restauratori e per noi dell’associazione, restituire questa bellezza alla comunità non è solo un atto tecnico, ma la riconsegna di un’identità che rischiava di restare sbiadita sotto la polvere dei decenni».
Il rapporto con la comunità
La particolarità del recupero di San Martino sta nel rendere partecipe la comunità, non avviene dietro portoni sbarrati, diviene un cantiere-scuola, un’aula a cielo aperto. Grazie alla convenzione con l’Università di Bari, la conservazione dei beni culturali non è solo una lezione accademica, ma un esercizio di responsabilità:
«Gli studenti sono stati in questo processo, non semplici osservatori ma protagonisti, mettendo in pratica le tecniche imparate durante i corsi. – ci racconta Antonio – Il loro entusiasmo è stato il motore di tutto, in cambio della loro professionalità, il luogo ha offerto loro un’opportunità di formazione che sarà fondamentale per la loro carriera futura».
Dopo questa piccola conquista, lo sguardo dei tecnici è già proiettato verso le prossime sfide, l’associazione Martinus sta infatti pianificando interventi di alta precisione che richiederanno un approccio multidisciplinare, agendo sui diversi strati temporali della struttura.
Il candelabro settecentesco
In primo piano vi è il completamento del restauro del candelabro settecentesco, attualmente smontato, questo manufatto di pregio necessita di un complesso intervento di consolidamento strutturale e di ripristino delle finiture decorative superficiali, per poi tornare a dialogare con lo spazio dell’altare. Stessa attenzione è dedicata alla zona presbiteriale, dove sono in corso studi per il recupero dei mosaici pavimentali e dei restanti frammenti pittorici. L’operazione più ambiziosa, tuttavia, riguarderà la valorizzazione della stratigrafia bizantina.
Il cantiere aperto
Martinus condivide questa evoluzione con tutta la cittadinanza, creando un vero e proprio cantiere aperto. «Un bene culturale esiste solo se una comunità lo riconosce», ci confida Giannoccaro. Nonostante le complessità legate alla sicurezza, l’associazione ha scelto di rendere il restauro un evento pubblico, organizzando visite guidate e momenti di incontro mentre i lavori sono in corso.
«Invitiamo le persone a vedere come si lavora su un affresco – continua Antonio – a capire perché usiamo certi materiali, a toccare con mano la fragilità della pietra bizantina. Quando la gente entra e vede i ragazzi sui ponteggi, il bene smette di essere un monumento polveroso e diventa un progetto comune. È un’esperienza di trasparenza che crea un legame emotivo fortissimo tra il quartiere e la chiesa».
Il coinvolgimento dei giovani
L’associazione scommette su un’idea tanto semplice quanto rivoluzionaria, il coinvolgimento diretto dei residenti e delle nuove generazioni. La risposta non si è fatta attendere, smentendo il luogo comune di una gioventù passiva o di un quartiere impermeabile alla cultura. Il coinvolgimento delle scuole del centro storico ne è la prova:

«Spesso si pensa che i ragazzi di oggi siano distanti o disinteressati ma la realtà che abbiamo trovato ci ha sorpreso. – racconta Giannoccaro – Quando apriamo le porte del cantiere o entriamo nelle aule, veniamo sommersi di domande. C’è curiosità, voglia di capire cosa nascondono i vicoli della propria città. La chiesa di San Martino smette di essere un muro vecchio e diventa un pezzo della loro storia di cui andare fieri».
Questo modo di approcciarsi ai cittadini, non passa certo inosservato, di fatti i commercianti della zona, i vicini di casa, le persone di passaggio si affacciano, chiedendo come procedono i lavori, sentendosi parte del processo.
La rassegna Giardini di Pietra
L’associazione opera un vero e proprio progetto di restauro anche sulla comunità, complice la loro rassegna Giardini di Pietra, giunta alla sua terza edizione, giornate di eventi culturali, mostre, spettacoli, concerti, presentazioni di libri e performance teatrali concentrati nei vicoli della città vecchia.
«Lo stesso nome Giardini di Pietra esprime la nostra visione – spiega Giannoccaro in maniera minuziosa – vogliamo che i luoghi storici di Bari tornino a essere spazi vivi grazie alla cultura, quest’anno abbiamo confermato l’evento per tutto il mese di maggio, con cadenza settimanale. Non è facile organizzare tutto in regime di volontariato, ma la risposta del pubblico ci ripaga di ogni sforzo».

La forza del progetto Martinus sta proprio nel rompere il muro dell’indifferenza, dimostrando che Bari Vecchia non è solo un quartiere di passaggio, ma una comunità di patrimonio viva.
La connessione con altri siti
L’obiettivo è mettere in connessione la chiesa di San Martino con altri siti chiave della Bari sotterranea e medievale, «immaginiamo un percorso diffuso che permetta di vivere la città vecchia come un unico, grande organismo culturale», ci confida Antonio.
Il viaggio di Martinus è appena iniziato, l’augurio finale che l’associazione rivolge alla città è quello di una riappropriazione collettiva degli spazi dimenticati, chissà tra qualche anno non li ritroveremo a restaurare altri siti storici della nostra città.
Foto: Martinus Aps e Valentina Rosati
Link sito Martinus Aps:
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