Tra parole e colori: l’universo creativo di Patrizia Cannazza

Cannazza

Cannazza

Abbiamo avuto il piacere di conoscere Patrizia Cannazza grazie alla sua partecipazione all’Agenda 2026 Luoghi della Bellezza di LuoghInteriori, dove si distingue con una commistione di linguaggi che unisce forza e grazia, rappresentativa della poliedricità di cui l’artista è emblema. Da un lato, l’opera figurativa Maternità a Kiev, di grande impatto visivo ed emotivo, illumina la pagina con la delicatezza delle sue tonalità pastello: seguendo gli orli stilizzati delle due sagome, unite in un amalgama di pura intimità tra madre e figlio, si scorge una luce che scolpisce la speranza e celebra la vita anche nel dolore e nonostante l’imperversare della ferinità. Dall’altro, i versi tratti dal suo toccante componimento Ho cucito una coperta di poesia danno voce a un desiderio profondo di rinascita e consolazione, in un intreccio di parole che si fanno rifugio e preghiera.

Donna di straordinaria passione e sensibilità, Cannazza ha fatto della propria arte e del proprio impegno sociale un legame inscindibile. Fiera figlia del Salento, nasce e cresce a Castrignano dei Greci, dove fin da giovanissima coltiva l’amore per l’arte, la scrittura e il servizio agli altri. Professionista sanitaria e counselor a indirizzo psicobiologico, ha sviluppato un approccio che unisce scienza e umanità, ponendo al centro la cura della persona nella sua interezza. Il suo costante impegno verso i più fragili, l’attività di volontariato e la difesa dei diritti umani le hanno valso prestigiosi riconoscimenti, tra cui il titolo di Cavaliere della Repubblica Italiana e quello di Ambasciatrice di Gentilezza per la Pace.

Poetessa, instancabile autrice di plurime opere e artista, Patrizia Cannazza trasforma le emozioni in arte e il dolore in parole che curano, rivelando una sensibilità rara e una voce capace di farsi atto di resistenza non violenta alle ferite del nostro tempo. Oggi si racconta su Sinestetiche, aprendo una finestra sul suo mondo interiore: uno spazio di luce, bellezza e consapevolezza, dove ogni gesto, parola e colore diventano insegnamento e dono per chiunque abbia la fortuna di incontrarla.

Patrizia Cannazza

Intervista a Patrizia Cannazza

Patrizia, per iniziare: come ama presentarsi al pubblico che incontra per la prima volta?

Intanto, grazie per l’accoglienza. Mi presento al pubblico come si apre un libro: con una copertina che racconta poco, ma lascia intravedere un mondo. Amo presentarmi semplicemente come una persona che scrive per necessità e per passione. Credo che la scrittura sia prima di tutto un atto di ascolto, verso se stessi e verso il mondo. E scrivere, per me, è il modo più naturale per cercare un senso nelle cose. Non cerco di impressionare, ma di condividere. Quando incontro il pubblico, porto me stessa, con le mie domande, i miei dubbi, e la mia voce.

Le opere a cui è più legata

Nella sua carriera ha dato vita a numerose opere, sia pittoriche che poetiche. Ce n’è qualcuna a cui sente di essere particolarmente legata e che l’ha segnata più di altre?

Tra le tante opere a cui ho dato vita, ce ne sono due che porto nel cuore in modo particolare, perché sono nate da ferite collettive e da un’urgenza interiore che non potevo ignorare. La prima è una poesia contro il femminicidio. L’ho scritta in un momento in cui la cronaca era un susseguirsi di nomi, volti e silenzi assordanti. Non volevo solo denunciare, ma dare voce a chi non può più parlare. È una poesia che mi ha attraversata e mi attraversa ancora, ogni volta che viene letta. L’altra è un’opera pittorica nata durante la guerra a Kiev. È un dipinto che raffigura la maternità in mezzo alla guerra, un’immagine che avevo dentro ancora prima di riuscire a fissarla sulla tela. Volevo raccontare la forza di chi dà la vita mentre intorno tutto sembra volersi spegnere. Per me è diventata simbolo di tutte le madri del mondo che lottano senza clamore.

Un’artista dalla grande versatilità

Patrizia, lei è una donna di grande versatilità: artista visiva, poetessa, counselor, attivista. Come si intrecciano tutte queste anime nel suo percorso creativo e umano?

A volte mi chiedono come riesca a conciliare tutte queste dimensioni, come se fossero compartimenti separati. In realtà, per me sono semplicemente diverse espressioni della stessa spinta interiore: quella di comprendere, di sentire, di trasformare. Un caro amico mi ha definita una matrioska. Mi è piaciuta moltissimo questa immagine, perché in effetti sento di essere fatta di molte anime, una dentro l’altra, tutte autentiche, tutte vive. La pittura è il mio modo di dare forma al non detto, alle emozioni che abitano sotto la superficie. La poesia, invece, è la voce di quelle stesse emozioni con un linguaggio più sottile. Il counseling (ad indirizzo psicobiologico) mi ha insegnato l’importanza del silenzio che accoglie, della presenza che non giudica. E poi c’è l’attivismo, che è per me una forma concreta di coerenza: non potrei creare, scrivere o lavorare con le persone senza poi impegnarmi anche nel sociale. Le ingiustizie non mi lasciano indifferente. Quindi tutte le mie parti parlano la stessa lingua: quella del prendersi cura, in modi diversi.

Pannelli e parole

Nella sua arte alterna pennelli e parole: si sente più vicina alla pittura o alla poesia, o entrambe si completano a vicenda?

Mi piace pensare d’esser nata con una penna e un pennello in mano. Per me pittura e scrittura non sono mondi separati, ma due lingue sorelle. Ci sono emozioni che chiedono il silenzio del colore, altre che invece trovano respiro solo nella parola. Dipingere è un atto fisico, istintivo, quasi viscerale. Scrivere, al contrario, è come camminare in punta di piedi dentro di sé. Ma entrambe sono forme di ascolto e di rivelazione. Non posso dire di sentirmi “più vicina” all’una o all’altra, perché si completano a vicenda. Quando non riesco a dire qualcosa a parole, prendo un pennello. Quando il gesto pittorico non basta, scrivo. A volte una poesia nasce da un dettaglio visto mentre dipingo; altre volte un quadro prende forma da un verso che mi gira in testa da giorni. Quindi sì, alterno pennelli e parole… ma è come respirare con due polmoni: ho bisogno di entrambi per sentirmi viva.

L’ispirazione della Cannazza

Le sue opere, che siano tele o versi, hanno sempre un respiro intenso e intimo. Da dove nasce la sua ispirazione più autentica?

La mia ispirazione nasce da ciò che vibra sotto la superficie delle cose. A volte è un’emozione che non riesco a nominare, altre volte è un’immagine fugace, un dettaglio. Spesso arriva dalla natura, da un ramo spezzato o un filo d’erba che resiste al cemento. C’è una verità profonda nei paesaggi, nei silenzi, nella luce che cambia e io cerco di raccoglierla, di portarla dentro le mie opere. Anche le esperienze umane mi ispirano profondamente. I vissuti che incontro nel mio lavoro, le storie di dolore e resilienza, le fragilità. A volte l’ispirazione arriva nei momenti più impensati: mentre cammino, mentre ascolto qualcuno, o mentre sto in silenzio. Credo che l’intimità delle mie opere venga proprio da lì: dal fatto che non cerco di “inventare”, ma di restituire ciò che mi attraversa. In fondo, ispirarsi significa lasciarsi toccare. E io cerco di farlo ogni giorno.

L’esperienza di Counselor e attivista

Nei suoi libri e nei suoi quadri emerge un’attenzione profonda verso i temi dell’esistenza e della fragilità umana. Quanto conta la sua esperienza come counselor e attivista per i diritti umani nella sua ricerca artistica?

La mia esperienza come counselor e come attivista per i diritti umani è parte integrante della mia ricerca artistica. Non è qualcosa che “influenza” l’arte da fuori, è il terreno stesso su cui nasce e si muove ogni mia opera. Nel counseling ho imparato ad ascoltare senza sovrapporre giudizi, senza voler correggere il dolore altrui. Questo stesso tipo di ascolto lo porto nella pittura e nella scrittura: cerco di restituire ciò che l’essere umano è, con le sue ombre e le sue luci, senza abbellimenti forzati. Come attivista, invece, non posso ignorare le ingiustizie che segnano le vite, i diritti negati. La fragilità non è solo una condizione privata: è anche il risultato di contesti che escludono, opprimono, silenziano. E allora l’arte, per me, diventa anche uno spazio di denuncia, di memoria, di riscatto. Nelle mie opere c’è sempre un’attenzione profonda alla complessità dell’esistenza: alla maternità, alla perdita, alla solitudine, alla speranza. E questa attenzione nasce proprio dallo stare accanto alle persone, nel momento in cui sono più vere, più nude, più umane.

Il linguaggio artistico e poetico

Ha uno stile che sa coniugare sensibilità e forza, luce e inquietudine. Come definirebbe, con le sue parole, il suo linguaggio artistico e poetico?

Se dovessi definire il mio linguaggio artistico e poetico, direi che è fatto di contrasti che convivono: luce e ombra, fragilità e resistenza, silenzio e grido. È un linguaggio che nasce dal bisogno di dare forma a ciò che spesso resta invisibile. Alle emozioni taciute, le domande senza risposta, i gesti minimi che però raccontano tutto. Uso i colori e le parole come strumenti per attraversare l’inquietudine, non per nasconderla. Non mi importa molto che sia perfetto. Mi interessa ciò che pulsa, anche se a volte fa male. E allo stesso tempo, c’è sempre una ricerca di luce, di bellezza, anche nei luoghi più cupi. Penso che il mio linguaggio sia una soglia: tra ciò che si vede e ciò che si sente. È un linguaggio che chiede attenzione, ma che restituisce intimità. Come le raccontavo nelle domande iniziali, non mi interessa impressionare: mi interessa toccare. Anche solo un’anima alla volta.

La mia Wislawa Szymborska

I riconoscimenti

Lei ha ricevuto importanti riconoscimenti, fino al titolo di Cavaliere della Repubblica Italiana. Quanto questi traguardi hanno rafforzato la sua missione di “accendere scintille di rivoluzione” attraverso la bellezza?

Ogni riconoscimento che ho ricevuto, dal titolo di Cavaliere della Repubblica Italiana ai premi internazionali legati all’impegno sociale, è per me una conferma importante, non tanto sul piano personale, quanto su quello della responsabilità. Quando si viene riconosciuti per un’arte che parla di diritti, di ferite, di umanità, significa che qualcosa si è mosso, che una scintilla è arrivata da qualche parte. E allora sì, questi traguardi non solo rafforzano la mia missione, ma mi ricordano ogni giorno perché l’ho scelta. Accendere piccoli fuochi di consapevolezza, bellezza e rivoluzione interiore. A breve, ad esempio, ritirerò con gratitudine il premio del Senato Accademico di Sannicandro di Bari, presso l’Accademia di Scienze Filosofiche. Un riconoscimento che tocca un tema a me molto caro, quello del bullismo e cyberbullismo. Portare la mia voce su questo tema, attraverso l’arte, è un modo per dare dignità alle storie sommerse, per non lasciarle sole o dimenticate.

L’atto creativo come dialogo per la Cannazza

Nella sua attività c’è sempre un dialogo tra la dimensione personale e quella universale. Quando scrive o dipinge, pensa di più a sé stessa o a chi guarderà e leggerà le sue opere?

Quando dipingo o scrivo parto sempre da un’emozione, una domanda che mi abita. L’atto creativo è, inizialmente, un dialogo intimo, quasi silenzioso. Non penso ad un potenziale pubblico mentre creo, penso alla verità di ciò che sento. Devo prima essere sincera con me stessa, altrimenti l’opera resta vuota. Ma subito dopo avverto la presenza dell’altro. Di chi guarderà, leggerà, si lascerà toccare. È come se ci fosse una soglia: superata quella, il personale si apre all’universale. Per questo credo che ogni opera, sia un ponte: tra la mia interiorità e quella di chi la incontrerà. L’opera non è mai solo mia, una volta nata. È di chi la accoglie. Questo per me è il vero miracolo dell’arte.

Agenda 2026 Luoghi della Bellezza

Ha scelto di partecipare all’Agenda 2026 Luoghi della Bellezza di LuoghInteriori. Cosa l’ha spinta a entrare in questo progetto e cosa rappresenta per lei farne parte?

Ho scelto di partecipare all’Agenda 2026 Luoghi della Bellezza perché sento che oggi, più che mai, abbiamo bisogno di restituire valore alla bellezza come strumento di consapevolezza, non solo estetica ma anche etica. Questo progetto, così poetico e visionario, mi ha parlato subito. Non si limita a raccontare luoghi geografici, ma invita a riscoprire gli spazi interiori. Partecipare significa per me non solo “esserci”, ma portare avanti la mia missione artistica e umana: far dialogare l’intimo con il collettivo, la fragilità con la forza, la memoria con il presente. È un progetto che crea connessioni profonde tra persone, territori e anime, ed è questo che oggi mi interessa coltivare. Farne parte è un onore, ma anche un impegno: quello di continuare a generare bellezza che non sia vuota decorazione, ma scintilla, respiro, possibilità. E sono convinta che l’arte, quando si fa strumento di incontro e trasformazione, possa ancora salvare spazi dentro e fuori di noi.

Le sue opere

La sua opera Maternità a Kiev e la poesia Ho cucito una coperta di poesia sono un binomio potente. Che significato vuole lasciare al lettore e allo spettatore attraverso questo connubio di immagine e parola?

Maternità a Kiev e Ho cucito una coperta di poesia sono due opere che si parlano, si proteggono. Nascono da contesti diversi, ma portano lo stesso respiro: quello della cura, della resistenza affettuosa, del femminile che crea anche in mezzo alla distruzione. L’opera pittorica raffigura una madre che allatta il suo bambino, stretto, mentre intorno infuria la guerra. È una testimonianza muta, ma eloquente, di chi continua a generare vita anche quando tutto crolla. La coperta di poesia, invece, è un gesto d’amore fatto di parole. È una forma di abbraccio simbolico, un modo per scaldare chi ha freddo non solo nel corpo, ma anche nell’anima. Questo binomio per me è una dichiarazione d’intenti: lasciare un senso di tenerezza attiva, di presenza, accoglienza. E se anche solo una persona si sente riconosciuta attraverso questo connubio, allora la mia opera ha già trovato il suo posto.

Maternità a Kiev

Progetti futuri della Cannazza

Guardando al futuro, quali sono i suoi prossimi progetti e sogni artistici che desidera condividere con chi la segue e la apprezza?

Guardando al futuro, porto con me il desiderio di continuare a creare opere che siano ponti, non solo tra linguaggi diversi, ma anche tra persone, culture, emozioni. Ho anche in cantiere un po’ di cose. Ma il sogno più semplice e più profondo è continuare a sentirmi fedele a ciò che sono, a ciò che credo, e a quella voce interiore che ogni giorno mi invita a creare con verità. L’arte, per me, non è mai solo un fine. È un cammino. E ogni opera che nasce è un passo in più verso l’altro. Grazie per questa intervista. Ha rappresentato un vero spazio di riflessione e ascolto. Poter condividere non solo il mio lavoro, ma anche ciò che lo nutre, è un dono prezioso.


Poesia: Ho cucito una coperta di poesia

HO CUCITO UNA COPERTA DI POESIA
 
 
Nel silenzio della notte,
Dove il mondo riposa nella sua quiete,
Ho cucito una coperta di poesia intessuta di speranza,
Dove i colori dell’arcobaleno danzano insieme in armonia.
 
Filati di amore intrecciati con cura,
Ricamati con parole di pace e di luce,
Coprendo la terra intera con un manto di calma,
Dove ogni cuore respira serenità e giustizia.
 
Sulle note dolci del vento che sussurra,
I sentimenti si intrecciano come fili d’oro,
Rendendo il mondo un luogo di armonia e compassione,
Dove la coperta di poesia avvolge ogni anima con dolcezza.
 
Che questa coperta avvolga ogni terra e mare,
Portando quiete e amore in ogni cuore,
E che la pace possa fiorire come un giardino,
Dove ogni petalo è un verso di speranza e di unione.

Poesia: Come un filo d’erba che sfida la morte

COME UN FILO D’ERBA CHE SFIDA LA MORTE
 
 
 
In trincea, l’eco del silenzio,  
il battito di cuori spezzati,  
la terra trema, e l’ombra avanza,  
sotto il cielo di un’umanità frantumata.
 
Le stelle, lontane, vacillano,  
come occhi chiusi nella notte,  
mentre il fango abbraccia i corpi,  
un abbraccio di dolore e di paura.
 
Ombre di uomini, ombre di sogni,  
si perdono nel fumo e nel pianto,  
la guerra, un canto di voci stanche,  
che s’ alza, in un grido disperato.
 
Eppure, tra le macerie, un germoglio,  
un filo d’erba che sfida la morte,  
la vita resiste, fragile e forte,  
simbolo di speranza, un inno al ritorno.
 
Oh, signora guerra, tu che assedi i cuori,  
lascia spazio al silenzio, alla pace,  
che nel vuoto di questo abbraccio,  
risuoni un giorno il canto d’amore.


© 2025 Tutti i diritti riservati

+ posts

Laureata in Filologia Moderna, scrivo per varie testate giornalistiche. Sono editor e correttrice di bozze per libri eterogenei. Appassionata di poesia, ho sempre pensato che scrivere sia una sonda ed io continuerò ad esplorare.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *