Intervista a BoEm, la poetessa di seta e acciaio

BoEm

BoEm

Per la rubrica Sinestetiche, oggi abbiamo il piacere di presentarvi Emanuela Botti, nota ai più con il magnetico pseudonimo BoEm – un nome che già da sé è poesia, eco di bellezza irregolare e visioni interiori.

Autrice prolifica, attivista e volontaria, voce sensibile e tagliente del panorama poetico contemporaneo, BoEm è anche podcaster e instancabile divulgatrice di versi.
È stata definita “poeta di seta e acciaio”, fusione rara di delicatezza e forza, dove il ceruleo degli occhi incontra l’ardesia – un’immagine che racconta bene la sua cifra stilistica, fatta di grazia e gravità.

Ha pubblicato tre sillogi poetiche: Le fate ingorde, FemmeoB e Immor(T)ale, opere in cui la parola si fa corpo, esperienza e specchio sincero, oltre che libretti d’arte, aforismi e installazioni, ricevendo diversi riconoscimenti e menzioni di merito . Porta inoltre la poesia in forma di voce con il podcast “SONO NATA CON LE SCARPE. TACCO 10!”, progetto che mescola arti e linguaggi mantenendo sempre al centro la parola poetica come atto d’amore e di verità.

L’abbiamo incontrata grazie alla sua selezione per l’Agenda 2026 Luoghi della Bellezza di LuoghInteriori, a cui ha contribuito con la splendida poesia Ancora, che abbiamo l’onore di svelarvi in anteprima. Ecco a voi: BoEm.

Emanuela Botti in arte BoEm

Chi è Emanuela Botti, in arte BoEm? Raccontaci qualcosa del tuo percorso personale e artistico.

Sono nata nel 1961, il 14 del mese corto a Milano, dove ho studiato nello storico Liceo Classico G.Berchet in via della Commenda. Ho pubblicato tre libri di poesie. Come essere umano ho compiuto tre miracoli: Elisa, Pietro e Luca.

La poetessa Emanuela Botti, in arte BoEm

Come ti sei avvicinata alla scrittura e alla poesia? Ricordi un momento preciso in cui hai capito che sarebbe stata parte integrante della tua vita?

Mi hanno definito una poeta di seta ed acciaio, ma io preferisco pensarmi come una donna di pianura, una “giovane” poeta che osserva il mondo. L’aggettivo giovane lo metto tra virgolette perché scrivo da circa dieci anni. La scrittura è arrivata a me in età matura. Come spesso succede ho iniziato a scrivere attraversando un’esperienza dolorosa, ma facendo questo, ho praticamente azionato un interruttore. Mi sono accesa. Poi ho avuto la fortuna di conoscere grandi Maestri, poeti che mi hanno ascoltato, accolto e riconosciuta come poeta. È stato come portare in superficie un fiume che scorreva in un letto sotterraneo. Ho scoperto che la poesia era la mia libertà. E scrivendo, ho cominciato a togliermi strati di pelle, anzi direi di carne viva che si erano accumulati e che mi pesavano. E sono diventata BoEm.

Il tuo nome d’arte, BoEm, è curioso e suggestivo. Da dove nasce e che significato ha per te?

Questo nome nasce dalla genialità di un mio più che caro amico, il quale unendo semplicemente le iniziali del mio cognome e del mio nome, ha dato corpo a questo appellativo così musicale e così estremamente sensuale quando viene pronunciato. E questo si evidenzia soprattutto quando recito le poesie e concludo la declamazione con un dolcissimo “Sono BoEm”.

Il poeta depositario di una memoria collettiva

 La tua è una poesia che ascolta il mondo, come scrivi tu stessa. Cosa vuol dire “ascoltare” per un poeta?

Mi piace pensare che il poeta sia il depositario di una memoria e che uno dei suoi “compiti” sia far sì che questa possa diventare collettiva, anzi, universale. Credo infatti che la poesia sia un bagaglio. Perché la poesia nasce da un’esperienza, non tanto da un’emozione. La poesia è l’elaborazione di un vissuto, di un ricordo, quindi di un’esperienza. Il valore del poeta è riuscire a far decantare questi ricordi per poterli trasformare nelle parole, nelle situazioni che il lettore vivrà come emozione, l’emozione che lo riporterà alle sue esperienze. E quindi al suo bagaglio, alla sua memoria.

 I tuoi testi affrontano temi forti e attuali – l’universo femminile, l’eros, la violenza, il lavoro, la guerra – ma sempre con uno spiraglio di speranza: come nasce la scelta di questi argomenti?

Tutto nasce dalla volontà di farmi “toccare” dalla quotidianità. È poi la mia sensibilità personale di donna che mi fa decidere come elaborare ciò da cui sono stata toccata, anzi talvolta solo sfiorata. Grazie alla poesia ho imparato a riconoscere il mio coraggio e a tagliare “rami secchi” ma ancor più a riconoscere invece quelli carichi di fiori e di frutti. E ho capito che riconoscere il proprio coraggio ci insegna ad essere felici. Perché se la poesia è un atto di vita, la felicità è un atto d’amore.

 Hai all’attivo diverse pubblicazioni: ti va di parlarcene? Cosa può trovare un lettore nei tuoi libri come FemmeoB, Immor(T)ale o Le fate ingorde?

Il lettore che si avvicina ai miei libri è come se andasse a un appuntamento con la sincerità della poesia, dove le parole non si proibiscono nulla. La mia è una poesia moderna, non uso la rima. Utilizzo parole del quotidiano, apparentemente semplici ma cariche di immagini vere, di vissuti.  Chi legge non fatica a riconoscersi. Scrivo così perché questo è il modo più sincero e naturale con cui nascono i miei versi. Perché la poesia è come uno specchio: e davanti a questo specchio bisogna denudarsi, ma senza mai mettersi in posa. Questa è l’unica cosa che può rendere credibile un poeta.

L’impegno sociale

Il tuo lavoro si intreccia spesso con l’impegno sociale: come vivi il rapporto tra poesia e attivismo?

Io credo che le donne debbano essere portatrici di complicità, non di rivalità. Siamo un universo di intelligenza, rivoluzione, sensibilità, dolore, gioia, peccato e santità. Sono queste le doti che ci fanno diventare fate ingorde. E con questa espressione ho anche motivato il titolo del mio primo libro di poesie. Io sento che l’universo è stato generoso con me, mi reputo una donna molto fortunata: quindi vivo l’attivismo come una forma di “restituzione” nei luoghi e con le persone che hanno bisogno di parole, ma anche di gesti concreti. Quindi, come volontaria in una Casa rifugio per donne maltrattate e in difficoltà, io porto loro e scrivo con loro poesia, ma le accompagno anche in situazioni di incombenze quotidiane

Porti la poesia anche in forma di podcast, recital e installazioni. Come nasce il progetto SONO NATA CON LE SCARPE. TACCO 10! e cosa ti affascina del mescolare linguaggi e arti diverse?

Il progetto del podcast nasce sostanzialmente dopo alcuni anni di esperienza su Instagram. Su questo social, io pubblico spesso dei video dove recito mie poesie ma anche di altri poeti. Nel tempo in molti hanno chiesto di poter ascoltarmi anche in un podcast e quindi ho deciso di aprire questa forma di condivisione su YouTube, Spotify e Amazon Music. Il titolo del podcast, e che ben mi rappresenta, non è altro che l’incipit di una mia poesia. Ciò che mi affascina nel mettere in comunicazione linguaggi diversi è proprio la diversità, che reputo da sempre un valore aggiunto.

Il tour #sononatail14delmesecorto

 Il tuo tour #sononatail14delmesecorto ti ha portata in luoghi non tradizionali per la poesia. Che tipo di incontri ed emozioni hai vissuto lungo questo percorso?

Ci vorrebbero ore e ore per raccontare l’intensità delle emozioni che ho vissuto durante questo tour, soprattutto perché ho accompagnato la poesia in luoghi dove non era attesa e dove poi si è rivelata una grande e meravigliosa sorpresa. Il tour comprendeva anche delle serate in locali e ristoranti in cui mi accomodavo ai tavoli di persone sconosciute e recitavo loro delle poesie che potevano scegliere tra un elenco di titoli. Ecco forse la cosa che più mi ha emozionata è stato questo tipo di confronto, che definirei intimo con chi ascoltava e si apriva all’ascolto di sé.

Hai ricevuto numerosi premi e riconoscimenti: ce n’è uno che ti ha lasciato un segno particolare?

No li considero tutti alla stessa altezza.

Nelle tue parole dici che “chi legge poesia trova ciò che stava cercando anche se il poeta non l’aveva scritto”. E tu, quando scrivi, cosa cerchi?

Forse più che cercare, io riesco a trovare qualcosa di me che non conoscevo. Anzi, per dirlo in un altro modo: cerco semplicemente ciò che non sapevo mi servisse conoscere! Ma questo direi dovrebbe essere l’esercizio che sarebbe utile facessero tutti. Non solo chi scrive poesia, ma anche e soprattutto chi la legge.

Progetti futuri

Quali sono i tuoi progetti per il futuro?

Ho terminato la quarta silloge e spero venga pubblicata a breve. Per il resto, continuerò ad andare dove mi chiama la poesia, nella sua veste più sincera: quella colorata d’umanità.

Ancora
Il resto della settimana
l’ho passato alla fontana
del dubbio
a bagnare i tanti passi
e alcuni sassi.
Lo scoglio sapeva di miele
di tuono, la casa
la noia assassina
non era mia proprietà
l’alibi reggeva ancora.
Lo scoglio sapeva di lentisco
tra l’onda e la schiuma
il mare accordava il silenzio
con chiacchiere di tramontana.
E mi cullavo i vorrei
togliendomi le scarpe
per non romperne un altro
o un’altra volta ancora
il cuore
il mio.

Link dei libri:

Link Social:

© 2025 Tutti i diritti riservati

+ posts

Laureata in Filologia Moderna, scrivo per varie testate giornalistiche. Sono editor e correttrice di bozze per libri eterogenei. Appassionata di poesia, ho sempre pensato che scrivere sia una sonda ed io continuerò ad esplorare.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *