Dare forma all’invisibile: intervista a Sofia Nizzoli

Nizzoli

Nizzoli

In questo nuovo appuntamento di Sinestetiche, la rubrica che dedichiamo agli artisti per esplorare i linguaggi del contemporaneo e celebrare l’estro creativo, incontriamo Sofia Nizzoli, giovane artista emergente romana. L’abbiamo conosciuta in occasione della sua selezione per l’agenda 2026 Luoghi della Bellezza di LuoghInteriori, nella quale è custodita la sua opera Sintomi di routine: un lavoro che ci ha colpiti per la capacità di trasformare la quotidianità in una riflessione pittorica sincera, diretta e priva di pleonasmi.

Formatasi presso l’Accademia di Belle Arti di Roma, Nizzoli ha partecipato al progetto di riallestimento per l’aula Colleoni e ha esposto in occasione della mostra collettiva presso Studio Orizzonte Gallery S.r.l., esperienze che testimoniano un percorso di crescita attento e coerente, fondato su una indagine personale che unisce osservazione, tecnica e introspezione.

L’artista Sofia Nizzoli

Una pittura muscolare e anatomica

Nonostante la giovanissima età, Sofia Nizzoli compone opere di spessore ricercato e di respiro multiprospettico. La sua è una pittura anatomica, muscolare, in cui il corpo diventa territorio di esplorazione e verità: dalle pieghe della cute alla carne scarnificata, fino all’ossatura evidente, tutto è ridotto all’essenziale, in un esercizio di sottrazione che rivela l’essere nella sua nuda autenticità. È un richiamo a un realismo pittorico genuino, dove la vita quotidiana, osservata nei suoi gesti e nelle sue imperfezioni, diventa fonte d’ispirazione e chiave di lettura del presente.

L’equilibrio prospettico e volumetrico delle figure – rigoroso, quasi scultoreo – viene interrotto da un elemento di destabilizzazione: il volto senza volto. Le sue sono presenze umane depurate dei tratti identificativi e dunque aperte a molteplici interpretazioni. In questa scelta radicale si colloca la sua ricerca di armonia tra dimensione corporea e dimensione interiore: ogni figura è specchio di una possibilità, ogni omissione un invito a rendere le sue sagome scevre di condizionamento, per consentire allo spettatore di potersi riconoscere.

Il linguaggio della Nizzoli

Ciò che potrebbe apparire come alienazione o straniamento si trasforma, nel linguaggio della Nizzoli, in un gesto di restituzione: la pittura si fa spazio di condivisione emotiva, un luogo in cui chi guarda può proiettare se stesso e ritrovare un frammento della propria esperienza. La sua è una pittura di verità e di libertà, che non contempla l’annullamento, ma la forza dell’immagine come simbolo di equità espressiva e democrazia esistenziale, aperta a ogni sguardo e a ogni declinazione.

Di questo e di molto altro abbiamo parlato con Sofia Nizzoli, in un dialogo che attraversa corpi, spazi e silenzi dipinti, lasciando emergere una cifra personale capace di restituire al gesto pittorico una partecipazione aperta e inclusiva. La sua capacità di rendere visibile l’invisibile e di interrogare lo spazio tra strato e substrato racconta il percorso di una giovane pioniera del linguaggio artistico contemporaneo, attenta a coniugare libertà creativa e coerenza compositiva.

In-sofferenza fetale

Intervista a Sofia Nizzoli

Sofia, sei nata e cresciuta a Roma e oggi sei impegnata sia nel triennio che nel biennio di pittura all’Accademia di Belle Arti: come ti presenteresti a chi ancora non ti conosce?

Sono una giovane artista romana, cresciuta nel cuore pulsante di una città tanto affascinante quanto caotica. Roma è la mia casa, ma non nego che spesso sento la necessità di fuggire e cercare quiete altrove. Appassionata pittrice, in fase di studio, con uno sguardo sempre aperto verso nuovi medium. La pittura è il mio primo amore, ma non l’unico: mi interessa tutto ciò che può trasformare una sensazione, un’emozione, un sentimento in una forma universalmente valida, cioè, catturare ognuno per la sua soggettiva esperienza. Mi piace pensare che il mio lavoro sia come dare voce al silenzio, per raccontare ciò che non si può, o non si vuole, dire a parole. Il momento migliore è quando creo nel mio studio, nel quale cerco di coltivare un’atmosfera di libertà e dove la mente non ha regole: ogni tela diventa un piccolo ambiente sospeso.

La sua formazione

Dopo la maturità scientifica hai scelto l’arte, intraprendendo il percorso accademico. Cosa ti ha spinta a seguire questa strada e come senti che la tua formazione stia influenzando la tua crescita artistica?

In realtà, più che dopo, ho scelto l’arte durante la maturità scientifica. È stato un momento di svolta, nato durante il lockdown causato dal Covid-19. In quel periodo sospeso, ho finalmente avuto il tempo e lo spazio per ascoltarmi davvero, per capire cosa mi appassiona profondamente. È lì che ho scoperto il bisogno di creare, di esprimermi attraverso l’arte. Una scelta che rifarei ogni giorno, anche se all’inizio mi ha un po’ destabilizzata. Non disprezzo però la formazione scientifica: mi ha insegnato il rigore, la disciplina, il pensiero critico. Sono strumenti preziosi che porto con me anche nel lavoro artistico.

Certo, a volte penso che iniziare prima un percorso creativo mi avrebbe dato qualche vantaggio in termini di tecnica e consapevolezza, ma ogni esperienza ha contribuito a formarmi. Oggi l’Accademia mi offre una base solida, sia teorica che tecnica, ma è la vita quotidiana, con le sue contraddizioni e bellezze, a nutrire davvero la mia ricerca.

Quando hai capito che l’arte sarebbe stata la tua forma principale di espressione e ricerca personale?

Non c’è stato un momento esatto, piuttosto delle urgenze che mi hanno portata a cercare la calma nel segno, nel gesto, nel colore. Dipingere, per me, è paragonabile ad un atto di meditazione: non significa ricercare la pace, ma mettersi in ascolto. È un processo profondo in cui osservo, assorbo e restituisco su tela. L’arte è diventata il modo per indagare su me stessa e il mondo circostante, senza pretendere risposte definitive, ma con la volontà di porre domande sincere.

Le sue opere

Le tue opere indagano la condizione umana attraverso figure prive di fisionomia riconoscibile, archetipi che parlano con il gesto e la postura. Come sei arrivata a definire questo linguaggio e cosa significa per te lavorare sull’anonimato del volto?

È stato un processo graduale. Il primo approccio alla pittura è stato molto dispersivo e snervante: la questione era sempre “cosa faccio?”. Finché semplicemente “ho fatto”, liberando la mente da stereotipi e fisse, pescando idee dal mio archivio esistenziale. L’assenza dei volti è una scelta intenzionale e poetica: mi interessa ciò che è universale, ciò che ci accomuna al di là dell’identità individuale, un’arte aperta e interpretabile da chiunque. Il gesto e la postura comunicano più del volto: sono linguaggi sinceri, che raccontano senza mediazioni.

Le figure che dipingo, prive di fisionomia riconoscibile e immerse in scenari appena accennati, nascono con l’intento di essere “democratizzate”, così da poter essere ricontestualizzate, attribuite, connesse a qualcosa di profondamente personale e intimo da chi le osserva. Ogni opera, nella mia mente, è legata a episodi precisi della mia vita e della mia quotidianità e “minimizzare i dettagli” è un modo per lasciare spazio all’altro, per aprire una porta in cui chi guarda possa riconoscersi.

Le diverse tecniche usate nelle sue opere

Sperimenti diversi medium, creando un ossimoro visivo tra fondali grezzi e figure nitide, spesso con l’uso del pastello a olio. Quali sono le tecniche che senti più tue e cosa ti piace esplorare di nuovo?

Il pastello a olio è lo strumento che sento più mio: mi consente di essere al tempo stesso precisa e istintiva, di lasciare spazio al gesto senza rinunciare al controllo. Mi affascina l’accostamento visivo tra fondali grezzi e figure nitide, crea questo contrasto che riflette l’atmosfera sospesa tra impulso e riflessione.

In passato ho sperimentato con il mosaico, una pratica affascinante che mi ha insegnato la pazienza e la quiete. Ultimamente sto esplorando il mondo dell’incisione, mi incuriosisce questo rapporto matrice-stampa: è un processo intenso, fisico, che coinvolge e impegna, tanto quanto il lavoro con l’olio. In futuro, mi piacerebbe approfondire la scultura, per dare corpo e volume a ciò che finora ho raccontato sulla superficie.

Patologicamente inerte

L’ispirazione

Da dove trai ispirazione: ci sono artisti, correnti o esperienze personali che hanno influenzato maggiormente la tua ricerca?

Ammiro Francis Bacon per la sua veemenza emotiva e Giacometti per la tensione esistenziale che permea le sue figure. Tuttavia, la mia principale fonte d’ispirazione resta la quotidianità: incontri, letture, pensieri, frammenti di vita che si fermano e diventano immagini. Cerco di tradurre concetti astratti in forme visive concrete.

L’anonimato delle figure nell’arte non è certamente una novità: basti pensare ai manichini metafisici di Giorgio De Chirico o alle silhouette di Mark Kostabi. Ma ciò che mi interessa non è citare, bensì reinterpretare. Per me l’assenza di volto è uno spazio aperto e in questo senso, il mio lavoro si pone come un invito all’empatia, alla possibilità di riconoscersi nell’altro, anche quando l’altro è indefinito.

Le opere a cui sei più legata

Ci sono alcune delle tue opere a cui ti senti legata in modo particolare?

Sintomi di routine è sicuramente una delle opere a cui mi sento più legata: è nata in un periodo di forte alienazione personale e ha rappresentato un punto di svolta nella mia ricerca artistica. È un lavoro intimo, che ha segnato l’inizio di un percorso più consapevole e profondo. Ci sono anche opere che non ho mai esposto né pubblicato, perché le considero ancora in fase di maturazione: necessito di tempo, di distanza, di ulteriori riflessioni prima di trovare la loro soluzione. Altre, invece, sono inedite in questo contesto, come Legami, un dipinto a olio realizzato nell’ultimo mese, che al momento sento maggiormente vicino. Ogni opera è per me un riflesso emotivo, alcune arrivano più forti di altre, ma tutte contribuiscono a costruire il mio linguaggio, passo dopo passo.

Legami

Hai già esposto presso lo Studio Orizzonte Gallery S.r.l. di Roma e partecipato al progetto di riallestimento per l’aula Colleoni dell’Accademia di Belle Arti di Roma: cosa hai imparato da queste prime esperienze di confronto con il pubblico?

Esporre il proprio lavoro è un atto di estrema vulnerabilità: significa accettare il confronto, lasciare andare il controllo e aprirsi allo sguardo dell’altro. Le prime esperienze mi hanno insegnato proprio questo: il pubblico restituisce letture inaspettate, prospettive nuove che arricchiscono la mia e mi aiutano a trovare la chiave anche per lavori successivi. I feedback ricevuti, tra apprezzamenti e osservazioni critiche, sono stati preziosi strumenti di crescita. Non nego che il mondo delle relazioni pubbliche sia una sfida per me: ho un carattere riservato e trovo difficile espormi al di fuori dell’opera. Ma sto imparando a viverlo come parte integrante del lavoro artistico, un’estensione del dialogo che inizia sulla tela.

Bozzetto

L’opera Sintomi di routine

Per l’agenda 2026 Luoghi della Bellezza presenti l’opera Sintomi di routine, in cui due sagome senza volto sembrano incarnare l’alienazione e l’automatismo dell’esistenza. Qual è il significato più profondo di questa opera e cosa ha rappresentato per te partecipare al progetto?

L’opera parla di alienazione, ma anche di resistenza. Le sagome sono immobili e senza volto, ma non vuote: custodiscono tensione. Le due figure possono essere lette sia come entità distinte, l’indifferenza dell’una al sacrificio e al dolore dell’altra, ma anche come un’unica proiezione, in cui la figura in piedi rappresenta una parte di sé che osserva, forse giudica, forse protegge. È un lavoro che nasce da un periodo di forte disconnessione personale, e che ha segnato l’inizio di una riflessione più ampia sulla condizione umana e sull’automatismo delle nostre azioni quotidiane. Partecipare al progetto Luoghi della Bellezza è stata un’occasione per condividere la mia visione e, allo stesso tempo, confrontarmi con quella degli altri.

Sintomi di routine

Guardando alle tue opere, qual è il messaggio o la sensazione che desideri lasciare allo spettatore?

Vorrei che chi osserva le mie opere si sentisse visto, anche se non c’è un volto da guardare. Il messaggio non è univoco né imposto, è qualcosa che ciascuno può estrapolare liberamente, e sarà sempre quello giusto, perché autentico. Per questo sono molto interessata a ricevere feedback: ogni lettura diversa arricchisce il lavoro, lo moltiplica, lo rende vivo. Cerco di creare uno spazio dove ci si può ascoltare, senza giudizio. Se chi guarda riesce a riconoscersi, anche solo per un istante, allora il dialogo è avvenuto.

I progetti futuri di Sofia Nizzoli

Progetti futuri?

Il progetto su cui mi sto concentrando maggiormente, oltre a proseguire la mia formazione e a costruire una rete di contatti, è lo studio artistico che condivido da un paio d’anni con altri giovani artisti. Finora è stato principalmente uno spazio di lavoro, ma il nostro obiettivo è portarlo a uno step successivo: trasformarlo in un ambiente espositivo che possa offrirci maggiore visibilità e diventare un luogo di scambio e apertura.


Profilo Instagram:

https://www.instagram.com/sofianizzoli?igsh=d2EwYzEzZ2w4dHQz

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Laureata in Filologia Moderna, scrivo per varie testate giornalistiche. Sono editor e correttrice di bozze per libri eterogenei. Appassionata di poesia, ho sempre pensato che scrivere sia una sonda ed io continuerò ad esplorare.

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