Il cinema sonoro rimpiazza il Varietà e il teatro di Eduardo prova il salto nazionale
Quando andavamo al Cinema - fine del Varietà
Nei primi anni Trenta, gli spettacoli di Varietà sono appannaggio di modesti teatri, a volte sono vere e proprie baracche messe su alla meglio specie nelle città di provincia. La Rivista è annunciata in sordina, c’è scarsa fiducia nella validità degli spettacoli.
Spesso si parla del teatro di rivista come di locali poco raccomandabili, ‘peccaminosi’, di spettacoli da evitare.

Tutt’altro invece per i film: grandi manifesti pubblicitari disegnati a mano sotto le insegne dei cinematografi, variopinte locandine nelle bacheche con le fotografie degli attori sforacchiate dalle punes, scene di cowboys, cacciatori d’indiani e di temibili gangster con la faccia di Edward G. Robinson o di Frederick March.
Il cinema sonoro, insomma, ridimensiona le fortune del Varietà. Come un nobile in esilio spinto dai rovesci a far da maggiordomo nella casa di un altro, del Cinema.
Dopotutto cos’è tutta questa euforia per il cinema sonoro? Uno spettacolo che si anima, parla e canta su uno schermo, un lenzuolo bianco! Niente a che vedere con la carne vera, viva, che ti prende il cuore, coinvolge, ti fa sorridere e canta lì, davanti a te!
Presto tornerà a prendersi la rivincita ed allora il suo teatro non sarà più quello d’un tempo, quattro assi di legno accanto al Petruzzelli, e i suoi spettacoli, il suo Varietà non sarà più l’avanspettacolo di nessun film.
Tornerà per entrare nel ‘grande teatro’ dall’ingresso principale e avere, ancora una volta, scena e pubblico tutto per sé. Mentre il film, qualunque film, dovrà attendere che … la grande compagnia di rivista… finisca di esibirsi applaudita e acclamata da un pubblico entusiasta.
Ma ci vorrà un altro decennio ed un nuovo cataclisma mondiale.
Nel 1932 la crisi economica diventa drammatica anche in Europa. Soltanto la travagliata Germania conta cinque milioni di disoccupati, una vera manna per i nazisti. In Italia, invece, dove il Regime è ormai consolidato, sembra di vivere nel paese di Bengodi.
Le cifre ufficiali sulla disoccupazione parlano di novecentomila unità su diciotto milioni di lavoratori. Nessuno, neanche timidamente, si chiede: ma se i senza lavoro sono solo il 2% come mai i giornali aprono sottoscrizioni in soccorso dei disoccupati?
Non è come sembra, insomma. Qualcosa non quadra. Del resto, basta scorrere gli stessi quotidiani per rendersi conto che cinema e teatri non se la passano tanto bene malgrado l’offerta.
Anche quest’anno torna al Piccinni la compagnia di Angelo Musco con il suo repertorio teatrale; Raffaele Viviani e la sorella Luisella con la commedia napoletana e, sempre in omaggio all’amato teatro napoletano, ecco la compagnia dei fratelli Eduardo, Peppino e Titina De Filippo i quali, dopo anni di gavetta nei tantissimi “San Carlino” della Campania decidono di tentare il salto in campo nazionale iniziando proprio da Bari dove, ricevuti con calore, torneranno ogni anno all’inizio della stagione teatrale. Il critico della Gazzetta li presenta come,
Gli ultimi rappresentanti della commedia dell’Arte napoletana. La signorilità nel tono comico dei loro lavori, del loro sano e gustoso umorismo, Eduardo e Peppino sono anche autori delle loro commedie, è una delle loro più evidenti caratteristiche che li differenzia dal vecchio e tradizionale teatro napoletano.
Per qualche anno, nella compagnia dei De Filippo, recita anche una giovane Tina Pica, una teatrante minuta e secca da far spavento, viene dai palcoscenici popolari napoletani. Insieme ai De Filippo e, successivamente, sul grande schermo accanto a Vittorio De Sica e Totò, la sempre più magra e minuta Tina Pica diventerà una delle più straordinarie caratteriste del cinema italiano.

Intanto, verso la fine del 1932 anche i cinema Umberto, Santalucia e Petruzzelli si sono attrezzati per la proiezione delle pellicole sonore. Ma gli spettatori continuano a scarseggiare.
Il Santalucia e il Petruzzelli chiudono per lunghi periodi nonostante le molte pellicole di buona fattura e l’esordio, per i cinematografi di Bari, di attrici e attori del calibro di Marlene Dietrich – all’anagrafe Maria Magdalena von Losch – in Shanghai express; delle scavate, ossute “antidive” hollywoodiane Barbara Stanwick, Joan Crawford e il nuovo, giovane rubacuori, Clark Gable, un “bufalo” con quei ridicoli baffetti e le orecchie a sventola che non riesce a convincere i dirigenti della MGM delle sue grandi qualità artistiche tanto che quando la Columbia Pictures lo chiede in prestito, se ne liberano volentieri.
Ma alla Columbia Clark Gable incontra Frank Capra che con un solo film, Accadde una notte, ne farà un divo.

Infine, anche per il giovane Vittorio De Sica, ne Gli uomini, che mascalzoni, arriva il successo. È il suo primo film dopo una lunga militanza nel teatro leggero, ma De Sica trova sulla sua strada un regista particolarmente ispirato, Mario Camerini, che racconta una storia d’amore fra due giovani della classe operaia – lui autista, lei, Mariù, commessa – soprattutto un grande compositore di musica leggera, Cesare Andrea Bixio, che con la splendida melodia, Parlami d’amore Mariù, contribuisce non poco al successo della pellicola.

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Nicola Mascellaro è nato a Gravina in Puglia nel 1939, risiede a Bari dal 1950. Dal 1966 al 1996 ha lavorato presso La Gazzetta del Mezzogiorno come impiegato responsabile dell’Archivio di documentazione.