Tommaso Fiore: il professore che voleva andare in Russia – Dall’amicizia con de Secly alla rottura con la Gazzetta

Fiore-de Secly

Fiore-de Secly

Dopo l’ignobile e ingiustificato attacco voluto da Putin all’Ucraina, la Russia ci appare in questi giorni più lontana. Un isolamento economico e politico che evoca il clima dei primi decenni della Guerra fredda. Eppure nel primo decennio del dopoguerra, la Russia incarnava il mito della società del futuro: moderna, libera, all’avanguardia. Molti ne erano abbagliati. Lo fu anche il noto meridionalista Tommaso Fiore (1884-1973). Tornato da Mosca scrive Al paese di Utopia. Un libro che segnerà la fine della collaborazione con la Gazzetta del Mezzogiorno. Nicola Mascellaro ci racconta i retroscena di questa curiosa vicenda che segnò un passaggio decisivo nella storia del quotidiano barese.


Negli anni Cinquanta, l’Associazione Italia-URSS organizzava una specie di “viaggi premio” in Unione Sovietica per intellettuali e scrittori italiani, sostenitori o simpatizzanti del comunismo, desiderosi di visitare e vedere da vicino il mondo sovietico con l’implicita promessa di propagandare il modello sociale del grande Paese.

Benché convinto azionista, un partito più vicino ai socialisti che ai comunisti, Tommaso Fiore, grande estimatore della cultura sovietica, nel 1953 tenta, per la prima volta, d’inserirsi in uno di quei viaggi, ma gli viene opposto un rifiuto. In una lettera al Presidente dell’associazione se ne lamenta, tuttavia lo prega di tenerlo presente per il prossimo futuro inserendolo però in una spedizione estiva: “mi raccomando, non d’inverno perché soffro il freddo e ne morirei”.

Il Professore di Altamura riesce ad andare in Russia, come desiderava, nell’estate del 1957 e, di ritorno dall’Unione Sovietica scrive, come promesso, Al Paese di Utopia, un libro pieno di sperticate lodi del Paese socialista, “lasciando da parte ogni ideologia, ogni pretesa di teoria generale […]”, semplicemente raccontando l’immensa nazione e avendo conferma delle sue opinioni sui principi del socialismo a lui molto cari.

“Utopia”, non nell’accezione comune di ideale irrealizzabile, ma al contrario era il Paese dove gli uomini vivono con un ideale politico, economico e morale realizzato. Dove tutti sono felici… 

“Soltanto in questo Paese – annota il Professore – la povertà non fa vergogna, soltanto qui la gente misera non guarda con occhio di meraviglia o d’invidia i più fortunati, non torce la faccia a criticare. Sa bene che quella condizione è molto comune”.

Il libro di Tommaso Fiore finisce sulla scrivania del direttore della Gazzetta, Luigi de Secly, che fino alle elezioni politiche del 1948 aveva avuto, con il Professore e con la sua famiglia, un rapporto di sincera stima e cordialità che superava le loro diverse opinioni politiche: per tutto il Ventennio furono accomunati dallo loro profonda avversità al fascismo, il nemico comune eludeva la loro diversa appartenenza politica.

Venuto meno quel ‘nemico’, per diverso tempo il loro rapporto rimase solido: Fiore era un uomo di profonda cultura e de Secly lo invita a collaborare con la Gazzetta sugli striminziti fogli della quale scriveva pregevoli articoli di cultura classica e umanistica.

Ma, con l’approssimarsi delle prime, libere elezioni politiche, il liberale de Secly e l’azionista Fiore si ripresero la loro autonomia politica, e inevitabilmente finirono per confrontarsi, anche aspramente, ponendo fine alla loro amicizia e alla collaborazione del Professore con la Gazzetta.

Il libro di Tommaso Fiore viene recensito dallo stesso de Secly sulla Gazzetta del 6 luglio 1958 e lo riproponiamo per intero perché un documento tanto ricco di rispettosa ironia non merita di essere dimenticato.


C’era una volta – scrive de Secly – un vecchio Maestro che ha insegnato per tanti e tanti anni, che ha scritto tante e tante pagine. Di tante e tante pagine non ricordo più nulla ma quelle dedicate a Virgilio sì, sono ammirevoli e bellissime, e da sole danno il diritto al ricordo dei posteri.

Ma Tommaso Fiore non se ne accontenta e se ne distacca; ama la narrativa per la quale invece non è nato e alla quale non è preparato: è inguaribilmente provinciale e ha una visione della vita meramente intellettualistica; non ha esperienza mondana, non ha il senso dell’universale. Incerto, baluginante, innocente e persino ingenuamente narcisistico, la realtà ha sempre vissuto ab extra e non è mai divenuta carne e spirito suoi. Nato chierico fu successivamente ‘combattente’ con un pizzico di nazionalismo e di ‘rinunciatarismo’; salveminiano, poi liberale con la passione della libertà, soffrì persecuzioni e carceri, infine divenne marxista e cancellò il passato con un tratto di penna.

È oggi in pace con se stesso? Forse; ma non ne sono sicuro, ch’egli è irrequieto per istinto. Con un temperamento così vario e complesso e prepotente e ansioso e curioso, quel che gli è accaduto doveva purtroppo accadergli. Perché il giorno in cui qualcuno gli ha detto in un orecchio: vuoi andare in Russia? Vuoi passare alla storia senza sforzo alcuno, o soltanto con un po’ di paura come il Peppone guareschiano? Bada che sono cose che non si ripetono nella vita di un uomo.

Egli ha detto sì, che voleva entrare nella storia. E in Russia si è recato e in Russia ha vissuto alcuni giorni e la Russia ha scoperto in un libro, Al paese di Utopia, e così è entrato nella storia anche lui ed è divenuto il centro di tutte le curiosità e di tutti gli interrogativi.

Ma prima di camminare per le vie oscure dei cieli di Occidente, egli, il vecchio Maestro, ha voluto risentire l’anima paesana, toccare il polso alla realtà circostante: a piedi, in auto, in treno per l’ennesima volta si è accostato alle plebi pugliesi… la tragedia intorno a me, nel mio paese, questa sì che c’era stata e c’è tuttora… che amara impressione… destano in lui i contadini di Puglia e Lucania… attaccata al collo come una pietra, ovunque io vada, mi trascino con me la miseria senza fine della provincia.

Poi ecco Roma. Si placa il vecchio Maestro? Nient’affatto. Se una giovane operaia canta i passanti si fermano in ascolto, se passa una ‘signora’, è ‘impettita’ e se passa ‘un’aristocratica’, è ‘olivastra’; a Roma non vede che donne brutte e solo una francesina gli appare graziosa. Per fortuna, però ecco la grazia della partenza. L’aereo decolla e ben presto siamo fuori dei confini della ingrata patria, si va rapidamente incontro alla luce.

Da questo momento tutto appare bello a Tommaso Fiore; egli è volto verso l’avvenire, si esalta, ridiventa, beato lui, giovane e forte. L’aereo dell’Urss – scrive il Professore – fragile in apparenza, ci offre nella sua intimità raccolta una significativa cordialità, pur in mezzo alla sua povertà. Come tutto è semplice e disadorno, come ogni cosa risponde ad un bisogno essenziale, non superfluo.

Ecco Mosca, patria di elezione. Ma egli viene dall’Italia e anche se è marxista i pregiudizi occidentali lo seguono suo malgrado. Discende dall’aeroplano e vuole vedere immediatamente la polizia armata sino ai denti: è una delusione… e la polizia? Diavolo! Ci sarà una polizia qui, in galloni o senza! Ma accidenti chi ne scorge l’ombra! Dove starà celata? Questa accoglienza sì che non me l’aspettavo! La Russia, si vede, è fatta apposta per sconvolgere fino dal primo momento le idee di noi occidentali.

In albergo libertà per tutti: ognuno va e viene a suo talento e la povera gente non viene scostata come cani rognosi… nessuno ha diritto di sorvegliare, di inquisire, nessuno qui si occupa dei fatti altrui, continua il Professore. Così d’un colpo la situazione è rovesciata: chi ha mai detto e scritto che la Russia è il paese dell’illibertà? Chi ha scritto che a Mosca si vive male, che la maggior parte delle case sono di legno, che si vive ammucchiati e tante e tante altre cose che qui sarebbe irriverente ripetere? Mentitori gli occidentali, che Mosca è città bellissima, difatti lo è, che Mosca è città piena di luce, tanta luce che né Londra né Parigi possiedono; ma Mosca è anche calda e l’italiano di Bari ne soffre.

Eccolo d’un tratto il nostro crociato in mezzo alla gioventù di tutto il mondo: egli esalta… quei fasci di carne umana vibrante per la commozione e se questo non è il senso del festival, vuol dire che non ho capito niente; ma anche se così è, è sicuro il Fiore di aver capito qualche cosa?

Oh, che riposo offre questa vista di grigio, osserva dinanzi ad una adunata oceanica, applauditissima l’Ungheria in veste militare da chi deve pur difendersi. Un giovane libertario osa dirgli che a Mosca si fa tutto come ai tempi del fascismo in Italia e lui commenta: povero giovane! È così delicato. È sempre mobile, nervoso. Avrebbe bisogno della mamma o di un amico alle costole.

Cogliamo a volo… qualche auto arriva, svelto ne esce un ufficiale, è elegante ma senza civetteria e a rapidi passi si lascia ingoiare dall’albergo… Non si dice degli operai, che passano austeri, a fronte alta, senza fermarsi mai a oziare, a scambiare quattro parole. Via Gorki? La più bella del mondo: né i Campi Elisi, né Broadway possono starle a pari; a Roma via Veneto è storta, faticosa a salire; un qualsiasi parco di Mosca è più riposante della principesca villa Borghese.

E per completare il quadro… oh dolcezza! un’aura primaverile ci avvolge, ci imbalsama, in mezzo a due file di alberi, giovanilmente aggraziati… i russi sanno come noi che l’arte è libera, il pensiero è libero e la verità è il bene supremo della terra. Le biblioteche italiane sono ‘santuari della polvere’ ma quelle russe sono… moderne grandi bellissime; in un padiglione industriale… molte auto, molti autocarri… nulla però di troppo specializzato… nulla insomma della dispersione delle nostre industrie, in Occidente, sempre in gara. Piove? È una benedizione del cielo; tutti e sempre in fila per comprare qualche cosa? È soltanto spettacolo ‘gentilissimo’.

Ma non possiamo, evidentemente, copiare l’intero volume. Solo nella seconda parte Tommaso Fiore s’induce a chiacchierare di politica, non mai però di economia, di sociologia, di agricoltura o che so io, cioè di cose concrete e certamente più redditizie delle bellezze di Mosca. Alle sue labbra, negli incontri personali e collettivi, salgono domande e domande ma l’euforia carnevalesca gli impone di tacere: sono ‘stonature’ dice a se stesso.

Quei pochi colloqui politici che riesce ad ottenere sono in punta di piedi, hanno un andamento superficiale, guardingo; qualche osservazione o, peggio, qualche accusa o qualche preziosa confessione, passa rapida e fiacca; comunque se la ‘critica è borghese’ è insidiosa, se di compagni è ‘costruttiva’, e alla fine gli accade di dover difendere la Russia dai russi.

Tommaso Fiore ha previsto queste accuse… sia pure! – scrive – ci lasciamo trascinare dall’entusiasmo; ma questo stesso entusiasmo è un fatto positivo, una crescita di forze, una liberazione.

Si chiude il libro. La perplessità è grande e invincibile. Il vecchio Maestro ha taciuto accortamente tutto quello che potesse dispiacere ai russi e ai loro padroni. Ha divagato sempre saltellando di pagina in pagina, passando superficialmente da una immagine all’altra senza sosta. È cotesto il libro di un artista? Di un letterato? Di un politico? Di un filosofo? Forse Tommaso Fiore sarebbe lieto se gli dicessimo che è il libro di un artista, ma anche un artista ha il dovere di controllarsi, di imporsi dei limiti, di essere ossequiente in qualche modo alla verità.

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Nicola-Mascellaro
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Nicola Mascellaro è nato a Gravina in Puglia nel 1939, risiede a Bari dal 1950. Dal 1966 al 1996 ha lavorato presso La Gazzetta del Mezzogiorno come impiegato responsabile dell’Archivio di documentazione.

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