L’Olocausto che colpì i romanì, il popolo degli “indesiderati”
romanì
Il 27 gennaio si commemorano le vittime dell’orrore e dell’odio nazifascista. Non solo ebrei ma anche omosessuali, oppositori politici, Testimoni di Geova, individui considerati “asociali”, prigionieri di guerra ed infine rom, sinti, manush e kalé ovvero il popolo romanì, anch’esso vittima dello sterminio nazifascista noto come “Porrajmos”, il “Grande Divoramento”.

Romanì o zingari
Oggetto di falsi miti e pregiudizio, i romanì sono chiamati erroneamente “nomadi” o col dispregiativo “zingari”. Questa parola è il risultato di un etichettamento e deriverebbe da athìnganoi (“intoccabili”), nome di una setta eretica bizantina. Per estensione, nel XII secolo, questo termine identificò le popolazioni giunte a Bisanzio dall’Asia Minore e, successivamente, come sostiene l’antropologo Leonardo Piasere, la sua derivazione “zingaro” definì “una varietà abbastanza composita di persone, con diversità culturali anche notevoli, il cui unico tratto comune è consistito, forse, in una stigmatizzazione negativa da parte di chi non si considerava zingaro”.
Origine incerta
Ma qual è l’origine dei romanì? Sono i discendenti di Cus, nipote di Noè o del fabbro che forgiò i chiodi per la croce di Cristo? Oppure sono gli eredi dei soldati infanticidi di Erode? Al di là delle più oscure favelle, il primo a porsi la questione fu il filosofo Voltaire che ne ipotizzò l’origine egiziana o siriana.
La disamina fu risolta tempo dopo: studi filologici e antropologici, attraverso parallelismi riscontrati nella lingua, nell’artigianato e nella danza, riuscirono ad individuarne l’origine indiana. Il tragitto percorso ipoteticamente da questa popolazione li portò dall’India, in Persia, poi in Armenia ed infine in Grecia.
La presenza dei romanì in Europa e le persecuzioni
La loro presenza in Europa e Africa è attestata da varie fonti. Le cronache bizantine riportano gruppi di romanì ad Anazarbo, in Cilicia, nell’835. Dall’oriente tra X e il XIV secolo si diffusero in Egitto e in Africa settentrionale approdando poi in Spagna e Europa. Troviamo romanì anche in Grecia e a Corfù prima del 1326. Sappiamo che lavorarono come fabbri per il re serbo Stefano Dušan nel 1348 e che venti famiglie di zingari furono vendute nel 1387 come schiavi al convento di Tismana da Mircea il Grande, signore di Valacchia.
Tra il XIV e il XV secolo gli zingari si diffondono in tutta l’Europa: li troviamo in Germania nel 1407, in Svizzera nel 1414 e in Francia nel 1419. Tra la curiosità e il timore degli autoctoni, costoro lavorano il ferro e il rame, commerciano cavalli, guariscono le bestie con le erbe. Alcune donne predicono il futuro, altre elemosinano in strada.
L’inizio delle persecuzioni in Europa ai danni del popolo romanì risale al XVI secolo, periodo in cui le grandi trasformazioni economiche, sociali e culturali portarono allo sviluppo delle manifatture e dei centri urbani.
A differenza delle teorie medievali, secondo cui gli indigenti erano parte integrante della società, la nuova mentalità interpretò il povero e il diverso come pericoloso e destabilizzante.
Considerati “diversi”
Urgeva una pulizia sociale: i poteri centrali autorizzarono la repressione di diversi e ultimi. Tra i “diversi” rientrarono anche gli “zingari” accusati di ogni genere di nefandezza (tra cui l’antropofagia). Scuri di pelle tanto da ricordare al popolo cinquecentesco gli avversari musulmani o turchi, nomadi, praticanti la chiromanzia e dalla lingua incomprensibile, gli zingari, considerati elemento dissonante nell’armonia della società del XVI secolo, sono ghettizzati e condannati all’isolamento. Cosa che li costringerà a rubare bestiame per sopravvivere.
Così fioccarono condanne a morte e si intensificarono persecuzioni e deportazioni nei loro confronti. Francia e Inghilterra trasferirono migliaia di romanì nelle colonie americane mentre nei Paesi Bassi si risolse il problema con l’esercito. Anche in Italia, la vita di questa popolazione non fu migliore: il 23 agosto 1506 il Ducato di Milano, sotto l’egida francese, spinto dal timore che diffondessero la peste emanò un bando contro costoro.
La Serenissima Repubblica di Venezia nel 1558 dichiarò lecito ammazzare gli zingari senza pena. Anche la Chiesa li condannò quali diffusori di superstizioni.
Le persecuzioni nazifasciste
Ma la persecuzione più devastante subita dai romanì fu quella nazifascista.
Il regime tedesco, basandosi sulle teorie pseudoscientifiche di Cesare Lombroso, nel 1936 fondò il Centro ricerche sull’igiene razziale e la biologia delle popolazioni. Guidato dal medico e psicologo Robert Ritter, l’istituto si avvalse del contributo dell’antropologa Eva Justin, stretta collaboratrice di Ritter. Costei formulò le teorie sul popolo romanì sostenendone l’inferiorità razziale congenita.
Le teorie dei nazisti
La Justin riteneva che, pur essendo ramificazione del ceppo indeuropeo, i romanì erano “ariani decaduti”, sporcati dall’inclinazione al crimine, all’asocialità e al nomadismo. Su queste basi, il Reich si scatenò contro “la minaccia zingara” facendo una distinzione. Al contrario degli ebrei, il regime non si accanì contro gli zingari definiti “puri”, ovvero quel 10% del totale di cui sbarazzarsi che ancora viveva allo stato primitivo.

Costoro rappresentavano un piccolo patrimonio antropologico, utile ai fini della scienza, da ghettizzare lontano dal popolo ariano. Secondo Ritter il problema erano i romanì “impuri”, coloro che si erano mischiati ad altre etnie, sporcando il loro sangue, riproducendosi. Contro costoro Ritter ordinò rigoroso confinamento e sterilizzazione (effettuata anche sui bambini al di sopra dei dodici anni).

Per scovare gli impuri, il Reich si imbarcò in un’impresa ardua e costosa, finanziata in parte anche dal Sinodo berlinese: ricostruire le genealogie delle comunità romanì. Intanto tra ricerche, discussioni e dibattiti, nel 1938 Himmler emanò la prima legge contro rom e sinti volta a risolvere la “piaga zingara”.
La repressione del popolo romanì
Il Reich autorizzò la denuncia alla polizia di chiunque, per costumi e atteggiamenti, sembrasse uno zingaro. A sua volta, la polizia era autorizzata all’uso della forza contro rom e sinti. Nello stesso periodo, in Italia, il Ministero dell’Interno si accanì contro il popolo romanì sia dentro che lungo i confini della nazione. Infatti, le famiglie rom e sinti residenti lungo le frontiere orientali (Rom sloveni e croati) furono internate nei campi di concentramento.
Come in Italia, anche in Germania gli zingari non potevano avere patente o porto d’armi e gli fu negato l’ingresso nella nazione tedesca pur con i documenti in regola. Il Reich si adoperò per dividere il popolo romanì da quello tedesco attraverso l’espulsione dei fanciulli dalle scuole, gli internamenti nei campi di lavoro, il divieto di matrimonio e le deportazioni.
Il triangolo marrone
Nei lager gli zingari erano contrassegnati da un triangolo rovesciato marrone (o nero se rientranti nella categoria degli asociali) accompagnato dalla “z” del tedesco “zigeuner”, zingaro, e dal numero identificativo tatuato sul braccio. In qualità di “ariani decaduti” furono utilizzati come cavie umane nei lager.

Fu deportato anche il sinto Otto Rosemberg, unico sopravvissuto della sua famiglia, autore de “La lente focale. Gli zingari nell’Olocausto” in cui racconta la tragedia subita. Alle atrocità di Birkenau e Flossenbürg sopravvisse invece Karl Stojka, rom austriaco liberato dalle truppe americane il 24 aprile 1945. Nel gennaio di quello stesso anno, a pochi giorni dalla liberazione, nel campo degli zingari di Auschwitz erano vivi solo quattro uomini.
Le vittime dei campi nazisti
I numeri del massacro del popolo romanì sono incerti. 500.000 furono uccisi nei soli campi di sterminio nazisti. Più di 7000 morirono ad Auschwitz nel 1943 durante le epidemie di tifo e tubercolosi causate dalle pessime condizioni igieniche. Stando alle fonti, dei 22000 deportati romanì a Birkenau ben 20000 trovarono la morte.
Oggi, a distanza di tanti anni, in un tempo in cui leggi e atteggiamenti continuano ad essere spesso discriminatori, vogliamo ricordare la tragedia del popolo romanì affinché nessun’altra devastazione possa avvenire nella storia.
Foto storiche: https://www.bundesarchiv.de
Bibliografia:
- Caterina Barilaro, “Geografia delle culture minoritarie: gli zingari in Italia” in Semestrale di studi e ricerche di geografia, Università degli Studi di Roma “La Sapienza”, Istituto di Geografia, Roma, 1992
- Ezio Marcolungo, Mirella Karpati, Chi sono gli zingari?, Edizioni Abele, 1985
- François Jourda de Vaux de Foletier, Mille anni di storia degli zingari, Jaca Book, 1978
- Manlio Cortellazzo, Paolo Zolli, Il nuovo etimologico. Dizionario etimologico della lingua italiana, Zanichelli, 1998
- Leonardo Piasere, I rom d’Europa, Laterza, 2004
- Tommaso Vitale, Rom e sinti in Italia: condizione sociale e linee di politica pubblica, Ispi, n. 21, ottobre 2010.
- Voltaire, Saggio sui costumi e lo spirito delle nazioni, Einaudi, 2017
- Documentario YouTube “Porrajmos, l’olocausto dimenticato degli zingari”, lezione e monologo teatrale di e con Pino Petruzzelli
Link Wikipedia Popoli romaní:
https://it.wikipedia.org/wiki/Popoli_roman%C3%AD
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É laureata in Storia dell'Arte ed abilitata alla professione di guida turistica per la regione Puglia. Cura il blog Babustoria, arte, storia e archeologia medievale, per il quale ha ricevuto l'attestato di merito in qualità di «Ambasciatore della Lettura – Categoria Divulgatori» dal Centro per il Libro e la Lettura il 26 luglio del 2021. Collabora con varie testate locali e nazionali e scrive recensioni di romanzi storici. È socia della sezione pugliese Giscel e del Circolo delle Comunicazioni Sociali Vito Maurogiovanni.