L’adunata in piazza Ferrarese: Bari è pronta a battersi

Piazza del Ferrarese

Piazza del Ferrarese

Nel borgo nuovo di Bari, tra commercianti e artigiani dal 1835 fino al 1855 è presente anche Felice Garibaldi, fratello dell’Eroe dei due mondi:  assieme ai vini dalla Francia esporta e diffonde anche idee sovversive. A fine agosto 1860 la tensione cresce. Piazza Ferrarese è una polveriera pronta ad esplodere da un momento all’altro. Poi però … [Puntata precedente]


Agosto 1860. Mentre ad Altamura si concentravano le truppe dei patrioti volontari, a Bari arrivavano, ogni giorno, decine di piccoli reparti di militi e gendarmi in fuga dai centri di tutta la Puglia ormai in mano ai rivoluzionari. Si era perciò sparsa la voce che i soldati di Francesco II “per rifarsi dell’onta subita avevano in animo di assalire le case dei baresi e di fare una carneficina”, commenta Colavecchio.

Il 28 agosto, il generale Flores, comandante la piazza d’armi di Bari, sembra voler attuare la minaccia “i soldati sono pronti ad effettuare il saccheggio”, si vocifera nella città vecchia e, “man mano la voce si propaga e piglia credito”, sempre Colavecchio. “Le donne, spaventate, cominciano a fuggire urlando: i soldati, i soldati! E mettono, con le loro grida, l’allarme nella popolazione. Si ode, ad un tratto, suonare l’allarme dalla costituenda Guardia Nazionale. Uomini accorrono in piazza Mercantile con le armi che si sono potuti procurare: Mauro Buonvino chiama a raccolta i muratori che accorrono con i ferri del mestiere; Vitantonio De Cagno raduna al porto vecchio i marinai e i calafatari che brandiscono le assi di bordo; i contadini portano zappe, forconi e roncole. Si ordina alle donne di tornare alle case, di chiudere le porte con il chiavistello e le finestre con materassi, di preparare acqua e olio bollente”. La città è pronta a battersi.

Nel 1860 il nuovo borgo era costituito da appena tre parallele a Corso Ferdinandeo – divenuto corso Vittorio Emanuele dopo l’Unità – via Piccinni, Abate Gimma e Calefati. Le costruzioni, ai due lati delle strade erano basse, uno, due piani al massimo, abitate da facoltosi commercianti e artigiani, specie bottai e ferramenta, che lavoravano per la florida industria vitivinicola. Erano abitazioni costruite apposta per essere adibite a casa e bottega.

Non mancavano grandi magazzini di tessuti e telerie per corredi e onnipresenti depositi di vino, olio e carbone “c’erano anche non poche case commerciali francesi”, scrive Colavecchio, che curavano l’import-export di vini e oli per la Francia. Fra loro c’era anche Felice Garibaldi, fratello di Giuseppe. Felice era arrivato a Bari nel 1835 per aprire un ufficio di rappresentanza ed esportare olio in Francia. Ma accanto alla sua attività commerciale faceva anche proselitismo politico in giro per la provincia. Felice propagandava, per conto del fratello che ammirava Mazzini piuttosto che Cavour, idee repubblicane della Giovine Italia. Scoperto dall’intendente Ajossa e segnalato come un “operoso spacciatore di notizie sovversive” nel 1852 fu costretto ad abbandonare la città.

Veri e presunti commercianti rappresentanti aziende d’oltralpe dunque, per evitare di subire danni e saccheggi nei minacciati scontri fra la popolazione e i soldati “avevano messo sulle porte dei loro esercizi, abitazioni e studi commerciali, striscioni di carta con la scritta domicilio francese, subito imitati dagli esercenti baresi”.

La tensione è alta. Uno scontro fra soldati e cittadini potrebbe sfociare in una carneficina. Perciò, con l’intento di scongiurare una strage, una delegazione della folla ammassata in piazza Ferrarese insieme con alcuni componenti il Comitato insurrezionale, si porta al comando del reggimento per parlamentare con il generale Flores il quale ha già messo in allerta i soldati.

La delegazione della cittadinanza, guidata dal cav. Domenico Sagarriga, convince il generale Flores a constatare di persona “lo stato d’animo della popolazione ammassata nella grande Piazza e quale scempio potrebbe avvenire se i soldati si azzardassero ad uscire dal loro acquartieramento”. Il Generale accetta di recarsi in piazza Ferrarese a condizione che i delegati garantiscano la sua incolumità. “Al suo apparire – racconta ancora Colavecchio – il sordo e minaccioso brontolio della folla cessò come d’incanto, il silenzio si fece glaciale ed egli, nel vedere la piazza gremita di migliaia di persone, ebbe un amaro sorriso e tristemente si ritirò senza profferir parola. Viva l’Italia fu il grido unanime che si levò da quella moltitudine appena il Generale si allontanò dalla piazza”.

Tre giorni dopo, il primo settembre, il generale Filippo Flores con il suo reggimento lasciava Bari per andare “a soffocare la rivoluzione in Irpinia”. Prima, però, tenterà di portarsi via la cassa del Monte dei pegni e la cassa del Banco di Napoli, “ma gli si fece comprendere quale tumulto ne sarebbe nato nella popolazione che in quelle casse avevano i loro risparmi – e il Generale memore della folla di piazza Ferrarese – decise di lasciare in pace le due casseforti”, conclude Colavecchio.


Foto copertina: cartolina collezione Nico Tomasicchio

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Nicola Mascellaro è nato a Gravina in Puglia nel 1939, risiede a Bari dal 1950. Dal 1966 al 1996 ha lavorato presso La Gazzetta del Mezzogiorno come impiegato responsabile dell’Archivio di documentazione.

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