I giorni del Risorgimento: Bari sostiene Altamura, la leonessa di Puglia

risorgimento 4 copia

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Un agosto infuocato quello del 1860. Le piazze di Bari sono in fermento: piccoli gruppi improvvisati di giovanetti appositamente messi in moto dal Nicola Tanzi cominciano a far baccano. E a fine mese dappertutto si grida: «viva il Re, viva Garibaldi!». Quarta puntata del Risorgimento barese. Per chi avesse perso le puntate precedenti, eccole qui: Uno, Due, Tre.


Il 15 agosto, ad Altamura, il Comitato rivoluzionario elegge presidente Luigi De Laurentiis. Quattro giorni dopo, il 19 agosto, Garibaldi e le sue Camicie Rosse sbarcano sul Continente, sulla spiaggia di Melito di Porto Salvo, un borgo di pescatori nello Jonio a 20 chilometri da Reggio Calabria.

Per arrivare a Napoli dovranno percorrere altri 500 chilometri, ma sarà una ‘passeggiata’ dopo tutto il lavoro preparatorio dei Comitati insurrezionali di Calabria, Puglia e Campania.

Il 18 agosto una lettera segreta di Vincenzo Rogadeo, componente del Comitato centrale, invita Nicola Tanzi a partecipare alla sessione di Altamura per l’importanza delle decisioni da prendere. Il 21 s’insedia a Potenza il governo provvisorio che elegge pro-dittatori Nicola Mignogna di Taranto e Giacinto Albini di Lecce. Intanto, in Lucania si registra qualche scontro fra patrioti e truppa di Franceschiello “che ha avuto la peggio”, scrive Colavecchio.

Il movimento insurrezionale intensifica la sua azione. Molti centri della provincia si sono già liberati delle Amministrazioni borboniche e centinaia di militi, lasciati allo sbando, cominciano a disertare.

Dai comuni di Gravina, Spinazzola, Conversano, Trani e Altamura arrivano a casa di Nicola Tanzi, non più sotto stretta sorveglianza, lettere e messaggi, tutti dello stesso tenore: chiedono uomini, armi e denari.

Da Altamura il pro-dittatore Luigi De Laurentiis esorta Tanzi ad organizzare a Bari dimostrazioni di piazza “invitando la plebe a gridare viva Vittorio Emanuele, viva Garibaldi; tentare di radunare soldati fuggitivi per servire nelle nostre fila promettendo loro somme e gradi competenti all’individuo. Meglio però se si raccolgono volontari perché vi è di estremo bisogno”. “Per i volontari scrive ancora Colavecchio fu provveduto mandandone cinquanta a cavallo”. Dai soldati fuggitivi, dagli sbandati che non volevano arruolarsi nell’esercito insurrezionale, si comprarono le armi.

Tanzi riesce a far disertare e consegnare le armi all’Alfiere a cavallo Leopoldo Pascale e all’aiutante di gendarmeria Giovanni Trombetta, insieme a 50 gendarmi. I loro fucili sono prima depositati in cassoni nella stessa abitazione di Tanzi, poi inviati ad Altamura, dove si ammassano uomini e armi in attesa di partire per la Lucania. Secondo le informazioni del Comitato centrale napoletano l’insurrezione stava per scoppiare. “L’insurrezione lucana scrive Michele Viterbo avrebbe integrato l’azione bellica di Garibaldi e avrebbe a lui schiuse le porte verso Napoli”.

Per le dimostrazioni di piazza, invece, “non v’era bisogno di nessun incitamento perché ogni giorno, in vari punti della città, quasi all’improvviso si formavano raggruppamenti ed echeggiavano le grida di viva l’Italia unita, viva il Re, viva Garibaldi”. Erano manifestazioni improvvisate, di piccoli gruppi, spesso di ragazzi che battevano legni su tamburi di latta, subito dispersi dai soldati e, per altro, disapprovati da Nicola Tanzi che voleva s’inneggiasse anche a Giuseppe Mazzini.

Ma che sapeva la «misera plebe» della Monarchia costituzionale, dei liberali e della sinistra rivoluzionaria? Niente. Alla fine, proprio gli ultimi giorni di agosto, i baresi organizzano un’imponente manifestazione.


Immagine di copertina: Imbarco dei mille da Quarto, 1860, Gerolamo Induno

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Nicola Mascellaro è nato a Gravina in Puglia nel 1939, risiede a Bari dal 1950. Dal 1966 al 1996 ha lavorato presso La Gazzetta del Mezzogiorno come impiegato responsabile dell’Archivio di documentazione.

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