19 agosto – 7 settembre 1860: i giorni del Risorgimento a Bari e in Puglia
bari, fortino 1900 e il porticciolo d'approdo per i trabaccoli copia
Lo scorso 17 marzo abbiamo celebrato il 160mo anniversario dell’Unità d’Italia. Per commemorare lo storico evento, Nicola Mascellaro ci offre una serie di articoli che ci aiutano a ripercorrere gli avvenimenti accaduti in Puglia e Basilicata nei primi giorni che precedettero e seguirono la solenne proclamazione, precisamente dal 19 agosto, sbarco di Garibaldi in Calabria, all’ingresso dei garibaldini a Napoli il 7 settembre 1860.
In questo primo articolo, Mascellaro ci racconta il “gustoso” incontro tra l’armatore barese Vitantonio De Cagno e Nicola Gabriele Tanzi, rivelativo delle nubi nere che si stavano accumulando nel cielo dei commercio marittimo di Bari.
Il declino dei Borbone e del Regno delle Due Sicilie era già iniziato nel 1848 sotto la ventata dei moti rivoluzionari e l’impeto verso l’Unità. Ma quando alcuni possidenti di Acquaviva delle Fonti chiesero al barone Giannantonio Molignani se volesse aderire al movimento patriottico che voleva realizzare il sogno di ‘milioni’ di meridionali e dare al popolo una sola Nazione, questi accennò con la testa canuta un inequivocabile assenso. Poi, con quel fatalismo tipico della nobiltà dell’epoca, aggiunse: «Bella è l’Unità nazionale. Ma noi meridionali saremo sempre i pezzenti dell’Italia Unita».
Previsione azzeccata. Ma neanche il Barone, con il suo pessimismo, poteva immaginare che una simile condanna si sarebbe perpetuata per 160 anni.
Verso la metà di maggio del 1860 l’armatore barese Vitantonio De Cagno ricevette, nel suo deposito merci di via Melo, la visita di Nicola Gabriele Tanzi. «Guai in vista» pensò Vitantonio, proprietario di alcuni trabaccoli che facevano la rotta Bari-Marsiglia-Palermo-Bari, e «devono essere grossi se don Nicola ha deciso di esporsi personalmente».
Qualche giorno prima Vitantonio aveva saputo dai suoi marinai che la Sicilia fosse di nuovo in armi. Pareva che a Marsala fossero arrivati due mercantili carichi di armati volontari con le camicie rosse al comando di un certo Garibbaldo. A Napoli poi, riferivano i marinai, c’era una grande agitazione, si diceva fosse tornato in attività il Comitato rivoluzionario del 1848.
Conferme della spedizione garibaldina in Sicilia arrivavano anche dall’interno, da Potenza e Altamura, dove emissari del Comitato rivoluzionario napoletano portavano un gran numero di fogli clandestini da distribuire nei vari Comitati pugliesi, in barba all’efficiente servizio d’informazioni che il giovane re Franceschiello aveva ereditato dal padre Ferdinando II, morto l’anno prima.
«In cosa posso servirvi don Nicola?» chiese Vitantonio all’elegante Tanzi.
«Niente di particolare signor De Cagno, ho ordinato delle stoffe pregiate a Nizza e vorrei sapere quando è previsto l’arrivo del trabaccolo di vostro fratello Beniamino». Il riferimento a Nizza, città natale di Garibaldi, fece scattare l’allarme nella mente di Vitantonio. «Altro che stoffe», pensò l’armatore, «sono notizie, documenti, giornali e stampe clandestine che Nicola Tanzi aspetta». Istruzioni sulle iniziative da prendere in Puglia dove «fra l’apatia e l’indifferenza di molti – scriveva un secolo addietro l’avvocato bibliografo Francesco Colavecchio – un manipolo di generosi si agitava, diffondendo il sentimento di patria e libertà, incitavano alla ribellione contro il Borbone e contribuivano arruolando volontari, inviando denari, specialmente denari».

Quel ‘manipolo’ di generosi era gente facoltosa, professionisti: avvocati, medici, ingegneri, architetti, piccoli imprenditori e artigiani acculturati, qualche possidente oppresso dalle tasse e alcuni religiosi, specie il basso clero. Tutte persone che avevano la possibilità, i mezzi per istruirsi e mettere le mani su qualche volume, specie di autori francesi, che la polizia borbonica censurava. Era, insomma, una rivoluzione borghese ed elitaria «delle classi alte» che riuscirono a coinvolgere le masse popolari, prive di cognizioni ideologiche e politiche, che aderivano alla rivoluzione con il miraggio della distribuzione delle terre.
Secondo Vito Antonio Melchiorre, storico e ricercatore scrupoloso, il 90% della popolazione meridionale era analfabeta. E, se è vero che nel 1860 Bari avesse 34.663 abitanti, il conto dei cittadini con un certo grado d’istruzione, capaci almeno di leggere e scrivere, non poteva essere più di duemila. Fra questi, tanti appartenevano alla categoria dei quietisti… «persone amanti della tranquillità, dell’ozio, dei comodi». Bari, dunque, città di mercanti, era poco propensa alla rivoluzione, «il suo genio commerciale l’alienava un poco dallo zelo della causa liberale» scriveva ancora Colavecchio.
Foto copertina: Il fortino all’inizio del ‘900 e il porticciolo di approdo per i trabaccoli
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Nicola Mascellaro è nato a Gravina in Puglia nel 1939, risiede a Bari dal 1950. Dal 1966 al 1996 ha lavorato presso La Gazzetta del Mezzogiorno come impiegato responsabile dell’Archivio di documentazione.