Effetti psicologici del Covid: si può parlare di una vera malattia?

malattia da Covid19

malattia da Covid19

Dopo due anni di pandemia il Covid sembrerebbe aver lasciato dei postumi non solo sul corpo, ma anche a livello psicologico. A tal proposito sono stati fatti degli studi specifici dall’Università di Oxford e dal San Raffaele di Milano che riguardano gli effetti psicologici su pazienti che hanno contratto il virus. Lo studio di Oxford, pubblicato su The Lancet Psychiatry, prende in esame 69 milioni di cartelle elettroniche di pazienti, di questi a circa il 20% è stato diagnosticato un disordine psichiatrico entro tre mesi dall’inizio della malattia. Per quanto riguarda lo studio dell’Università San Raffaele di Milano, questo è stato condotto su un campione di 402 pazienti con età media di 58 anni a un mese e a tre mesi dall’infezione. Anche in questo caso sono stati rilevati disagi di tipo psicologico tra cui depressione, ansia, insonnia e disturbo post-traumatico da stress. Tali malesseri colpiscono anche soggetti che non hanno contratto direttamente il virus, ma hanno vissuto le restrizioni dovute alla pandemia. Per comprendere tale questione abbiamo intervistato la psicologa barese: Ilaria Terrone.

Quali sono le conseguenze psicologiche che ha causato il Covid? Si può effettivamente parlare di malattia psicologica?

«Più che una malattia psicologica il Covid ha scatenato delle conseguenze a lungo termine, enfatizzando e accelerando una serie di dinamiche che erano già insite dentro di noi. Con il lockdown abbiamo dovuto fare i conti con la nostra parte interiore, in quanto lo stare chiusi in casa ha impedito di distrarci da tutte le nostre dinamiche inconsce, da tutte le cose che ci spaventano. Di conseguenza vi è stato un incremento degli attacchi di panico, dovuto anche al fatto che il Covid, in quanto malattia, ha scatenato delle paure ancestrali, come quella della sopravvivenza. Ciò ha indotto le persone ad assumere una serie di atteggiamenti di salvaguardia di se stessi e della propria vita alle volte iperprotettivi, come tenere la mascherina anche quando si sta in macchina o in giro da soli».

Il Covid ha causato anche delle conseguenze a livello relazionale?  

«Certamente ci sono stati anche dei cambiamenti a livello relazionale: si è assistito ad un ridimensionamento nei rapporti, molte relazioni sono finite, ma ne sono nate anche delle nuove. Però è sbagliato attribuire a questa situazione pandemica la causa della fine o del cambiamento delle relazioni. Molto probabilmente questi rapporti dovevano già finire e il Covid ha accelerato questi processi, proprio perché ha portato a galla una serie di problematiche che forse prima non si voleva o non si aveva il tempo di affrontare. Dall’altro lato bisogna anche considerare che la paura per la propria sopravvivenza ha indotto ad assumere una serie di atteggiamenti che spesso hanno invaso gli spazi altrui, come impedire ad alcuni amici di uscire in gruppo per paura di un ipotetico contagio».

Quali sono state, invece, le conseguenze di questa situazione pandemica per i giovani?

«Per quanto riguarda le fasce più giovani, i ragazzi hanno attraversato delle grandi crisi di ansia perché la didattica a distanza non ha permesso loro di vivere una fisicità piena, un contatto diretto con i professori e con i compagni, ma soprattutto non ha concesso quel momento ludico-ricreativo fondamentale per rafforzare le relazioni. Le difficoltà sono aumentate soprattutto in quei ragazzi che hanno dovuto affrontare la didattica a distanza all’inizio di un nuovo ciclo di studi e non sono riusciti a creare nuovi legami. Ciò ha comportato delle conseguenze sul rendimento scolastico, che ha visto un calo, ma anche sullo stato emotivo: tanti ragazzi hanno sofferto questa distanza perché si sono sentiti privati di due anni di vita».

Quindi, in conclusione, come crede che si debbano affrontare le conseguenze psicologiche di questa pandemia?

«Io credo che sia sbagliato attribuire al Covid una serie di cambiamenti a livello sociale e relazionale, ma si dovrebbe iniziare a pensare che questi cambiamenti erano destinati ad avvenire e il Covid ne ha solo accelerato i tempi. Quindi il nostro compito sarebbe quello di prenderci la responsabilità di questo cambiamento, vederlo come occasione per crescere, ridefinirci e perseguire ciò che davvero desideriamo e che ci fa stare bene».

Martina
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Martina Ragone è nata a Triggiano, ora vive a Verona dove insegna e fa volontariato. Si è laureata in lettere classiche alla triennale e in lettere moderne alla magistrale a Siena. Appassionata di cultura, poesia, arte e musica. Collabora con “In città” di Giovinazzo e ha diretto “Nero su Bianco”, il giornale della Cappella Universitaria di Siena.

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