La dimenticata e fraintesa festa barese della “Vidua Vidue”

2) Muraglia

2) Muraglia

Illustrare la festa della “Vidua Vidue” non è cosa semplice, visti i numerosi “abbagli” presi da coloro che se ne sono occupati. A chi ne avesse interesse e curiosità, suggerisco, in primis, di approfondire la Crisobulla (bolla d’oro) del 991, stipulata appunto tra Venezia e Bisanzio, dal cui contenuto risulterà evidente quali furono scopi e disegni che spinsero Pietro Orseolo II a soccorrere Bari; non certamente solidarietà, compassione o fraternità.

Tralascio, quindi, di parlare dell’aspetto prettamente “politico” della spedizione della flotta veneziana accorsa, nel 1002, a salvare Bari dall’assedio saraceno, e mi soffermo sulla vicenda prettamente “popolare”, cioè la manifestazione di “Saluto e ringraziamento a Venezia”, del suo svolgimento, cercando di stabilire in quale tempo ha assunto la locuzione tipica barese di “vidua vidue”.

Quadro della Festa di Damaso Bianchi; archivio “Alfredo Giovine”

Analogia della Vidua Vidue con altre feste

Vi è una prima analogia dialettale tra la festa veneziana, la cosiddetta “Sensa” (l’Ascensione in dialetto veneziano) e la nostra “Vidua Vidue”, trasformazione di “ la vì, la vì” (la vedi, la vedi) in “la vidue, la vidue” (la vedova, la vedova – ad opera del buontempone barese).

Una seconda analogia è il giorno dell’Ascensione (40 giorni dopo Pasqua), infatti in quel dì i veneziani salutavano Venezia, con lo “Sposalizio del mare” (dopo il 997, anno della cacciata dei barbari narentani dalla costa dalmata, ad opera del doge Orseolo II; va detto che il Bucintoro apparve qualche secolo dopo, infatti, solo nel 1311, ne fu decretata la costruzione) e i baresi fecero coincidere, in tale data, l’atto di ringraziamento e di saluto a Venezia.

Notizie storiche

La prima notizia della manifestazione ci viene riferita da Antonio Beatillo, che, nella Historia di Bari del 1637, riferisce:

“Pietro Urseolo […] mosso a compassione vi venne con un’armata di cento legni e la liberò…; e di qua fu che a perpetua memoria di sì gran beneficio edificarono i Baresi la chiesa di san Marco, protettore di Venezia; […] non contenti di ciò, collocarono altresì, per palesare un fatto generosissimo de’ Veneziani, in una strada larga vicina al mare sopra una base di molti gradi, l’arma de’ veneziani, cioè un gran leone di pietra viva, che ancora oggi sta in essere nel pubblico mercato ecc. […]” .

E sèguita, narrando come andò questo fatto generosissimo, dicendo “raccolte da scritture dell’archivio della città, or non esistenti”. Che scalogna, comunque notizie non sorrette da documenti e da prendere con le molle!!.

La versione di Michele Garruba

Nel 1844, è Michele Garruba che, nel libro Serie critica de sacri pastori baresi, fornisce la sua versione:

“[…] che la nostra città in memoria di tanto benefizio… […], al che crediamo dover soggiungere esser probabile che i tre tiri di cannone, che per antichissimo costume dal baluardo detto s. Antonio, si indirizzano verso il nord-est, nel dì dell’Ascensione del Signore, siano un saluto che la nostra città faceva al doge di quella Repubblica, il quale in quel giorno solenne celebrava sul Bucintoro la sponsalizio col mare”.

Perché “faceva” e perché “in quel giorno”? Forse, al momento di scrivere, non lo si faceva più?

Secondo Giulio Petroni

Ancora, nel 1857, Giulio Petroni nella sua Della Storia di Bari, riferisce della manifestazione cui partecipavano i due capitoli del Duomo e della Basilica; e dall’ “esser probabile” del Garruba, si arriva alla “certezza del Petroni:

“Il dì dell’Ascensione è notevole per un costume che tutt’ora si serba. Al levarsi di una piramide di acqua …, vedi un levar di mani, un gridare a piene gole “vedila, vedila” e ciò si rinnova tre volte, perché tre volte tira il cannone. È antica tradizione che con questi tre tiri la città salutasse un tempo la repubblica di Venezia, in segno di amicizia e gratitudine, perché in tal giorno appunto il veneto Doge uscendo dal porto sul nobilissimo Bucintoro gittava l’anello in mare, quasi a connubio dell’Adriatico con la repubblica ed a ricordanza della vittoria ottenuta presso il promontorio di Salbore con trenta vascelli contro settantacinque di Federico Barbarossa e la prigionia del costui figlio Ottone”.

Allora diciamo noi che: “Lo Sposalizio del mare” fu istituito nel 997 circa, a seguito della vittoria dell’Orseolo con il popolo barbaro dei Narentani della costa dalmata. Il primo Bucintoro è del 1311. E nella battaglia barese contro i Saraceni egli adoperò i “dardi ignivoni” (una sorta di dardi fiammeggianti lanciati a pelo d’acqua per mezzo di canne nascoste che non si spegnevano nemmeno se cadevano in acqua, secondo il Malaterra). Il Petroni è testimone dell’evento ma non ci trasmette l’uso dialettale.

Il resoconto di Fra Rondone

Arriviamo al 1884, la prima testimonianza certa della locuzione barese a noi pervenuta. Il resoconto del Fra Melitone (diretto da Deodato Giuliani), nel quale, il cronista, Fra Rondone, si diverte e diverte il lettore con lo stile tipico du scegguannare barèse: riporta

“[…] il caporale grida “attendi guaggnuni, livadivi da dreto ca il cannone rinculesce”… “Fuoco”! BBuum! sssz… la vì! la vì! Cecca (cilecca), la palla non ha raggiunto nemmeno l’altezza del bersaglio, la carica è fiacca, i cannonieri correggano i calcoli balistici, la folla spera negli altri due colpi. Parte il secondo: BBùm! sszz. la vì! la vì! Troppa grazia sand’Andonio; la palla ha oldrepassato di quasi due tiri il bersaglio. È questione di parabola – esclama il caporale – alla terza botta facime onore al bittone, la pobblazzione vole sfazzione. Fuoco!! BBùmm! sssz…la vì! la vì! Fiasco individuabile. La pobblazione si disperse in un attimo mezza stordita dalla canicola. […]; Così stimai miglior consiglio scendermene a pranzo, ma era tanta la commozione per lo spettacolo che avevo viduato (veduto), che sedutomi a tavola non viduavo (vedevo) più i maccheroni che fumavano sotto il naso e scambiai le polpette di ragù per palle di cannone ”.

E così abbiamo dato anche il colore locale del cronista buontempone.

Presumiamo, pertanto, che da tale data, dal “colorito” resoconto del cronista con “la vedi…la vedi”, a “la vì..la vì” e alla “vidua vidue” del “buontempone” barese, il passo sia stato breve.

I documenti “scomparsi”

Sono però da evidenziare anche alcune cronache inventate, inesistenti, ovvero con riferimenti di “certi documenti” risultati, poi, introvabili. Mi riferisco soprattutto ad un cosiddetto “storico” locale che in vena di fare colpo, proprio come i colpi di cannone, dalla fine degli anni 1960 in poi, tirava fuori documenti inediti, tra questi cito:

1) dice: “possiamo assicurare che la più antica testimonianza risale al 1402, come è detto in una bolla di Bonifacio IX, all’arciv. Pagano di Bari”.

La ricerca è avanzata, ancora in atto ma per il momento risulta, in effetti… una bolla.

2) continua: “l’usanza dei tre colpi innocui lanciati dal cannone verso la piccola vela bianca quadra, manifestazione popolare detta vidua-vidue (almeno la grafia l’ha azzeccata), fu adottata la prima volta dal sindaco Sigismondo Fanelli nel 1694 (vedi delibera decurionale) e ripristinata dopo un’interruzione di più di 180 anni, da Giandomenico Petroni nel 1879”.

Le delibere decurionali

Le delibere decurionali di quegli anni sono esistenti e consultabili presso l’Archivio di Stato, ma di quella in oggetto neanche l’ombra e non risulta neanche manomesso l’ordine cronologico. Per quanto concerne quella di Giandomenico Petroni del 1879, è risultato che G .D. Petroni è eletto sindaco nel 1880 e per i due anni precedenti vi era stata una gestione commissariale.

E chiudo con altri due riferimenti di documenti, citati sempre dallo stesso autore, dei quali siamo ancora a caccia: si tratta di un documento del 1509 e uno del 16 maggio 1792, presso l’Archivio di San Nicola, dei quali Vitantonio Melchiorre, che ha spulciato detto archivio, non fa menzione e non lascia traccia.

Ma in questa storia vi sono tante altre “perle” da appurare, come le presunte attribuzioni, a questo evento, dell’erezione del leone di Piazza Mercantile e quella della chiesa di San Marco.

Pertanto, la caccia è aperta, sotto a chi vuole prendervi parte!


Foto di copertina:

La Muraglia nel giorno dell’Ascensione; archivio “Alfredo Giovine”

Fonte: Alfredo Giovine, La Vidua Vidue, Stilo Editrice 2015

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Felice-Giovine
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Felice Giovine è nato a Bari. Nel 1985 ha creato il Centro Studi Baresi, il Comitato per l’eliminazione del J (gei) dall’italiano e dal barese; nel 2009 ha pubblicato e diretto U Corrìire de BBare (fino a febbraio 2012); nel maggio 2012, l’Accademia della Lingua Barese “Alfredo Giovine” (con Rino Bizzarro, Gigi De Santis e Gianni Serena). È figlio di Alfredo da cui ha ereditato l’Archivio delle Tradizioni Popolari Baresi e la Sezione Civiltà Musicale Pugliese, oltre a la crosce de mbarà a le barise a llègge e a scrive come se dève la lèngua noste.

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