Dalla grande storia nazionale all’anedottica locale: la Bari di Nicola Filieri

Nicola_Filieri_BARI

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NICOLA FILIERI, Bari dalla preistoria al XX secolo. Note storiche, Introduzione di Renato De Robertis, Edizioni dal Sud, Bari 2022 

La Storia è la memoria collettiva; quando essa viene obliata, o riscritta, non siamo più in grado di sapere chi siamo. 

Haruki Murakami

Il nostro passato coincide con la nostra identità, ed ogni nuovo testo che racconti la storia cittadina è foriero d’interessanti scoperte per il neofita, ovvero di riscoperte per lo specialista.

Il libro di Nicola Filieri si pone programmaticamente come una sintesi panoramica, attingendo a piene mani dagli studi specialistici: dalle classiche “Storie di Bari” del Petroni e del Perotti, fino a quella più recente, che si avvale degli apporti di specialisti d’ogni settore coordinati dal prof. Francesco Tateo (già Preside della Facoltà di Lettere dell’Ateneo barese), senza trascurare gli studi sulla Bari medievale di P. Gerardo Cioffari.

Trattandosi d’una “storia di Bari” ad uso dei non-specialisti, pertanto destinata prevalentemente ai baresi desiderosi d’apprendere le passate vicende cittadine, essa coniuga abilmente il racconto delle vicende “grandi” che si riverberano su Bari con la narrazione “minuta”, che talora sconfina nell’aneddotica.

Dal “municipium” romano al “catapanato” bizantino, dalla Bari “murattiana” – che sottrae definitivamente alla rivale Trani l’ambito ruolo di Capoluogo – alla “Grande Bari” di Araldo Di Crollalanza – che tuttora desta unanime ammirazione soprattutto per la “palazzata” del Lungomare – la nostra città vive la propria storia come parte della storia della Nazione: dal dominio di Roma al Medioevo cristiano (sotto costante minaccia delle invasioni turche), dall’epoca napoleonica al Ventennio fascista.

Il racconto non viene ridotto ad un’arida successione di fatti, ma viene altresì arricchito dalla vasta aneddotica. Ad esempio, viene spiegato che l’incarnato più chiaro di alcuni baresi sarebbe dovuto all’appartenenza al ceppo degli antichi dominatori longobardi, d’origine nordica. O che l’intitolazione d’un Liceo cittadino non è affatto casuale, perché il poeta romano Quinto Orazio Flacco è stato a Bari per ben due volte, e durante la sua permanenza lodò la qualità del pesce della città “piscosa”: non a caso, il pesce è tuttora il piatto forte della tradizione gastronomica barese.

Attraverso una prosa chiara ed efficace, vengono sfatati alcuni luoghi comuni sulla nostra città: Bari “murattiana” dovrebbe essere propriamente chiamata “borbonica” dato che sotto Murat non si costruì praticamente nulla, mentre il Castello “Svevo”, è tale solo in minima parte, in quanto, iniziato dal Re normanno Ruggero II (1132), fu soltanto rimaneggiato da Re Federico II di Svevia (il Puer Apuliae che peraltro non amava Bari, preferendo soggiornare in Capitanata), mentre l’assetto attuale si deve alle duchesse Isabella d’Aragona e Bona Sforza, madre e figlia (sepolta quest’ultima nel Mausoleo in Basilica).

Non si tacciono gli aspetti disdicevoli, come la tendenza all’adulazione del potente di turno: i cittadini che acclamano il napoleonide Gioacchino Murat sono gli stessi che acclamano il restaurato Re Ferdinando I di Borbone, così come la folla che acclama il Duce è la stessa che plaudirà il CLN riunitosi nel Teatro Piccinni sotto l’egida degli anglo-americani. Ma questo, purtroppo, sembra essere un vizio inestinguibile non dei baresi, ma della stirpe italica tutta.

Il testo è introdotto dal Prof. Renato De Robertis,  docente e scrittore, che ne mette in luce la potenziale valenza didattica, specie in un periodo in cui la “cultura della cancellazione” svilisce l’insegnamento della Storia appiattendola sul presente.


Per gentile concessione dell’Autore e dell’Editore, Edizioni dal Sud, pubblichiamo di seguito l’introduzione di Renato De Robertis.

Bertos – Illustrazione, p. 64

È in corso una crisi formativa che influenza significativamente l’insegnamento della storia nelle scuole. Le cause sono molteplici e possiamo indicarne una, ossia le poche ore assegnate all’insegnamento di questa disciplina. Mentre si diffondono modalità digitali alternative con cui i giovani scoprono gli eventi del passato, la scuola rimane comunque in posizione centrale per la diffusione del sapere storico. Tuttavia la didattica dovrebbe programmare lo svolgimento di lezioni di storia meno generaliste per favorire invece l’avvicinamento degli studenti alla storia del territorio, alla storia della propria comunità. L’insegnamento trasmette le letture dei grandi eventi ma rischia a volte di permanere in un’area di cultura storica generale; facendo ciò non esprime significativi passi avanti nella valorizzazione della storia locale. Per dirla tutta, la storia locale è collocata in un piano meno visibile nella cultura scolastica. Il docente, coinvolto dall’urgenza di spiegare le vicende nazionali ed internazionali inserite nella sua programmazione, prima rimanda e dopo dimentica l’analisi dei fatti storici della sua città.

La ricerca di Nicola Filieri, nata per gli studenti e per i curiosi che si accorgono di non conoscere le vicende baresi, apre al confronto e alla scoperta del nostro passato. Proprio per scongiurare l’indifferenza verso i luoghi della memoria collettiva, diviene necessaria una rinnovata attenzione sulla storia locale. In questo senso la ricerca proposta fissa le tappe secolari di un territorio e lo fa mediante una narrazione di sintesi e comunicativa. I nodi tematici della storia barese, da Filieri, vengono mediati grazie al suo sguardo oggettivo e mai influenzato da premesse politico-culturali. Il lettore ha a disposizione delle ricostruzioni che non dimenticano di generare correlazioni tra eventi nazionali e condizionamenti sul territorio; correlazioni che poi offrono risposte ai quesiti su un personaggio barese o su un determinato periodo.

Di certo la storia locale aziona un circuito conoscitivo in cui ritrovare i rapporti tra i monumenti cittadini e le relative epoche, tra eventi nazionali e testimonianze locali; così, pagina dopo pagina, il lettore ha la possibilità di riconoscersi in un discorso sull’identità storica barese. E per questa, da alcuni anni, riscontriamo l’impegno dell’editoria locale che va alla ricerca dei documenti che crearono la narrazione storica della città e fecero germogliare l’identità barese. In pochi anni è avvenuto un prezioso lavoro editoriale che ha consentito la pubblicazione di due narrazioni storiche, ovvero ‘Historia di Bari’ di Antonio Beatillo (Cacucci Editore, 2018) e ‘Memorie dell’Illustre Città di Bari’ di Emmanuele Mola (Lb Edizioni, 2019), opere che avviarono la creazione del nostro senso comunitario; il quale continua a modellarsi grazie ad una pubblicistica impegnata nel web come nelle redazioni giornalistiche.

Filieri, docente e ricercatore, non perde l’occasione per parlarci dei simboli della comunità barese, cioè il campanile della Cattedrale, il nuovo porto, l’Acquedotto pugliese, la Fiera del Levante,.. E le sue memorie stratificano colpe politiche, rivolte popolari, restaurazione statali, riforme agognate e partecipazioni baresi ad avvenimenti nazionali, tanto da lasciare in ogni capitolo i segni durevoli delle passioni di un’epoca. Dunque, ecco una narrazione che alimenta l’interesse per la memoria comunitaria e desidera, primariamente, rendere accessibile la storia di Bari e lo fa insieme a Edizioni dal Sud, una casa editrice che, da decenni, è attiva nella lettura critica dell’antichità e della modernità del meridione d’Italia.

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Architetto e storico dell’arte, ha al suo attivo la pubblicazione di vari libri e numerosi articoli sull’Arte italiana, con particolare riguardo alle città pugliesi tra Ottocento e Novecento. E' curatore del blog sull'arte del Ventennio "Arte Ventennio": www.arteventennio.com.

1 ha pensato a “Dalla grande storia nazionale all’anedottica locale: la Bari di Nicola Filieri

  1. Esimio architetto, ho visto casualmente il suo commento al mio libro. La ringrazio. Sono onorato. Voglio solo chiarire qualche punto. Per quanto riguarda Armando Perotti io mi sono limitato quasi unicamente a criticarlo. In fatti ho fatto presente che tutto ciò che è scritto sulla lapide che si trova sotto il palazzo ex Motta è errato. Lo testimoniano il decreto di Gioacchino Murat, la ricerca dell’archivista della Gazzetta Nicola Mascerollo e quanto riferito da Giulio Petroni sulla posa della prima pietra della Bari nuova. Concordo con lei per quanto riguarda gli autori da cui mi sono maggiormente documentato. Debbo fare però una precisazione. Io devo molto a Vito Melchiorre. Lui ha pubblicato un libro su Bari, presso la Casa Editrice Levante, in cui vi sono ben 1200 ricerche d’archivio. Una manna per chi è interessato agli studi storici sulla nostra città. La ringrazio nuovamente per essersi interessato del mio lavoro. Con stima. Nicola Filieri

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