“Pianificazione urbanistica” e “mappatura dei rischi”: la ricetta di Giuseppe Spilotro per salvare la fascia costiera pugliese
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La frequentiamo solo d’estate per ammirare l’alba e il tramonto o per seguire una gara di tuffi. Parliamo della fascia costiera, che nella nostra Puglia si estende per oltre 940 chilometri, isole escluse. La calpestiamo con troppa familiarità senza pensare ai delicati equilibri che la rendono un sistema complesso, senza preoccuparci della continua evoluzione tra ambiente fisico e comunità di esseri viventi nel difficile equilibrio ostacolato dalle esigenze di una società in affannosa cerca di benessere e profitto.
La conoscenza delle caratteristiche delle terre emerse e del mare con i suoi fondali, le dinamiche delle acque e gli ecosistemi, la loro tutela e valorizzazione diventano importanti per garantire alle città costiere e alle popolazioni uno sviluppo pieno di quei benefici che porta il mare, benefici però che siano sostenibili e duraturi.
Il professore Giuseppe Spilotro è stato coordinatore del Progetto di Ricerca di interesse nazionale sulle “Metodologie avanzate nella valutazione e mitigazione del rischio da frana: rilevamento dei precursori, modelli di previsione e cartografia tematica” ed è profondo conoscitore dei fenomeni di instabilità del territorio e delle metodologie di mitigazione e tecniche di monitoraggio.

Con questa prima intervista intendiamo offrire una serie di approfondimenti sulla formazione ed evoluzione della linea di costa soggetta a forte urbanizzazione nelle città pugliesi intensamente vissuta dalle nostre popolazioni.
Professore, cosa sta cambiando nella dinamica mare – terra ferma?
«La linea di costa è probabilmente uno degli esempi più appropriati per descrivere un’entità topologica o spaziale a variabilità continua nelle scale temporali dai pochi minuti ai millenni. La variabilità afferisce a processi per lo più naturali, ma in taluni contesti quelli antropici sono decisamente di gran lunga prevalenti. I processi naturali afferiscono alle variazioni relative del livello mare. Si valuta l’innalzamento del livello del mare di circa in 120 metri negli ultimi 18mila anni, con un deciso rallentamento negli ultimi 6mila anni e attualmente si attesta su valori dell’ordine di 1-1,5 mm/anno, salvo effetti delle variazioni climatiche di ultimo periodo. Poi elenchiamo il clima meteomarino, con gli effetti di impatto e di trasporto sulla costa delle onde e delle correnti marine; le azioni delle acque sotterranee defluenti verso la linea di costa, gli effetti da sollecitazioni cicliche di lungo periodo, e non le abbiamo elencate tutte».
Le coste basse e quelle alte sono interessate da fenomeni di erosione e crolli. Quali sono le principali cause antropiche che ne accelerano i processi?
«Per le coste basse, le spiagge tanto per intenderci, le azioni deleterie afferiscono alle modificazioni nell’apporto di sedimenti. Le correnti marine e il moto ondoso spostano e selezionano i sedimenti derivanti dai processi erosivi sulla stessa costa o nei bacini interni e trasportati dai corsi d’acqua al mare, formando così le spiagge. Se c’è abbondanza di sedimento le spiagge crescono e si formano anche le dune. Se i sedimenti non arrivano più a mare perché il corso d’acqua è stato sbarrato o perché nei territori interni sono state realizzate intense sistemazioni conservative del suolo, inevitabilmente il mare si riprende il sedimento dalle spiagge e dalle dune. Molte altre cause antropiche giocano a sfavore, come le estrazioni di sedimenti negli alvei attivi, le infrastrutture lineari (ferrovie e strade) parallele alla costa. Poi ci sono i disturbi circolatori: la costruzione di moli ed opere portuali che modificano direzione e intensità delle correnti marine, determinando locali depositi dei sedimenti e ampie aree in erosione. Sostanzialmente diverso è il comportamento delle coste alte, intrinsecamente affette da una pericolosità forse meno sensibile all’azione antropica, ma da questa associate ad un elevato rischio, attraverso l’occupazione dei bordi superiori delle falesie e delle fasce al piede».

Oltre il 20% delle coste pugliesi sono coste alte: si può arginare il fenomeno dei crolli o è meglio arginare il loro effetto sulle opere antropiche?
«A livello locale interventi di stabilizzazione o di messa in sicurezza sono possibili, salvo valutazioni paesaggistiche ed economiche. Quello che ragionevolmente si può modificare su larga scala, mitigandolo, è il rischio, in primo luogo valutandolo e quindi analizzando l’intensità dei vari fattori che concorrono a definirlo. In pratica, ci sono metodologie speditive o più raffinate di misura, di valutazione della stabilità o delle aree potenzialmente investite da eventuali crolli, che permettono affidabili stime dei processi e delle possibili azioni di mitigazione. Citiamo anche metodologie moderne di monitoraggio, anche da satellite, particolarmente affidabili in questa classe di problemi ed economicamente abbordabili.».

Che ne pensa dei fenomeni di crollo che stanno interessando la costa a sud-est del territorio di Bari? Ci sono altri strumenti oltre le Ordinanze per garantire la pubblica incolumità?
«Certo, quanto detto precedentemente: valutazione della pericolosità, del rischio e delle loro componenti e valutazione delle azioni di mitigazione. La costa sud di Bari è molto caratteristica per le rocce calcarenitiche variamente indebolite dall’azione del mare e con numerose cavità a livello del mare. I fenomeni di instabilità con crostoni inclinati sono numerosi, ma il problema può essere risolto avendo precedentemente definito le priorità tra fruizione e conservazione».
È pensabile che si debba intervenire per consolidare tutti i tratti di costa alta soggetti a crollo o in alcuni casi si può lasciare che la natura faccia il suo decorso e magari utilmente produrre sedimenti per il ripascimento naturale delle coste basse?
«L’estensione delle coste alte e la naturalità dei fenomeni di instabilità che le affliggono non possono far pensare a interventi generalizzati, tra cui, ricordiamo, sarebbero anche possibili anticipazioni controllate dei fenomeni di instabilità. È possibile però convivere attraverso un processo conoscitivo, che risulta poco utilizzato al presente, e che permetterebbe di definire a fianco delle aree a fruizione interdetta, quelle nelle quali la stessa è possibile e le altre dove la rimozione del rischio è accettabile sotto il profilo economico ed ambientale. In tal senso sono importanti e utili anche le azioni di pianificazione urbanistica, che dovrebbero inglobare le mappature di pericolosità».
Foto: Tiziana Torello
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Antonello Fiore, geologo da anni impegnato per la promozione del ruolo delle Scienze della Terra nella protezione della salute e dell’ambiente. Ha organizzato numerosi eventi di disseminazione per promuovere la tutela dell’ambiente e della vita che esso ospita. Di particolare rilevanza sono le iniziative sulla prevenzione del rischio sismico, del rischio geo-idrologico, sulla valorizzazione del patrimonio geologico e per comprendere e mitigare gli effetti del cambiamento climatico.

