Bari nel Risorgimento: una popolazione di emarginati e derelitti
Piazza Ferrarese fine 800 con il mercato del pesce ad un solo piano e il giardino botanico
Nel ripercorrere gli avvenimenti risorgimentali pugliesi del 1860, Nicola Mascellaro ci aveva introdotto in casa dell’armatore Vitantonio De Cagno e nel clima di cospirazioni, sospetti e spionaggio che si viveva a Bari a metà maggio. In questo secondo articolo, mentre il grosso trabaccolo del Tanzi con il suo carico “sovversivo” sta per approdare nel porto vecchio della città di fronte al Fortino, i riflettori dello storico sono puntati sulle condizioni di arretratezza economico-culturali dei baresi, i cui cuori, più che animati da passioni unitarie, erano mossi dall’odio verso i vecchi “padroni”.
Soltanto una minoranza aveva cognizione del significato di Patria, Nazione, Libertà. Molti erano persino privi di consapevolezza geografica.
C’erano braccianti che non avevano mai visto il mare, come molti marinai pur distinguendo coste e luoghi, non conoscevano altra terra se non quella del proprio paesello dove vivevano i loro genitori, le mogli, i figli.
Inoltre, mentre altrove ai cospiratori veniva chiesta solo una certa prudenza, a Bari la segretezza doveva essere massima perché, come annota Michele Viterbo nel suo volume Gente del Sud, «qui era l’Intendente con una schiera d’impiegati, qui il generale Filippo Flores con la truppa, qui la gendarmeria in permanenza, qui una quantità di gente che viveva dal governo borbonico, qui l’efficiente servizio d’informazioni creato da Ferdinando II con il corollario di spie e delatori». Qui, insomma, l’apparato militare, poliziesco e politico pronto alla repressione, a punire con severe condanne.
E, dopo i moti insurrezionali del 1848, era perfino proibito leggere libri, giornali e periodici liberali o nazionalisti. Nel 1853 per disposizione del ministero dell’Interno «si faceva divieto ai comuni di acquistare libri senza la licenza del ministro in persona», ricorda sempre il Viterbo.
Non bastava che la grande massa vivesse in uno stato di estrema miseria, priva di diritti civili e politici: bisognava che fosse tenuta anche in condizione di schiavismo culturale, com’era da secoli con i Borbone.
Cosa sapeva il contadino tenuto sui campi dall’alba al tramonto di “appartenenza geografica”, sociale e politica? Niente. Una cosa sola il bracciante, l’operaio, sapeva e covava dentro: l’odio per il “padrone” rappresentato spesso dal campiere, dal massaro o dal capomastro che a sua volta odia il “barone”, che odia il daziere, l’Intendente e quest’ultimo la schiera di fannulloni e cortigiani del Re.
Era l’odio il sentimento più radicato nel cuore e nell’anima del popolo. Era l’odio, più che qualunque altro desiderio d’Unità, che muoveva le massa alla lotta contro ‘padroni’, contro i detentori di quel “potere” che li soggiogava da secoli. E se quella lotta i “baroni”, l’élite culturale del Mezzogiorno la definiva “risorgimentale’” andava bene ugualmente.
Quando giunsero le prime notizie sulla spedizione garibaldina in Sicilia, a Bari e in Puglia ancora non si cospirava «ma agitazione ve n’era e non poca. L’idea di unità e libertà s’andava propagando, cominciava a vibrare un’alta nota di idealità» (M. Vietrbo, Ibidem) e Nicola Gabriele Tanzi fu l’anima del movimento liberale.
Nato a Bari nel 1820, ultimo di un’antica famiglia di nobili baresi d’origine milanese, Nicola era figlio di Gian Luigi Tanzi già consigliere, decurione si diceva allora, del comune di Bari, in seguito Sindaco e infine affiliato alla carboneria. Nicola Gabriele, insomma, fin da giovane era stato educato con principi liberal-rivoluzionari tanto che a 26 anni, studente a Napoli, si era iscritto alla Giovine Italia di Giuseppe Mazzini.
Nicola, cui Colavecchio attribuisce la stessa autorevolezza del padre «per senso politico, per patriottico zelo e per la fiducia che ispirava» è eletto decurione nel 1847 e Sindaco di Bari nel maggio del 1856. Ma sei mesi dopo, a seguito di un dettagliato rapporto dell’intendente Salvatore Mandarini, che pure è definito ‘buon funzionario’, più tollerante del suo rigido predecessore Luigi Ajossa, lo dipinge «insubordinato, rivoluzionario, settario» e Tanzi viene prima destituito poi espulso dallo ‘Squadrone della Guardia d’Onore’ di Bari ammesso alla presenza del Re.
Ecco spiegato l’allarme dell’armatore Vitantonio De Cagno quando vede apparire nel suo deposito don Nicola Tanzi, discretamente seguito e sorvegliato dalla polizia, che lo perseguita con improvvise perquisizioni dell’abitazione barese e della casina di campagna ritenuti «luoghi di convegno dei cospiratori». Ed era vero. De Cagno, fra l’altro, è ancora più allarmato perché anche la sua numerosa famiglia contribuisce alla causa.
Il grosso due alberi a vela, il trabaccolo, cui Tanzi aveva chiesto notizie, arriva nel porto vecchio di Bari, di fronte al Fortino, nella prima settimana di giugno.
La barca si chiama ‘Amicizia’ ed è comandata da Beniamino De Cagno, fratello di Vitantonio, è di ritorno da Marsiglia. Ha fatto scalo a Nizza, Genova e Napoli imbarcando zucchero, telerie e balle di cotone. Merce destinata alle molte botteghe di artigiani e commercianti di via Melo e via Argiro.
Foto copertina: Piazza Ferrarese fine 800 con il mercato del pesce ad un solo piano e il giardino botanico
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Nicola Mascellaro è nato a Gravina in Puglia nel 1939, risiede a Bari dal 1950. Dal 1966 al 1996 ha lavorato presso La Gazzetta del Mezzogiorno come impiegato responsabile dell’Archivio di documentazione.
Interessantissimo e bellissimo complimenti
Bellissimo e interessantissimo