“Semi di vita”: la cooperativa sociale che lavora al recupero di persone e terreni
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In un mondo in cui è sempre più urgente porre un’attenzione peculiare all’agricoltura – data l’inarrestabile emergenza climatica – e anche al mondo del sociale, a causa di una popolazione sempre più bisognosa di assistenza sanitaria, economica e psicologica, a Bari si distingue la cooperativa sociale Semi di vita.
Abbiamo parlato spesso di associazioni che si occupano di vittime di violenza o sensibilizzazione e assistenza dei più giovani, ma, a differenza delle altre, questa organizzazione ha come scopo quello di recuperare terreni confiscati alla mafia e permettere a persone “svantaggiate” di riprendersi la propria “dignità” attraverso il lavoro.
Per meglio approfondire questa realtà abbiamo avuto occasione di intervistare Angelo Santoro, presidente dell’associazione.
La mission della cooperativa sociale Semi di Vita
Com’è nato il vostro progetto? E qual è la mission della vostra cooperativa?
Il nostro progetto è nato a Casamassima nel 2011 in un terreno di 2.000 metri, dove abbiamo creato il primo orto sociale per ragazzi con disabilità in Puglia.
Questo progetto è durato tre anni e da lì nel 2014 ci siamo trasferiti a Bari dove abbiamo preso in gestione 20.000 metri quadrati di orto e abbiamo costituito la cooperativa.
Nel 2019 a Valenzano abbiamo recuperato invece 26 ettari abbandonati da trent’anni e confiscati alla mafia e nel 2022 abbiamo realizzato 400 metri quadri di serra all’interno dell’Istituto penale per minorenni “N. Fornelli”.
I prodotti che coltiviamo vengono poi venduti in un negozio a Valenzano. Tutte queste attività sono nate con lo scopo di creare un’agricoltura sociale che si rivolgesse a persone svantaggiate per dare loro dignità attraverso lo strumento del lavoro.

L’organizzazione della cooperativa
In che maniera è organizzata la vostra cooperativa? Chi sono i soggetti che lavorano con voi?
Oggi nella cooperativa siamo sette membri oltre volontari del servizio civile, di Libera, della parrocchia, del centro servizi volontariato “San Nicola” e scout.
Cooperiamo tutti in sinergia, perché per noi è molto importante il lavoro di squadra.
Di queste “assunzioni” due arrivano dal carcere minorile di Bari, dopo che hanno precedentemente svolto un percorso di formazione e riabilitazione.
Quando giungono qui, oltre a lavorare, continuano un dialogo costruttivo con noi operatori.

Per quale motivo avete scelto il nome “Semi di vita”?
Abbiamo pensato di abbinare due elementi che fanno sempre “segno meno” nella vita: l’agricoltura in cui basta una grandinata per distruggere tutto, e l’ambiente sociale dove le persone vengono spesso scartate se non performanti rispetto al loro lavoro.
Da due segni meno nasce il più che rappresenta in questo caso la vita e la speranza di lasciare il mondo come un posto migliore di come l’abbiamo trovato e di accompagnare i ragazzi in questo percorso di formazione.
Aneddoti, storia e progetti
Avete qualche aneddoto da raccontare?
Certo, ma non tutti sono piacevoli.
Nel 2021 ci hanno rubato un trattore e grazie ad un crowdfunding siamo riusciti a recuperarlo. Lo stesso è successo con l’olio appena raccolto; nondimeno è stato bello vedere come la popolazione locale si è prodigata per aiutarci.
In particolare, per quanto riguarda i terreni sottratti alla mafia, com’è avvenuta l’acquisizione?
Di solito i beni confiscati alla mafia vengono sequestrati e poi, a chiusura del processo, vengono affidati al Comune in cui risiede il bene.
In questo caso c’è stato un bando pubblico nel 2018 e siamo riusciti a prendere una landa desolata a Valenzano dove dovevano esserci sulla carta 10.000 alberi, ma ne abbiamo trovati 600, dei quali solo 200 erano in buone condizioni e recuperabili, con un immenso danno ambientale, oltre a 720 tonnellate di rifiuti che abbiamo dovuto rimuovere.
La sfida per noi oggi è portare benefici al territorio trasformando questo bene confiscato in un bene comune.
Parlaci di questo “Uliveto della memoria”. Cos’è? Perchè chiamarlo così?
Quando a gennaio del 2021 ci hanno rubato l’olio, molti volevano pagarcelo lo stesso e così abbiamo trasformato una campagna di beneficenza in un’azione generativa convertendo le donazioni in ulivi.
Ne abbiamo raccolti 550 e mentre pensavamo a dove piantarli, abbiamo lungamente riflettuto su come coinvolgere la comunità.
Così abbiamo ideato “l’Uliveto della memoria” che è diventato un luogo a Valenzano per riflettere e portare omaggio a tutte le vittime di mafia, visto che appunto nasce su terreni confiscati all’organizzazione criminale.
Che progetti state sviluppando attualmente? E quali sono i vostri progetti futuri?
Al momento stiamo sviluppando tutta la parte agricola della zona, da poco abbiamo messo le galline allevate a terra all’aperto.
Per quanto riguarda i progetti futuri, invece, lavoreremo sui terreni per sostenere altri inserimenti lavorativi e ci sono anche progetti sociali con le scuole e con l’università di Bari.

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Martina Ragone è nata a Triggiano, ora vive a Verona dove insegna e fa volontariato. Si è laureata in lettere classiche alla triennale e in lettere moderne alla magistrale a Siena. Appassionata di cultura, poesia, arte e musica. Collabora con “In città” di Giovinazzo e ha diretto “Nero su Bianco”, il giornale della Cappella Universitaria di Siena.