Gli ultimi giorni del “muto” a Bari: Il cinema “ricreativo”, la propaganda e la miseria

Quando andavamo al Cinema - il cantante di jazz

Quando andavamo al Cinema - il cantante di jazz

L’avvento del sonoro segna anche la fine del “divismo” come fenomeno che antepone la personalità dell’attore, degli interpreti, al valore complessivo del film, ma non mancheranno nuovi e diversi aggettivi davanti al nome delle star, soprattutto femminili, che di volta in volta sono: femme fatal, vamp, bombe sexy …

La sex symbol del cinema anni Trenta: Harlow Jean

Con il sonoro, in generale a partire dal 1930, i film sono in maggioranza ricreativi e spensierati. Sono gli anni del cinema dei “telefoni bianchi”, film senza pretese, commerciali e sentimentali, che propongono pellicole leggere, frivole, qualche volta ironiche e di costume della media borghesia fascista.

Cinema dei “telefoni bianchi”

Dal 1932 poi, l’Europa e l’Italia subiscono le conseguenze del crollo di Wall Street. Nel 1935 la Società delle Nazioni ci infligge una serie di dure sanzioni, le “inique sanzioni”, per aver “osato” invadere l’Etiopia, e “pensare” di farsi un Impero: un affronto per chi l’Impero lo aveva già.

Tra sanzioni e sacrifici, il popolo comincia a stringere la cinghia. Inizia l’autarchia. Ma c’era proprio da fare la fame! Ben presto, tutta quella esaltazione, l’orgoglio di poter affermare, come diceva il Regime, di poter fare da soli, comincia a scemare. Non manca tutto, ma le nostre risorse alimentari e di materie prime non erano sufficienti.

Però, il cinema non manca! La circolazione delle pellicole cinematografiche in tutto il mondo non ha mai subìto drastiche limitazioni, neanche durante il secondo conflitto mondiale. Erano gli spettatori, i fruitori delle sale cinematografiche che mancavano all’appello. Nonostante la ricca offerta, per quasi tutti gli anni Trenta i teatri, i cinematografi attrezzati anche per fare teatro, offrivano Varietà, l’avanspettacolo, e film spesso muti. Poi, man mano che le sale si dotavano d’impianti di diffusione, anche il cinema sonoro.

Per molti però, per la gran parte dei cittadini, il cinematografo era l’ultimo dei pensieri. La vita si era immiserita. Non c’era tutta questa voglia di andare al cinema. Le famiglie avevano i figli in Africa, in Abissinia si diceva, per rendere fertile un deserto di pietre e dare all’Italia l’Impero, altri furono inviati in Spagna, per aiutare il dittatore Francisco Franco a rovesciare il governo monarchico-nazionalista, ed infine venne il secondo conflitto mondiale.

I capi famiglia rimasti a casa avevano la preoccupazione quotidiana di dare da mangiare ai minori, ai genitori anziani, di procacciarsi perfino il pane che cominciava a scarseggiare. Con l’inizio delle sanzioni, tutto il castello di sabbia messo in piedi dal Regime comincia a dare segni di stanchezza, di cedimento: anche quello che c’è, non si può acquistare, il ceto popolare non guadagna abbastanza per consentirsi di sfamare adeguatamente la famiglia. Perfino gli impiegati delle istituzioni sono nelle stesse condizioni del proletariato. Così, le poche sale cinematografiche di periferia chiudono.

Nel 1936 Bari conta quasi 200mila abitanti, la città è in continua espansione. La richiesta di mano d’opera impiegata nell’edilizia pubblica, privata e nel commercio, è continua e costante, ma le sale cinematografiche restano semivuote, le condizioni di vita della popolazione sono sempre più sconfortanti nonostante il solito “foglio d’ordine” del Regime imponga i proprietari di esercizi pubblici, tra cui cinema e teatri, di ridurre i prezzi dei biglietti del 10%.

Allora i gestori dell’«aristocratico teatro e del gran cinema di lusso» aumentano l’offerta: il cinema Umberto, Oriente, Margherita, Santalucia e il Politeama barese, che apre e chiude continuamente prima di diventare Supercinema, offrono Varietà e cinema. Il Santalucia alterna cinema e prosa mentre il Petruzzelli quando non c’è la stagione lirica propone Varietà e cinema. Ma gli spettatori sono sempre pochi e con le ristrettezze, il pubblico diventa esclusivamente maschile.

Nel 1929, due anni dopo il primo film sonoro hollywoodiano, Il cantante di jazz, anche il cinema italiano realizza La canzone dell’amore, un film mediocre quanto quello americano, e lentamente muove i primi passi verso la ripresa del cinema nazionale.

Il cantante di jazz

Il cinema sonoro trova nel Regime, nelle antenne sempre sensibili del Duce, una “vigile attenzione”. Mussolini comprende prima di altri quale potente mezzo di propaganda fosse il cinema e non gli lesina mezzi. Non solo, ma pretende pellicole celebrative: la gloria di Roma che costruisce l’Impero con personaggi che devono essere virili, eroici e rivoluzionari.

Fino al mese di ottobre del 1930, al cinema Umberto vengono proiettati, uno dopo l’altro, film muti di Tom Mix, Stanlio e Ollio, Ridolini e Charlot per una lira e cinquanta centesimi. Al Petruzzelli si pagano due lire e cinquantacinque centesimi, un’esagerazione, per un film muto in poltrona e ben quattro lire per assistere allo spettacolo della super compagnia di rivista italo-viennese, con “40 ballerine 40”, della organizzazione di Achille Maresca con le meravigliose scene e costumi di Paolo Rem pseudonimo del barese Giuseppe Procacci che ha vissuto diversi anni a Parigi.

Al Santalucia, invece, proiettano Azzardo «un bellissimo dramma passionale della Fox in cinque atti accompagnato dalla solita grande orchestra di trenta professori diretta dal maestro Enrico Trizio»; al Margherita c’è un altro film Fox, Il teatro di Minnie, «magistralmente interpretato dalla vivace e simpatica Bessie Love, impeccabilmente narrato da Alberto Zorzi» e, sempre il Margherita qualche giorno dopo, ecco un film di Stanlio e Ollio Agli ordini di sua Maestà, che vede la partecipazione della diciottenne Jean Harlow, bionda procace e verace.

Sono gli ultimi giorni di gloria del cinema muto. Anche per i maestri Trizio, Domenico ed Enrico, è arrivato il momento di congedarsi dalle sale cinematografiche. Le loro orchestre hanno inaugurato, suonato e accompagnato il cinema muto per vent’anni in tutti i cinema di Bari.

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Nicola-Mascellaro
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Nicola Mascellaro è nato a Gravina in Puglia nel 1939, risiede a Bari dal 1950. Dal 1966 al 1996 ha lavorato presso La Gazzetta del Mezzogiorno come impiegato responsabile dell’Archivio di documentazione.

1 ha pensato a “Gli ultimi giorni del “muto” a Bari: Il cinema “ricreativo”, la propaganda e la miseria

  1. Grazie. Siamo le ultime figlie del Maestro Domenico Trizio, figlio di Enrico e Anna Fino. Vorremmo un contatto con l’autore di questo articolo.

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