Dalla crisi cinematografica nazionale del ‘29 a Cinecittà: la rinascita con Ricciotto Canudo
Quando andavamo al Cinema - fine del muto
L’avvento del sonoro provoca un vero terremoto nel mondo del cinema e dei cinematografi in generale. Il cinema muto, in crisi fin dai primi anni Venti, cominciava a dare segni di stanchezza. Bisognava trovare un modo, qualcosa di veramente innovativo, per richiamare l’attenzione degli spettatori e riempire le sale. Le maggiori case di produzione americane sono sull’orlo del fallimento. In Italia e in Francia il mondo della celluloide sta anche peggio. Dopo i primi anni di grande entusiasmo e di notevoli successi, per qualità e pubblico, iniziava una lenta, inesorabile discesa.
I cineasti italiani continuavano a sfornare pellicole a soggetto storico, in costume, cineromanzi, drammi passionali che cominciavano a stancare. Non riescono a rinnovarsi, a trovare nuove sceneggiature, nuovi temi e questa incapacità di rinnovamento conduce ad una drammatica caduta di produzione: dai 220 film del 1920 si passa a 100 nel 1921 fino a ridursi, con preoccupante celerità, a 10 film nel 1928, altrettanti nel 1929 e 9 nel 1930.
Salvo qualche rara eccezione, il cinema nazionale in pratica stava scomparendo dalla scena internazionale mentre il mercato italiano è sempre più aperto alle produzioni straniere, specie dagli Stati Uniti tanto che, nonostante l’ostracismo del fascismo, le agenzie di noleggio riescono ad importare fino a 600 pellicole l’anno.
Poi, finalmente, nel 1929 dopo l’introduzione del sonoro, il fascismo decide di potenziare l’industria cinematografica italiana con l’intento di mostrare al mondo il nuovo volto del Paese sotto il Regime: la propaganda era l’arma vincente del fascismo. Nel 1937 nasce Cinecittà e il cinema italiano inizia una lenta, proficua risalita.
Negli Stati Uniti l’introduzione del sonoro è un sollievo e un dramma: l’intero sistema costruito intorno al cinema muto, va in crisi. I compensi elargiti dalle Majors per mettere sotto contratto attori e attrici celebri del cinema muto vanno persi. Molte star americane non riescono a trovare il giusto equilibrio per inserirsi nel nuovo sistema di recitare in un film sonoro. Tutto era radicalmente cambiato.
Nel cinema muto la recitazione si basava su gesti, atteggiamenti più o meno espressivi. I movimenti degli attori e delle star venivano enfatizzati per dare significato alla scena. Nel sonoro tutto ciò non era più necessario. Il potere espressivo della voce, la parola avrebbe dato rilievo e significato alla scena. Con il sonoro, certe forzature del muto apparivano perfino ridicole.
Gli attori del muto subiscono una dura selezione. Molti di loro devono rinunciare. Anzi, per alcuni è proprio la voce a tradire artisti anche famosi. Le prime registrazioni mettono in evidenza suoni striduli, grossolanità, spesso insopportabili accenti dialettali. C’erano voci e suoni di artisti che non riuscivano a fondersi con le espressioni del viso, o con il personaggio da interpretare, e finiscono per essere tagliati fuori. Non manca qualche suicidio, qualche carriera affogata nell’alcool poiché gli Studios sono molto lontani dall’introdurre il doppiaggio.
Tutto diventa complicato. A differenza del cinema muto, il sonoro non ha schemi collaudati, metodi narrativi. Si procede alla cieca e, paradossalmente, sarà proprio il crollo della borsa di New York a salvare tutto e tutti costringendo le Majors hollywoodiane a dare un taglio netto e definitivo con il passato.
Pochi attori si salvano dall’introduzione del sonoro e dalla grande depressione che segue al “venerdì nero” del 24 ottobre 1929 nella storia dell’economia americana e mondiale.
Tuttavia, attori e attrici validi, mostri sacri della cinematografia internazionale riescono ad inserirsi e continuano a lavorare nella nuova realtà. Molti sapranno addirittura mimare e recitare allo stesso tempo. Erano Charlie Chaplin, Buster Keaton, Stan Laurel e Oliver Hardy – i famosi Stanlio e Ollio – Greta Garbo “la divina”, misteriosa, altera e bizzarra attrice svedese; la tedesca Marlene Dietrich, sensuale e fredda allo stesso tempo; e poi Sarah Bernhardt, Pola Negri che in realtà si chiama Barbara Apollonia Chalupiec, nata in Polonia; Larry Semon, noto come Ridolini; Harold Lloyd, il comico acrobata e miope; lo chansonnier francese Maurice Chevalier e diversi altri.

Fra gli italiani si salvano Francesca Bertini, Lyda Borelli, Lina Cavalieri, Fosco Giacchetti e altri ancora.

Salvo le attrici, che spesso interpretano ruoli di eroine in drammi storici, gli attori più amati dal pubblico americano e nazionale, erano comici, essenzialmente mimi. Secondo i canoni dei cineasti del tempo, il cinema doveva essere evasione, divertimento. Sarà poi il cinema europeo, fino alla vigilia del secondo conflitto mondiale, a realizzare opere d’autore, culturale, artistico. Negli anni Venti era emigrato in Francia un dinamico giovanotto di Gioia del Colle, Ricciotto Canudo, molto apprezzato nei cenacoli culturali della Capitale francese per la sua raffinata cultura. Sarà lui, infatti, a definire il cinema la “Settima Arte” e, con la fondazione del primo cineclub – des amis du septième art – Canudo anticipa tutti i problemi del cinema, dal linguaggio alla tecnica, al colore, al sonoro prevedendo perfino la creazione di cineteche, moderni templi della nuova arte. Non a caso il poeta Guillaume Apollinaire si riferiva a Canudo come… colui che vede prima degli altri.

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Nicola Mascellaro è nato a Gravina in Puglia nel 1939, risiede a Bari dal 1950. Dal 1966 al 1996 ha lavorato presso La Gazzetta del Mezzogiorno come impiegato responsabile dell’Archivio di documentazione.

