Storie di Puglia – La leggenda di Monte Rosso
Monte Rosso copertina
Oggi viaggiatori pugliesi, la nostra curiosità ci riporta nel capoluogo di regione, nella città di Bari che da sempre è una miniera di leggende e storie, e vi parleremo della “leggenda di Monte Rosso” (anche chiamato il Pendino, Secca del Monte o Secca del Pennite).
Chi è nato a Bari, difficilmente sarà totalmente a “digiuno” di questo racconto, ma i non autoctoni saranno certamente interessati a conoscere questa “leggenda” o meglio storia pugliese.
Si parte da una cosa sicuramente esistita: una secca al largo di Bari.
Un piccolo “isolotto” che emergeva fino a metà del secolo scorso con il suo cucuzzolo a circa un miglio dalla costa nelle ore di bassa marea, in prossimità del fortino e dirimpetto alla Basilica di San Nicola.
La leggenda dell’isolotto di Monte Rosso
Alfredo Giovine in una lettera indirizzata alla testata La Gazzetta del Mezzogiorno del 23 dicembre 1964 spiega il motivo del nome e così la descrive:
Monde Russe non è altro che una sopraelevazione rocciosa del fondo marino in corrispondenza della quale l’acqua ha poca profondità, rappresentando così un pericolo per la navigazione. In altri termini è una secca di mq. 500 circa, sulla quale in passato vennero posti dei massi che formarono, […] un isolotto artificiale al quale avrebbero attraccato i vascelli in quarantena o che non trovavano posto libero nel porto. Anticamente si chiamava «monde». «Russe» fu aggiunto per il solo fatto che in quel punto galleggiava un gavitello color rosso, per richiamare l’attenzione del navigante.

Ma perché questo “isolotto” dovrebbe avere importanza per la storia barese?
Semplicemente perché la leggenda (o la storia) vuole che su questa secca, ormai completamente inabissata, fosse stata costruita una cappella (per alcuni addirittura un monastero con lazzaretto per la cura dell’Herpes Zoster) dedicata a S. Antonio Abate e che il suono della sua campana giungesse fino a riva.
I racconti riportano inoltre che alcuni monaci antoniani abbiano messo in salvo la statua di S. Antonio Abate, per deporla in una piccola edicola sotto le arcate del fortino, prima che il mare impetuoso con i suoi flutti sommergesse la secca e quel che restava della cappella, nascondendo il tempio per sempre alla vista dei credenti.
Questo per quanto riguarda i racconti folkloristici e i ricordi tramandati dalla gente del posto con le loro mille varianti e con i dettagli sempre diversi, ora parliamo invece di quello che scrivono alcuni degli storici che si sono cimentati nel difficile lavoro di trovare reali fondamenti a questi fatti.
Tracce nella storia
Partendo dal buon Emmanuele Mola che nel suo articolo Sul Cangiamento del Lido Apulo del 1796 pubblicato dal Giornale Letterario di Napoli nomina non solo il pendino ma parla anche di una Bari diversa da come la conosciamo, i cui fabbricati si estendevano nel mare:
[…] sonovi fra di noi molti savj uomini, i quali opinano, che la città siasi estesa dalla parte di tramontana dentro del mare; giacchè a ciel sereno allorchè l’onda è tranquilla, dicono osservarsi nel fondo i frammenti di vaste fabbriche, da cui si pescano tufi e i sassi per la costruzione delle nuove; e che nel vicino scoglio detto pendino si veggano chiaramente alcune fondamenta di grandi edifizj, che reputansi un’antica fortezza per custodia della contigua città. Per qual catastrofe poi sia ciò accaduto, e se pel sordo inoltramento del mare o per violenta sua commozione, o per tremuoti, non è lecito saperlo nella total mancanza delle nostre antiche memorie […]

Proseguendo poi con Giulio Petroni che conferma l’esistenza di un piccolo attracco portuale, citando anche un decreto decurionale del 22 giugno 1693 dove viene chiamato “nuova insula” e “novo molo”.
Così ne parla nel suo libro in tre volumi Della storia di Bari del 1858:
Ripreso un po’ di lena la città, diessi con savio accorgimento a rendere utile uno scoglio sottomarino, il quale in alcune stagioni si mostra a fior d’acqua alla distanza di circa un miglio dal porto, e spezza la forza delle onde. Noi lo chiamiamo il monte, e con mare tranquillo se ne veggono le antiche costruzioni; ma ci duole di non aver potuta trovare altra notizia delle opere fatte, salvo d’essersi costruito un piccol molo, ed impiantatevi tre colonne da ormeggio […}

Del resto Armando Perotti dopo un sopralluogo sul posto riportato nel suo libro Bari ignota del 1958 descrive così il luogo con cura e senza fronzoli:
[…] indubbiamente, quei massi vi sono stati portati. Non si può in altro modo spiegare il fatto che essi siano di quasi eguale grossezza, e disposti in un certo intelligente ordine, ben contrastanti l’uno con l’altro, sì che pochissimi invero se ne scorgano caduti, da una parte o dall’altra, sul fondo.
Chiaramente, anche altri storici come V.A. Melchiorre o Giosuè Musca hanno cercato invano di fare chiarezza sulla funzione di “Monte rosso” senza però arrivare ad una vera conclusione.
Le carte nautiche e le esplorazioni
Che ci fosse un qualche tipo di attività umana su quella roccia, e che quindi l’avamposto esistesse, è confermato sia dalle cartine nautiche che sin dal 1600 riportavano con una curiosa varietà toponomastica (“Secca di sant’Antonio”, “il monte” e altro) l’indicazione di un piccolo isolotto nel mare a poca distanza da Bari e soprattutto dagli accertamenti fatti in tempi recenti da parte dell’Università degli studi di Bari.
Grazie al lavoro certosino di diverse squadre di archeologi subacquei è stata rivelata l’esistenza nei fondali, nel punto dove prima emergeva la secca, di vasi, anfore e frammenti ceramici databili dal III secolo fino al XVI e soprattutto un blocco parallelepipedo ricoperto di flora marina forse colonne di attracco oppure i resti di una piccola costruzione come una cappella.

Ma la campana di S. Antonio Abate che alcuni romantici sentono ancora suonare quando il mare è in burrasca?
Quella al momento è ancora perduta, come del resto la cupola della cappella che alcuni pescatori giurano di aver visto, chissà che un giorno non riemergano, portando alla luce la verità su questa storia che, come spesso accadde, è entrata nel folklore locale ed è divenuta leggenda.
Copertina:
Porto di Bari, da un’atlante di Gerard Van Keulen
Foto carte d’epoca tratte da:
L’archeologo subacqueo n. 73-74
https://edipuglia.it/rivista/larcheologo-subacqueo/
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Giornalista pubblicista, da anni collabora come redattore, fotoreporter e social media manager per testate giornalistiche online. Persona curiosa e intraprendente, ha coltivato negli anni diversi hobby.
Se l’isolotto si trova al largo, ma in corrispondenza del molo di Sant’Antonio (chiamato così semplicemente perché sorgeva nell’antica Contrada Sant’Antonio, oggi quartiere Umbertino + quartiere San Pasquale Basso), può essere spiegato così il nome di Sant’Antonio. E’ difficile credere che su quell’isolotto avessero costruito un tempietto, ma è molto più probabile che l’isolotto sorgesse al largo della Contrada Sant’Antonio e che le campane che si sentissero fossero proprio quelle del Santuario di Sant’Antonio che ancora oggi esiste in città.
Ciao ,ho 78anni ,da ragazzo facevamo il bagno al molo e ricordo bene il monte rosso ,una cupola di chiesa con una piccola croce sopra ,la raggiungiavamo a nuoto e ci soffermavamo sopra , l’ articolo letto mi riporta questo ricordo in un sogno ,oggi mi chiedo ! Sogno o realta’ , buontutto e buona vita
Ho 76 anni .Grazie a questo articolo il mio pensiero è tornato a tanti anni fa quando da piccolo con amici prendevamo dal lungomare a nolo una barca di un pescatore e andavamo oltre il molo Sant’antonio al monte rosso per fare il bagno.. Quanti ricordi!. Un cordiale saluto Massimo Ricciardiello.
bello ed interessante il contributo di Imperiale su uno dei tanti enigmi topografici, urbanistici ecc. della città.
continuo a sorprendermi per la relativa noncuranza con la quale le amministrazioni ignorano quella che è stata la configurazione della città in antico e continua invece a permettere modifiche massicce dell’assetto urbano.
faccio l’esempio del parallelo enigma di Marisa Bella, che ora è noto (bontà sua) per essere il nome di un mostruoso e gigantesco edificio per abitazioni all’incrocio tra lungo mare vittorio veneto via Pietro Oreste e via brigata regina. c’è una bella e lunga storia che racconta il perché di quel vago toponimo …
un altro solo esempio è quello di una cappella o chiesa, di cui esistono numerose testimonianze fotografiche, nei pressi (di fronte) alla Spiaggia San Francesco, per non dire di quell’altra su corso Sicilia (for ever!!!) di fronte ai primi villini post telegrafonici. insomma una caterva di testimonianze storiche e artistiche di una urbanizzazione ormai da decenni decapitata per fare di Bari “una città bellissima” come dice qualche turista disattento (ma quando mai!)
mi piacerebbe che si facesse una mappa delle demolizioni e distruzioni baresi
Ultimamente ho letto dei libri ambientati sulla Bari antica. Il primo è stato casuale, e rimasto affascinato, poi, sono andato alla ricerca degli altri. Quante belle notizie ho appreso, per es. non sapevo che a Bari, e paesi limitrofi, viveva un popolo di religione ebraica, del Catapano, della costruzione della cattedrale ecc. Tornando in merito alla questione, sin da ragazzo, ho sempre saputo della storia dell’isolotto, e di tutte le leggende ad esso correlato. Ero affascinato poi, da questa croce che affiora quando il mare è calmo, che tutti dicono di aver visto, ma prove non ce ne sono mai state. Oggi come quando ero giovine, mi sono sempre chiesto, e soprattutto al giorno d’oggi, che la tecnologia ha fatto passi da gigante, perchè non si fa una seria ricerca di quel manufatto? Chissà se non si scopre qualcosa di interessante sulla storia della ns. bella Bari. Che costa molto? sono stati spesi fior di quattrini per istallare a Pane e Pomodoro delle fontane nel mare a pro di che? che poi hanno funzionato credo nemmeno una stagione, e non si puo’ fare un altro piccolo sforzo per l’isolotto? Vi auguro buone vacanze cari amici sconosciuti, e Vi invito a pubblicare sempre piu’ di queste notizie.
Questo articolo che ho letto è estremamente importante e molto esaustivo. Vorrei chiedere voi sigg le coordinate x arrivate sulla secca, mi piacerebbe fare la pesca a bollentino.
Grazie
Il luogo è individuabile sulla carta n.195 Litorale di Bari edita dall’Istituto idrografico della Marina edizione 1960.
Su detta carta è riportata la posizione e la denominazione come Secca del Monte. Sull’esistenza non esistono dubbi anche per essermi immerso diverse volte negli anni 60 alla ricerca di frutti di mare (ricci, tartufi e grosse cozze che si sviluppavano proprio nella parte sommitale della secca a non più di 1,00 – 1,50 m di profondità tanto da appiedare.
In effetti più che di roccia solidale con il fondo marino ricordo che si trattava di grossi massi aventi forma regolare posti in modo non uniforme e digradante verso la profondità. Anch’io non capisco come non si sia mai arrivato ad una spiegazione chiara ed esaustiva di tale sito e si sia dato spazio a leggende che possono essere suggestive ma lasciano il tempo che trovano.