Una storia popolare barese raccontata con maestria da Giacomo Annibaldis

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Giacomo Annibaldis, Ombre di Nuvole, Edizioni di Pagina

Un’altra recensione “ruffiana”. Non abbiamo remore a dichiararlo. Ma ci piace scrivere di libri di persone amiche. È il caso di Giacomo Annibaldis, amicizia vera tra le nostre famiglie, entrambe metà baresi e metà brindisine. Ci siamo spesso incontrati nei paludati corridoi delle biblioteche baresi, lui per documentarsi e fare ricerche per le sue numerose pubblicazioni e noi per una più umile attività di consulenza.

Quindi è con estremo entusiasmo che abbiamo letto il suo Ombre di Nuvole, romanzo che chiude una sorta di trilogia, preceduto da Casa popolare vista mare e La colpa del coltello.

Ci piace la sua scrittura: già dalle prime pagine del romanzo si intuisce abilità e padronanza degli strumenti del mestiere, retaggio di un lungo trascorso tra gli italianisti dell’università e sul desktop delle redazioni giornalistiche.

Gioca con le parole, Annibaldis, usa con noncuranza stilemi e cadenze popolari, in un solido impianto narrativo che attrae il lettore ansioso di voltare la pagina per continuare il percorso. Intendiamoci, non è un “giallo” e non interessa quindi arrivare in fondo per scoprire il colpevole e plaudire al detective o al commissario vincente.

No! Qui è la mano dello scrittore che accompagna saldamente il lettore e lo invita ad assaporare i fatti narrati con il prezioso e pregiato condimento della parola, della frase, della locuzione sempre colta e sempre magnificamente percepibile e comprensibile da chiunque, profano delle lettere o professionista dell’accademia che sia.

Eppure si tratta di una vicenda comune, attori e protagonisti sono la mamma, la zia, la nonna, la lavandaia, il muratore, uno dei “set” è la corsia di ospedale.

Quasi una fiction di quelle che vanno tanto di moda oggi sugli schermi televisivi, ma senza la pedante lunghezza della serie e della serialità che va all’infinito in circonvoluzioni e spin-off che conducono altrove, verso lidi e circostanze a volte di minore o mediocre sostanza e ispirazione.

La vicenda si mantiene salda sui binari di una narrazione “di necessità”, dove i paragrafi, i capitoli, si dispiegano in un succedersi logico e comodamente prevedibile. Una prevedibilità non di trama, bensì di svolgimento e di dispiegamento di fatti e di circostanze che devono apparire così come devono essere in quella che è la realtà, e non sottoposti a scherzetti e furbizie di cambio di registro, solo per il gusto di disorientare il lettore, come se fosse in un parco di divertimenti o in una wunderkammer di inaspettate meraviglie.

L’uso sporadico del dialetto barese colloca il romanzo nella già ricca schiera letteraria di ottimi autori locali della nostra città. E non ci capacitiamo del perché non abbiamo avuto anche noi un Verga o un Pirandello o uno Sciascia, come la ricca Sicilia. Abbiamo dovuto attendere un lungo periodo di incubazione, sospeso solo da pochissimi che però sono rimasti costretti in una sfera assolutamente locale, se non addirittura cittadina e ci riferiamo a Vito Maurogiovanni, attivo comunque più sul palcoscenico teatrale.

Sicuramente più vasta la presenza di storici locali, fin dai tempi più remoti, e ancora oggi, ma niente altro. Pensiamo a Giovanni Battista Nenna, cortigiano e ambasciatore di Bona Sforza nel XVI secolo, autore del Nennio il quale ragiona di nobiltà, che non è un’opera romanzesca, bensì un trattato sulla nobiltà e sul vivere more nobilium come lo stesso titolo rivela.

Tralasciando la lirica che ha avuto i suoi protagonisti in tempi passati e anche recenti, ci son voluti secoli prima che Bari e i baresi si affacciassero alle soglie della letteratura e del romanzo. Una visibilità che oggi è finalmente assicurata anche da presenze di prestigioso marketing come quella del barese Nicola Lagioia, insediato ormai da anni alla dirigenza del Salone Internazionale del Libro di Torino.

Grazie a Giacomo Annibaldis per questo lavoro che dà lustro al romanzo popolare barese. Un nuovo tassello che si aggiunge alle prove dei suoi illustri compagni di penna e che ci auguriamo che raggiunga una platea sempre più ampia di lettori baresi, e non solo.

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Francesco Quarto è nato e vive a Bari. Da poco in pensione dopo tanti anni di vita da bibliotecario durante i quali ha “supportato” generazioni di studenti e non solo: docenti, ricercatori, accademici e continua a mantenere relazioni e contatti. Sviluppa le sue ricerche sulla storia della tipografia antica in Puglia scoprendo numerose edizioni ignote. La storia della città di Bari è l’altro ambito privilegiato dei suoi interessi. Da due anni ha una rubrica sui nostri quotidiani, molto apprezzata dai baresi e anche da viandanti e viaggiatori di passaggio nella città.

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