“The dissident”: la forza della parola contro il regime

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L’ultima decisione del presidente degli Stati Uniti Biden ha generato scalpore: ha scelto di desecretare e divulgare il documento dell’intelligence Usa che dimostra la diretta responsabilità del principe saudita Mohammad bin Salman nel brutale assassinio del suo connazionale, il giornalista Jamal Ahmad Khashoggi, avvenuta il 2 ottobre 2018 a Istanbul.

Realizzato per il Sundance Film Festival 2020 dal regista premio Oscar e attivista per i diritti umani americano Bryan Fogel, il documentario “The Dissident” (1h 59m) è la rigorosa e sconvolgente ricostruzione di questo orribile crimine.

Dal 12 febbraio è finalmente visibile on demand sulla piattaforma “MioCinema”, l’unica che abbia avuto il coraggio di distribuirlo considerando l’astensione delle più note Netflix e Amazon Prime Video, preoccupate di non oltraggiare il despota saudita e di non lasciarsi sfuggire neanche un prezioso abbonato.

E in tempi di perdurante serrata dei cinema e di scadente offerta televisiva con vicequestori in tacco 12 dall’improponibile cadenza, non possiamo che invitarvi alla visione di questo importante documentario. Perché “The Dissident” non costituisce solo un ritorno al grande cinema d’inchiesta ma soprattutto l’antidoto alla connivenza politica occidentale con i potenti regimi orientali antidemocratici, dall’appoggio consenziente dell’ex presidente Trump agli ultimi deferenti omaggi del senatore italiano Matteo Renzi. Ribaditi nonostante il documento divulgato da Biden.

Il film si dipana attraverso tre scenari fondamentali che si alternano e fanno da sfondo ad un’intricata vicenda puntualmente analizzata: Montreal, Riyad e Istanbul, meravigliosamente rese dalla fotografia di Jake Swantko. La prima è la città in cui si è rifugiato Omar Abdulaziz, giovane dissidente saudita sotto protezione in Canada e prima voce narrante di quanto accade al protagonista prima della sua morte, essendo stato suo stretto collaboratore. La seconda è la città di provenienza di Khashoggi, inizialmente presentato come parte integrante del sistema e uno dei portavoce autorevoli della casa regnante, fino a quando non viene dichiarato “dissidente”. La terza è lo scenario dell’uccisione del giornalista che si era recato presso l’ambasciata saudita per documenti utili a poter sposare la sua fidanzata Hatice Cengiz, seconda voce narrante, che lo aspetterà all’esterno per ore e ore senza poterlo mai più rivedere.

La trappola era stata sapientemente orchestrata per eliminare quella voce scomoda che si era volutamente autoesiliata negli Stati Uniti divenendo un importante collaboratore del Washington Post. La rottura definitiva col suo paese era stata generata dall’avvento del fintamente illuminato principe ereditario Moḥammad bin Salmān e con l’esplosione della Primavera Araba che aveva definitivamente convinto l’attento scrittore e giornalista a ribellarsi.

Ma lui, si dichiara nel film, non si considerava un dissidente. Lui amava il suo paese e per questo sentiva il dovere di fargli la guerra con l’unica arma che hanno i giornalisti: la parola. E non si stancava di usarla per denunciare i crimini perpetrati contro la libertà ed i diritti umani.

Per questo non venne perdonato e le trascrizioni dei dialoghi tra gli agenti sauditi restituiscono la ferocia con cui venne programmato l’assassinio, pianificando la scomposizione del corpo, da fare a pezzi e bruciare in un forno. Ma neanche questo basterà a zittirlo perché da allora c’è stato un graduale risveglio nel suo paese e tutto il mondo ha scoperto da chi davvero è governato. Non certo da un nuovo principe rinascimentale.

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Docente di letteratura e storia, laureata in lettere e diplomata in archivistica, ha collaborato per 5 anni con la Soprintendenza archivistica e ha scritto per 4 anni per la testata online Barinedita. Appassionata di fotografia ha seguito corsi di fotografia e fotoreportage e ama viaggiare con una Nikon al collo

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