Il caso “Percoco”: il “mostro di Bari” che turbò le coscienze e sconvolse i vertici della Gazzetta del Mezzogiorno – (prima parte)

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Il 1956 non fu per Bari solo l’anno dell’eccezionale nevicata, ma anche quello del più sconvolgente delitto che la città abbia mai conosciuto. Il caso “Percoco” fu  la prima strage familiare d’Italia, un fatto di cronaca nera che raffredò l’ottimismo crescente negli anni della ricostruzione economica del dopoguerra. Il “fantasma” di Franco Percoco, il “mostro di Bari”, “la belva di Via Celentano”, aleggiò cupo sulla città per molti anni, anche dopo la sua cattura, e fece tremare anche i vertici della Gazzetta del Mezzogiorno che ne raccontò la vicenda.

Nel 2012 l’allora esordiente scrittore, Marcello Introna, ripropose la sua storia nel suo romanzo omonimo (rivisto e arricchito nel 2016 per Mondadori). Noi ne riproponiamo la cronaca accuratamente ricostruita da Nicola Mascellaro attraverso le fonti giornalistiche dell’epoca.


Mercoledì 6 giugno 1956 sembra un giorno tranquillo, piatto. E nella redazione della Gazzetta del Mezzogiorno il Capo cronista si chiede come fare per riempire le appena cinque colonne a disposizione tant’è ch’è costretto a mettere una grossa fotografia di Maria Fiore, in visita a Bari, che si aggira per le strade della città vecchia in attesa di presentare, per quella stessa sera al Petruzzelli, l’anteprima nazionale del film Il ferroviere in cui lei e Pietro Germi sono interpreti e regista.

Poi, a mezzanotte passata, il solito giro di telefonate del cronista ai comandi di Polizia e Carabinieri rivela che una pattuglia di agenti si è recata in via Celentano 12 per accertare la causa di un nauseante odore proveniente dall’abitazione della famiglia Percoco. Le prime notizie a disposizione dicono ben poco e comunque è troppo tardi per dare i particolari nella prima edizione del giornale. Si sa solo che nell’appartamento sono stati trovati i cadaveri di Vincenzo Percoco, della moglie Eresvida – entrambi di sessantaquattro anni – e del loro figliolo Giulio, handicappato, di 21 anni.

Tutti e tre erano in avanzato stato di decomposizione e presentavano un incredibile numero di ferite a morte con una grossa arma da taglio. Si presume che l’autore del massacro sia l’altro figlio dei Percoco, Franco di 27 anni, scomparso dalla circolazione. Nella seconda edizione della Gazzetta, ci sono altri particolari agghiaccianti: la morte dei tre sfortunati Percoco sicuramente risale alla settimana precedente, è stata ritrovata l’arma, un grosso coltello da cucina, e diverse bottiglie di profumo vuote certamente per cercare di ammorbare il fetore. Il sospetto che a commettere la mostruosa strage sia stato Franco ricercato in tutto il Paese.

La città è scossa, se ne parla dappertutto, si formano crocicchi nelle strade. Il crimine è talmente incredibile che tra la gente si crea la psicosi del mostro sanguinario che vaga, impazzito, in città. La perizia accerta che l’intera famiglia è stata massacrata addirittura dodici giorni prima della macabra scoperta, ed è ormai certo che l’assassino è Franco Percoco, latitante e probabilmente nascosto in città.

Così, la gente lo vede nei posti più disparati e, terrorizzata, chiama Polizia e Carabinieri che per tre giorni accorrono ovunque per verificare le centinaia di chiamate. Una caduta, una ferita, una lite passano per un’incursione del mostro assassino. A Carbonara un giovane disertore scambiato per l’omicida, rischia di essere linciato dalla folla.

Franco Percoco è introvabile. Viene segnalato a Milano, poi a Napoli, qualcuno sospetta che si sia arruolato nella Legione Straniera. Dopo quattro giorni l’assassino è ancora latitante. Poi, finalmente, la mattina di domenica 10 giugno, l’incubo di un maniaco omicida disperato e libero, è finito: Franco Percoco è stato catturato la sera di sabato 9 giugno in una pensione di Porto d’Ischia ed ha confessato.

La Gazzetta pubblica la notizia rassicurante della cattura e dell’arresto di Franco Percoco in prima pagina, così come fanno tutti i giornali che si sono ‘buttati’ sul ghiotto fatto di cronaca nera. Peggio, alcuni quotidiani nazionali non si limitano ai fatti, scavano nel sociale, nell’ambiente, nelle condizioni della gente e della città e poco ci manca che i giovani baresi passino tutti quali potenziali, bestiali assassini.

Il ciclo si è chiuso – scrive il cronista della Gazzetta lo stesso 10 giugno – la città percorsa da un lungo brivido, ha manifestato nei giorni scorsi in varie forme il suo orrore e il suo sgomento. La comune coscienza, posta brutalmente dinanzi ad una strage che non ha nulla di umano, scopre, dietro il volto di un uomo giovane, il muso feroce di una belva. Il suo assalto, che ha straziato i corpi di tre innocenti, lascia ferite anche nel nostro animo, turba il nostro lavoro ed il nostro riposo. Ci fa smarrire nella ricerca di una spiegazione, nella selva dei ‘perché’ che è antica quanto l’uomo. Questa belva non ci appartiene – scrive ancora il cronista della Gazzetta – c’era e c’è ancora sangue umano nelle sue vene, lo stesso sangue che ha versato. Ma non può trattarsi che di una bestia, fatta simile a noi per un supremo insondabile mistero della vita. Sentiamo tutti che non fa parte, che non ha mai fatto parte di noi. È nata qui, nella nostra città, è vissuta per ventisette anni acquattata tra le nostre case, si è aggirata tra noi, ha sfiorato le nostre donne ed i nostri bimbi. Ma è soltanto un mostro, un mostro delle nebbie e delle brume, straniero alla nostra terra ed al nostro sole, emerso dal suo lungo agguato con fulmineo irreparabile balzo. E’ una belva. Non ci appartiene.

Ma la storia non finisce qui…

Franco Percoco è introvabile. Viene segnalato a Milano, poi a Napoli
la mattina di domenica 10 giugno, l’incubo, è finito: Franco Percoco è stato catturato la sera di sabato 9 giugno in una pensione di Porto d’Ischia
La Gazzetta pubblica la notizia rassicurante della cattura e dell’arresto di Franco Percoco in prima pagina
Questa belva non ci appartiene – scrive ancora il cronista della Gazzetta – c’era e c’è ancora sangue umano nelle sue vene, lo stesso sangue che ha versato
è soltanto un mostro, un mostro delle nebbie e delle brume, straniero alla nostra terra ed al nostro sole

Nicola Mascellaro è nato a Gravina in Puglia nel 1939, risiede a Bari dal 1950. Dal 1966 al 1996 ha lavorato presso Gazzetta del Mezzogiorno come impiegato responsabile dell’Archivio di documentazione.

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